Ex Ilva, Ferrari (Confindustria Genova): “Lo diciamo da febbraio, serve una gara dedicata per Genova e Novi”
- Postato il 30 luglio 2026
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- Di Genova24
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Genova. “Lo stop chiesto dal tribunale di Milano sull’Ilva di Taranto è un cambiamento di situazione veramente notevole e non è possibile perseguire con il tentativo di vendita completa di tutta Acciaierie d’Italia come è stato fatto fino ad adesso, bisogna iniziare a ripensare a un piano strategico che tenga conto di quello che noi diciamo da febbraio, come Confindustria Genova e Confindustria Alessandria, che è una vendita unitaria era difficile ma che era fondamentale invece lavorare su Genova e su Novi per preservare il lavoro dell’acciaierie, ma soprattutto per fare una reindustrializzazione di aree che per noi sono fondamentali, quelle di Cornigliano. Oggi avere un milione di metri quadri con solamente 900 addetti, e un’attività che ragionevolmente andrà a fermarsi, perché se Taranto si ferma non arrivano più i coil che devono essere lavorati, siamo in una situazione estremamente critica”.
A parlare è Fabrizio Ferrari, presidente di Confindustria Genova, che commenta i possibili scenari sul presente e il futuro dell’ex Ilva. “Anche sulle aree – dice – servono azioni a livello governativo, ma spero che tengano conto di quelle che sono state le nostre indicazioni. L’accordo di programma del 2005 non ha raggiunto gli obiettivi, questo è chiaro ed è di fronte a tutti, restare legati a quell’accordo di programma significa arrivare alla desertificazione di quell’area, sarebbe un errore”.
Ferrari commenta anche le indiscrezioni che parlano dell’ipotesi di interessi di gruppi italiani per le fabbriche di Genova e Novi, un’ipotesi che si era fatta strada anche nel corso della gara precedente: “Mi risulta ci siano stati interessamenti e la risposta è stata negativa. Nel momento in cui si chiudono i forni a caldo significa che non abbiamo più i coil da lavorare su Genova e su Novi, quindi di fatto stiamo chiudendo. Ci vuole una soluzione che sia una soluzione alternativa a questo”.
Una delle ipotesi circolate nelle ultime ore è quella di una cordata nazionale con come apripista il gruppo Arvedi che già tempo addietro aveva un piano che prevedeva lo spegnimento dell’area a caldo, il mantenimento in attività dell’area a freddo e degli stabilimenti del Nord, alimentati con bramme acquistate sul mercato, per poi realizzare nel giro di tre-quattro anni un forno elettrico destinato a ripristinare la produzione dell’acciaio.
L’auspicio di Ferrari su una gara diversa – quello che un tempo i sindacati chiamavano spezzatino – è confermata anche da voci di governo: il sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano ha confermato che il prossimo step sarà “riperimetrare la gara sull’area a freddo”, valutando contemporaneamente l’impatto occupazionale e la possibilità di coinvolgere nuovi investitori. Aspetto toccato anche durante la recente call tra il ministro dell’Industria Adolfo Urso, il presidente della Regione Liguria Marco Bucci e la sindaca di Genova Silvia Salis.
Il maggiore interesse del solo ciclo a freddo non mette comunque al riparo da criticità: l’alimentazione con bramme da acquistare da altri produttori o dall’estero, quindi senza autonomia, rende fragile l’operazione. C’è poi la questione della bonifica dell’area a caldo, lunga e onerosa. Per non parlare dell’occupazione: lo spegnimento degli impianti a caldo porterebbe a dimezzare la forza lavoro necessaria all’ex Ilva a livello nazionale.
Per questo i sindacati metalmeccanici sono già pronti a dare battaglia e annunciano un “autunno caldo” se il governo non prenderà misure rapide ed efficaci per salvaguardare industria e occupazione.
“Chiediamo al governo di intervenire con la massima urgenza per salvaguardare la siderurgia italiana, garantire la continuità produttiva di tutti gli stabilimenti del gruppo e mantenerlo unito e coeso – si legge in un volantino dell’Rsu di Acciaierie d’Italia a Cornigliano – chiediamo che gli eventuali esuberi vengano gestiti attraverso tutti gli strumenti volontari di ammortizzazione sociale e che si avvii un ricambio generazionale in tutto il gruppo. Chiediamo inoltre che nell’immediato sia garantita la continuità operativa degli impianti di laminazione acquistando bramme e laminando rotoli per tutti i siti”.
“I due treni a caldo di Taranto ci risulta abbiano una capacità potenziale sufficiente a garantire la piena produzione degli impianti di laminazione di Taranto, Genova, Novi Ligure e di tutti gli altri impianti del Nord Italia. Il tavolo tecnico convocato a Palazzo Chigi deve tradursi rapidamente in una soluzione concreta attraverso investimenti, decarbonizzazione, tutela dell’occupazione, della salute e della sicurezza”, prosegue il volantino.
“Attendiamo in tempi rapidi, decisioni coerenti con questa impostazione. Non c’è più tempo! Riteniamo sia necessario che già dai prossimi incontri calendarizzati vengano accolte le nostre richieste. Se non arriveranno risposte concrete e positive in tempi rapidi, la mobilitazione sarà inevitabile: ci aspetta un autunno di forte protesta a difesa del lavoro, dell’industria e del futuro della siderurgia italiana”, preannunciano i rappresentanti dei lavoratori.