Federico II di Svevia e Francesco di Bernardone: il cammino nel Duecento
- Postato il 8 agosto 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Ci sono metafore che diventano strade che non smettono di essere camminate e solcate. Sono anche strade del cuore. Nel Duecento il Mediterraneo ha due soli. Uno sorge in Sicilia. L’altro in Umbria. Uno porta la corona. L’altro il saio. Uno si chiama Federico II di Svevia. L’altro Francesco di Bernardone. Tra loro non c’è incontro. C’è confronto. Tra potere temporale e Croce. Tra castello e chiesa. Tra legge e lode. Federico disse: “Il giorno che vorrò castigare una provincia la farò governare da un filosofo”. Frase da Imperatore. Ironica, tagliente, moderna. Francesco invece non governò nulla. Amò tutto. Eppure governarono lo stesso secolo. Il secolo che inventa l’Università e brucia gli eretici, che alza cattedrali gotiche e fonda i primi Comuni, che fa le Crociate e parla con l’Islam.
Ci sono realtà territoriali precise. Le terre dell’Umbria e della Sicilia.

L’Umbria di Francesco è pietra, ulivo, nebbia. Nasce ad Assisi tra il 1181 e il 1182, figlio di Pietro Bernardone, mercante di stoffe. Giovane, ricco, gaudente. Prigioniero a Perugia. Poi la malattia, la voce, il distacco. Nel 1208 ascolta il Vangelo in San Damiano: “Non portate oro né bisaccia”. E obbedisce.
Cammina. Da Rivotorto a Gubbio, da La Verna a Fonte Colombo. Dorme nelle chiese. Predica nelle piazze. Bacia i lebbrosi fuori Assisi. Nel 1209 va a Roma da Innocenzo III e ottiene l’approvazione a voce della Regola.
Nel 1219 attraversa il mare ed è a Damietta, durante la Quinta Crociata, davanti al Sultano al-Kāmil. Non converte. Ascolta.
Nel 1224 sul Monte La Verna riceve le stimmate. Nel 1225 detta il Cantico delle Creature: “Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature”. Muore ad Assisi il 3 ottobre 1226, a terra, sul saio. La sua Umbria è fatta di eremi, di chiese povere, di boschi. È una geografia dell’anima.

Mentre la Sicilia di Federico è sole, mare, lava, palazzi arabi-normanni. Nasce a Jesi, nelle Marche, il 26 dicembre 1194, da Enrico VI di Svevia e Costanza d’Altavilla. Re di Sicilia a 3 anni. Imperatore nel 1220. Stupor Mundi. Parla latino, volgare, greco, arabo, francese, tedesco. Fonda l’Università di Napoli nel 1224. Promulga le Costituzioni di Melfi nel 1231. Fa costruire Castel del Monte in Puglia, nel 1240. Castello ottagonale, senza fossato, senza ponte levatoio. Geometria e mistero. A Palermo tiene corte di scienziati, poeti, astrologi, traduttori.
La Scuola poetica siciliana inventa il sonetto. Il De Arte Venandi cum Avibus è trattato di falconeria e insieme trattato di scienza. Nel 1229 è a Gerusalemme. Non con la spada. Con il trattato. Ottiene la città da al-Kāmil. Muore a Castel Fiorentino, in Capitanata, il 13 dicembre 1250. La sua Sicilia è fatta di castelli, di porti, di moschee trasformate in chiese, di palazzi dove si parla arabo e latino. Tra Francesco e Federico i viaggi sono il tracciato tra chiese e castelli.
Francesco viaggia a piedi. Da Assisi a Roma. Da Firenze a Bologna. Da Ancona al mare per imbarcarsi verso l’Oriente. Entra nelle chiese e le restaura con le mani. San Damiano, la Porziuncola. Non possiede pietre. Le abita.
Il suo castello è il creato: “frate Sole, sora Luna, frate Vento”. Il suo potere è la parola che disarma.
Federico viaggia a cavallo e per mare. Da Palermo a Napoli. Da Augusta a Foggia. Da Cremona a Lucera. Entra nei castelli e li trasforma in laboratori. Castel Capuano, Castel dell’Ovo, Castel Maniace a Siracusa. Possiede pietre. Le ordina. Il suo creato è da misurare, classificare, governare. Il suo potere è la legge scritta, la moneta, l’esercito, la burocrazia. Due itinerari opposti che attraversano lo stesso Mediterraneo.
Francesco va verso i poveri. Federico va verso i dotti. Francesco parla con il Sultano per testimoniare. Federico parla con il Sultano per trattare. Eppure entrambi capiscono che l’Oriente non si conquista solo con le Crociate. Si comprende. Siamo in un tempo di tradizione e innovazione. I conflitti campeggiano.
Il Duecento è tempo di diatribe. Federico è scomunicato due volte da Gregorio IX. Chiamato Anticristo, Bestia dell’Apocalisse. Accusato di favorire gli Arabi, di dubitare, di vivere da epicureo. Eppure lui risponde con le leggi, con la scienza, con la tolleranza religiosa a Palermo e a Lucera. Francesco è guardato con sospetto dai cardinali. Troppo radicale. Troppo povero. Accusato di disordine. Eppure ottiene protezione da Onorio III nel 1216 con la Bolla del Perdono di Assisi. Conflitti anche tra i due mondi. Il potere vuole ordine. La Croce vuole gratuità.
Federico costruisce lo Stato moderno: funzionari, registri, fisco. Francesco costruisce la fraternità: “Siamo tutti fratelli”. Eppure entrambi recuperano civiltà. Federico recupera Aristotele dagli Arabi, il diritto romano, la medicina salernitana. Francesco recupera il Vangelo, la povertà, la natura come sacramento. Due umanesimi. Uno classico, l’altro evangelico.
Nel loro cammino comunque la bellezza e il creato restano al centro del loro meditare. Per Federico la bellezza è misura. Castel del Monte è matematica. La corte di Palermo è musica, poesia, scienza. La bellezza serve a governare. A mostrare ordine. Per Francesco la bellezza è relazione. “Laudato si’ per sora acqua, la quale è multo utile et humile”. La bellezza serve ad amare. A riconoscere. Uno guarda il creato dall’alto del trono. L’altro dal basso della terra. Uno lo studia. L’altro lo benedice. Ma entrambi lo pongono al centro.
Il crocevia di tutto è il Mediterraneo. Tra Palermo e Assisi corre il mare. È il mare delle Crociate, dei mercanti, dei pellegrini, degli eretici, dei mistici. Federico lo naviga con le flotte. Francesco lo attraversa con la fede. Nel 1219 Francesco parla con al-Kāmil. Nel 1229 Federico firma con al-Kāmil. Dieci anni di distanza. Stesso interlocutore. Stessa sponda. Dialogo al posto della guerra. È questo il segno più moderno del Duecento. Federico e Francesco non si incontrarono mai. Avrebbero potuto a Roma nel 1220. Non accadde. Forse è meglio così. Perché il confronto è rimasto puro. Da Federico abbiamo l’idea che la politica può essere intelligenza. Che governare è conoscere, è tradurre, è far dialogare culture. Che il Mediterraneo è ponte, non muro. Da Francesco abbiamo l’idea che la religione può essere poesia. Che la povertà è libertà.
Che la natura non è da sfruttare ma da chiamare sorella.

Riprendo il concetto già citato. “Il giorno che vorrò castigare una provincia la farò governare da un filosofo”. Paura del pensiero. Paura della verità. Francesco non rispose. Cantò: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra Morte corporale”. Accettazione. Non paura. Tra il castello di Federico e la chiesa di Francesco c’è tutto il nostro tempo. Tra la legge e la lode. Tra la ragione che ordina e il cuore che ama. Due soli. Uno tramonta in Puglia nel 1250. L’altro si spegne in Umbria nel 1226. Ma la loro luce attraversa ancora il Mediterraneo. E ci chiede di scegliere, ogni giorno, se abitare il mondo come governanti o come fratelli. Una riflessione che tocca tutti i secoli e si fa punto nevralgico della modernità con la quale tutte le epoche si devono confrontare. Francesco e Federico sono riferimenti che hanno vissuto l’età del Medioevo ma quel pensiero e quella religiosità sono dentro I nostri passi. Passi incisi in un Mediterraneo che è destino. @Riproduzione riservata
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