Giuli inaugura in ritardo il Salone del Libro di Torino e Cacciari lo asfalta: “La stagione delle riviste politiche è finita: non mancano gli eretici, ma i partiti seri”
- Postato il 14 maggio 2026
- Cultura
- Di Il Fatto Quotidiano
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Quando c’era “lui” i treni arrivavano in orario. Oggi invece al Salone del Libro 2026 il ministro Giuli arriva con 40 minuti di ritardo. Nella sala Blu del Lingotto, dove non c’è nemmeno da fare a cazzotti per entrare, Massimo Cacciari e Marco Tarchi attendono il ministro con signorile trattenuto fastidio. Il pubblico presente in sala – una sessantina di persone in mezzo a tante sedie vuote – prima mormora, verso i venti minuti di attesa rumoreggia, infine verso la mezz’ora prorompe in misurati e decisi sussulti. “Iniziamo senza il ministro!”, “Bastava Cacciari!”. Giuli arriva di corsa, trafelato, scuretto in volto, tenta un cenno di scusa. Qualcuno esonda un “maleducato”. “Mi sento più a casa qui che altrove”, spiega prima di entrare nella sala Blu il ministro della cultura. “Come per una sorta di asilo culturale che rianima lo spirito che ci trasporta dalla caligine di Roma alla variopinta coloritura di un rito collettivo, partecipato da noi tutti senza avvertire il bisogno di barriere all’ingresso di inviti all’uscita”, sciorina Giuli dalla cornucopia del suo sapere.
Il dibattito in sala è peraltro furente. Il titolo è: Il mondo immaginato delle riviste. Tempo che Giuli si sieda e annunci che da dicembre 2026 a Pistoia si terrà un salone italiano della rivista, ecco che Cacciari gli fa scontare per contrappasso il ritardo accumulato. “La stagione delle riviste è finita, non ce ne sono più. Una Rivista nasce quando un gruppo di intellettuali è animato da una finalità politica. È accaduto ad inizio Novecento e nel primo dopoguerra caratterizzando la vita culturale italiana. Oggi però questa stagione è finita. Le riviste sono solo una raccolta di saggi. Quel contesto politico è finito e non esistono più nemmeno gli intellettuali organici“.
Giuli prova ad arginare il fiume in piena Cacciari, anche solo ricordando che se lui, Cacciari e Tarchi (fondatori di importanti riviste politiche negli anni sessanta settanta) sono qui a Torino ora è proprio grazie a quelle figure “eretiche”, il filosofo veneto proprio non ci sta. “Per esserci un’eresia e degli eretici dall’altra parte oggi ci dovrebbe essere una chiesa seria, ovvero dei partiti seri. Che senso può avere l’eretico adesso, contro chi? Contro il niente?”.
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