Giuseppe Berto e i Racconti. La parola che scava nel buio e tra le ombre
- Postato il 15 maggio 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
- 0 Visualizzazioni
- 6 min di lettura
Pierfranco Bruni
Se dovessi entrare, anzi rientrare, nel mondo-labirinto letterario e umano di Giuseppe Berto, scrittore di immenso spessore del Novecento europeo, punterei fortemente sui Racconti. Costituiscono un laboratorio non solo semantico, ma esistenziale e letterario.
Giuseppe Berto è scrittore di terra e di nevrosi. È scrittore di guerra e di psiche. È scrittore che parte dal fango e arriva all’anima. Non ha bisogno di grandi sistemi. Ha bisogno di voce. Ha bisogno di racconto. I suoi Racconti sono questo. Sono scavo. Sono confessione. Sono diario che si fa letteratura. Sono letteratura che non dimentica il sangue, perché non dimentica il senso della scrittura.
Berto viene dalla guerra. Viene dalla prigionia. Viene dal silenzio. E quando torna, torna con la parola rotta. Torna con la parola che balbetta. Torna con la parola che cerca senso. In questo c’è la corazza di una letteratura fatta di anima. I suoi Racconti vivono di due caratteristiche, ci dice Berto parlando proprio dei suoi racconti: “Due sono le caratteristiche che ho mantenuto attraverso le mie quasi incontrollate evoluzioni: la felicità del narrare e una vena di romanticismo che tenacemente s’accompagna prima alle crudezze del neorealismo e poi allo humour dello psicologismo”.
Già in Guerra in camicia nera del 1955 c’è il diario. È documento. È passaggio dal neorealismo allo psicologismo. È passaggio dal fatto al sentimento. Dal fatto al male. Il male non è più fuori. Il male è dentro. Il male è oscuro. E il buio non si vede. Il buio si vive. Vivendolo, Berto racconta una testimonianza profonda.
Infatti importanti suoi Racconti nascono lì. Nascono quando la nevrosi d’angoscia lo blocca per quasi un decennio. Nascono quando la parola diventa cura. Nascono quando la scrittura diventa terapia e oltre. Non è letteratura di salotto. È letteratura di stanza. Di stanza d’albergo. Di stanza di clinica. Di stanza di provincia.

La provincia di Berto è Mogliano. È il Veneto. È terra che tace. Terra che nasconde. Terra che non perdona. È anche la Calabria immensa e dolorante. È il mare le cui onde scrosciano tra gli scogli e il tempo di Capo Vaticano.
Berto non è solenne. È piuttosto amaro, con l’ironia e il sorriso. Ride per non piangere. Ride per non impazzire. Il suo umorismo è umorismo di chi ha visto la guerra. È umorismo di chi ha visto il padre morire di cancro. È umorismo di chi ha visto sé stesso perdersi e ritrovarsi lungo i viaggi e l’attesa.
Infatti in molti Racconti c’è il grottesco. C’è il meccanico Febo Còrtore de La luna è nostra del 1957. C’è il giornalista che è Berto stesso. C’è l’incontro impossibile. C’è l’assurdo. C’è il dialogo che non chiude. C’è la vita che non chiude. E il lettore resta lì. Resta sospeso. Resta tra riso e angoscia, nell’attesa di un vento di roccia.
È uno stile che ricorda Cesare Pavese. Il Pavese della collina. Il Pavese della solitudine. Ma Pavese è mito. Berto è nevrosi. Pavese è destino. Berto è malattia. Pavese è destino che si accetta. Berto è destino che si combatte. E il combattimento è parola. È pagina. È racconto.
Pavese e Berto sono la Calabria greca che recupera Luigi Pirandello, non solo del teatro, ma degli abissi di Mal giocondo. Pirandello della maschera e dell’umorismo. Ma Pirandello è filosofia. Berto è corpo. Berto è sudore. Berto è notte insonne. Berto è terapia. Mentre Pavese è mito e soprattutto l’anima di Leucò.
Chiaramente uno dei temi centrali è il male oscuro. Il male che non ha nome. Il male che non ha volto. Il male che non ha causa. Il male che non si vince. Si convive. Si racconta. Si scrive. Berto, Pirandello e Pavese non descrivono il male. Lo vivono e lo trasfigurano in scrittura.
Nei Racconti di Berto il male oscuro è amore e fallimento. È paternità. E cerca una casa come Ulisse cerca Itaca. Ma la casa di Berto è interiore. È la casa della mente. E la mente è in guerra. È in guerra con sé stessa. È in guerra con il mondo. Cerca un’isola e la trova proprio in Capo Vaticano.
Ecco perché i Racconti sono moderni. Sono moderni perché parlano di nevrosi. Parlano di ansia. Parlano di angoscia. Parlano di terapia. Parlano di psicoanalisi. Berto incontra Nicola Perrotti. Incontra l’abruzzese che lo cura. Incontra la parola che ascolta. E la parola che ascolta diventa parola che salva. Non salva del tutto. Salva di quel tanto che basta per scrivere un’altra pagina. La pagina diventa ricerca e attesa.
Berto non è letterariamente figlio di Giovanni Verga. Ma, come più volte sottolineato dalla critica letteraria, è figlio di Italo Svevo e della coscienza nelle metafore di Zeno e oltre Zeno. È l’inquietudine oltre il tempo di Zeno. Perché è molto vicino a Louis-Ferdinand Céline del Viaggio al termine della notte. Vicino al Céline del linguaggio basso, della rabbia, del nichilismo. Ma Berto è ricerca e cerca un’uscita di sicurezza, per dirla con Ignazio Silone. Berto cerca la luce nel bosco.
I Racconti di Berto sono mestiere di vivere. Mestiere di vivere nel senso pavesiano: un mestiere di vivere come mestiere di morire un poco ogni giorno. Mestiere di vivere come mestiere di resistere. Ciò è, nella scrittura, il grido del silenzio e della solitudine appunto cercata e trovata.
Berto non dà soluzioni. Berto dà testimonianza. Testimonia che si può stare nel buio. Testimonia che si può parlare del buio. Testimonia che la parola salva. Non salva la vita. Salva il senso. Salva il senso di aver vissuto. Il suo linguaggio è il coraggio del rischio. Mai il risentimento di aver vissuto o non vissuto tra il silenzio e le macerie.
I Racconti sono brevi. Sono a volte schegge. Schegge di memoria. Schegge di guerra. Schegge di amore. Schegge di clinica. E le schegge fanno male e restano, come resta la parola.
La parola resta come resta il male oscuro. Resta per essere detto. Resta per essere nominato, pur nel vento di un anonimo veneziano. I Racconti sono sul filo della soglia. Sono porta. Porta che si apre sul buio. E nel buio c’è voce. C’è voce che non si arrende. C’è una voce che ride, che piange, che scrive.
La scrittura resta. Resta come resta il male oscuro. Resta per dirci che l’uomo non è eroe. L’uomo è uomo. L’uomo cade. L’uomo si rialza. L’uomo racconta. E nel raccontare vive. Il senso e il tempo. La notte e l’aurora.
Berto è lo scrittore della coerenza nel fallimento della modernità. Cosa resta, alla fine? Ciò che lo stesso Berto sottolinea: “…l’unica via d’uscita, che ha valore soltanto rispetto a se stessi, è combattere giorno dopo giorno per preservare dal maligno la propria coscienza e soltanto essa”.
Copertina: Giuseppe Berto – Pierfranco Bruni
L'articolo Giuseppe Berto e i Racconti. La parola che scava nel buio e tra le ombre proviene da Paese Italia Press.