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Oggi 27 agosto 2026 giunge la notizia della morte di Ratko Mladić a 84 anni nel carcere dell'Aia. Condannato all'ergastolo per genocidio, ha segnato la pagina più buia della storia europea recente. Ripercorriamo il profilo del "boia di Srebrenica" con un articolo di Adriano Monti Buzzetti Colella pubblicato nel 2012 su Focus Storia, con i ricordi diretti dell'ex inviato Rai nei Balcani Ennio Remondino.
Scheveningen, Olanda, carcere speciale delle Nazioni Unite. I criminali di guerra iugoslavi catturati dalla giustizia internazionale sono tutti lì. E lì, da poco meno di un anno, una cella di 15 metri quadrati ospita il prigioniero numero 37: Ratko Mladić. Un settantenne dalla salute malferma è ciò che resta del più sanguinario leader militare dei Balcani: braccio armato della pulizia etnica, stratega del martirio di Sarajevo, ribattezzato "boia di Srebrenica" dopo il massacro di migliaia di musulmani perpetrato dalle sue truppe nella città bosniaca (1995). "Le frontiere sono sempre state tracciate col sangue, e le nazioni sono sempre state delimitate dalle tombe", amava dire quest'uomo che nella vita ha indossato più divise che abiti civili.
L'infanzia inquieta e le origini dell'odio balcanico
Guerra e sangue segnarono dall'inizio la sua esistenza. Nacque nel 1943 a Kalinovik (a sud di Sarajevo) e a soli due anni gli ustascia, i fascisti croati, gli uccisero il padre che militava tra i partigiani del maresciallo Tito, padre della Iugoslavia. La madre allevò tre figli e quell'infanzia fu segnata da povertà e rancori. Dopo le elementari si mantenne con lavoretti ed entrò alla scuola militare. Seguirono l'accademia e il corso ufficiali, concluso col massimo dei voti. Da allora la sua strada fu in uniforme.
. Come militare si dimostrò in gamba, e la carriera gliene diede atto: nel 1990, quando la Iugoslavia comunista si disgregò, aveva raggiunto il grado di colonnello. E il suo ruolo crebbe a mano a mano che le tensioni nei Balcani sfociavano nel più complesso e sanguinoso conflitto europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mladić sposò l'ideologia di Belgrado e il mito della "Grande Serbia" vagheggiata dal presidente Milošević; i territori abitati dai serbi non dovevano uscire dall'orbita della Federazione iugoslava. Nel '91 fu in Dalmazia a comandare il IX Corpo d'armata dell'Esercito popolare contro i secessionisti croati. Ma dall'anno successivo il suo palcoscenico diventò la natia Bosnia-Erzegovina.
La pulizia etnica nei Balcani e le testimonianze dall'inferno
Fu proprio là che le tensioni tra i "bosgnacchi", cioè i bosniaci musulmani (allora il 44% della popolazione), i serbo-bosniaci (31%) e i croato-bosniaci (17%) sfociavano in una guerra senza quartiere. «Tre armate diverse percorrevano quelle terre con rappresaglie incrociate, ciascuna con gruppi paramilitari di tagliagole a fiancheggiarle», racconta Ennio Remondino, a lungo inviato speciale Rai nei Balcani. «Il principio-guida era la pulizia etnica, un concetto antico quanto la guerra. È però un delitto contro la verità semplificare dicendo che i "cattivissimi" fossero tutti da una parte».
L'assedio di Sarajevo: quattro anni sotto il terrore delle bombe
Pochi mesi dopo, nei territori a prevalenza serba nacque la Republika Srpska, e il neoeletto presidente e capo delle forze armate, Radovan Karadžić, nominò Mladić capo di stato maggiore. L'orfano di Kalinovik era ora per tutti un capo militare carismatico con decine di migliaia di soldati ai suoi ordini. La sua prima impresa fu l'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia recente: tra bombardamenti e attacchi dei cecchini, in quasi quattro anni morirono oltre 10 mila civili.. Chi era davvero a quel punto Ratko Mladić? Remondino lo ricorda così: «Alto e corpulento, il classico ufficiale di carriera. Un tipo da prendere con le molle, anche se in quel contesto di fanatici in divisa, tra cui troneggiava lo "psichiatra pazzo" Karadžić, Mladić poteva apparire quasi un tipo normale. Del resto molti in quel gruppetto erano persone disturbate, traumatizzate dalla guerra. Il padre e la madre di Milošević, per esempio, morirono suicidi. Anche la figlia di Mladić, Ana, nel '94 si tolse la vita. E c'è chi dice che lo abbia fatto proprio dopo aver scoperto quello che il padre stava combinando».
Il genocidio di Srebrenica e il racconto dell'inviato Rai Remondino
Nell'ultimo anno di guerra la fama di Mladić si legò a un luogo preciso: Srebrenica, la cittadina della Bosnia Orientale dove le Nazioni Unite avevano creato una zona protetta con circa 20 mila sfollati musulmani. L'11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache irruppero nel sobborgo di Potočari, dove in un'ex fabbrica di batterie alloggiavano i rifugiati e iniziò l'inferno: solo donne e bambini furono risparmiati, mentre adulti e adolescenti di sesso maschile furono condotti via sui camion per essere giustiziati a migliaia nelle campagne circostanti. «Sono stato il primo giornalista occidentale a mettere piede a Srebrenica dopo il massacro». racconta Remondino. «Ero nella Sarajevo assediata quando via radio iniziarono ad arrivare notizie della strage.
Dopo una decina di giorni ottenni da Karadžić il permesso di recarmi sul posto, ovviamente insieme a qualche suo "cane da guardia", io, il cameraman e l'interprete, più una troupe della Cnn. Le prime immagini che il mondo vide furono le nostre; la città distrutta, il minareto e la moschea rasi al suolo. Ovviamente non c'erano morti in giro, l'area era stata "bonificata". Però c'era qualcosa che le immagini non possono raccontare: l'odore. Uno spaventoso odore di morte e decomposizione».
Le cifre ufficiali parlano di 8.372 vittime. Il genocidio - così lo dichiarerà nel 2001 all'Aia il Tribunale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Iugoslavia - si compì senza che i 600 caschi blu, in maggioranza olandesi, muovessero un dito. «Prima non disarmarono i combattenti bosgnacchi che, nascosti tra la maggioranza di civili inermi, avevano condotto attacchi contro i villaggi serbi dei dintorni. Poi, a luglio, non intervennero durante la rappresaglia serbo-bosniaca di Srebrenica».
E Mladić? «La sua presenza sul posto è documentata, ci sono filmati che lo ritraggono mentre accarezza con fare rassicurante la testa di un bambino». Ma il lavoro del boia non era finito. In tre anni di guerra lo "stato di servizio" delle milizie di Mladić e dei loro supporter irregolari, come le famigerate "Tigri" di Arkan si arricchì di altri massacri di civili e di stupri di massa.
La latitanza dorata a Belgrado e la caccia della Del Ponte
Nel novembre 1995 gli accordi di Dayton (Usa) posero fine alle ostilità e la giustizia internazionale si mise in moto. La stella di Mladić, ormai ricercato, era al tramonto. Ma solo l'anno dopo, per decisione del presidente della Repubblica Serba di Bosnia Biljana Plavšić, lasciò il comando dell'esercito. Iniziò una lunga latitanza con la complicità di politici, uomini d'affari ed ex commilitoni che per suo conto affittavano appartamenti e acquistavano viveri e carte telefoniche prepagate.
In Bosnia gli impervi territori non aiutarono le ricerche mentre a Belgrado, dove si dice vivesse protetto da uomini dei servizi segreti serbi, era praticamente di casa. Inseguito inutilmente da Carla Del Ponte, il procuratore del Tribunale dell'Aia, Mladić diventò una primula rossa, avvistato ora qua, ora là. «Io stesso», rivela Remondino «ho raccolto le confidenze di una persona attendibile che mi disse di averlo incontrato in un lussuoso ristorante a Belgrado, con i capelli tinti di rosso e un seguito di bodyguard». Nel 2006 al Tribunale dell'Aia iniziò il processo in contumacia per lui e Karadžić, mentre la famiglia cercò invano di farlo dichiarare morto (fino all'anno prima, però, il "cadavere" riscosse la pensione militare).. La latitanza si concluse il 26 maggio 2011, quando Mladić fu arrestato dopo una delazione anonima ed estradato all'Aia per raggiungere Karadžić, catturato nel 2008. Fu tradito dalla troppa sicurezza? O forse la Serbia decise di non essere più "ostaggio" del suo ex paladino: una delle condizioni per entrare nell'Ue era infatti consegnare i suoi criminali di guerra.
Il processo all'Aia e la "piccola Iugoslavia" in carcere
Le udienze preliminari al Tribunale dell'Aia, nel 2011, si sono svolte in un clima surreale: Mladić che difendeva la sua "guerra giusta" e alzava la voce con i familiari delle vittime. Il processo per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità inizierà il prossimo 14 maggio. Agli atti ci sono anche i suoi diari: oltre 3.500 pagine fitte di deliri sulla necessità di "sbarazzarsi della popolazione musulmana".
In attesa di tornare alla sbarra, però, il "boia" vive in quella che Remondino chiama "piccola Iugoslavia" a Scheveningen. «Se il detenuto Ante Gotovina, ex generale croato e massacratore di serbi, festeggia il compleanno, invita a festeggiare anche i nemici di ieri. Oppure ci sono criminali di guerra ortodossi e musulmani che si fanno gli auguri alle rispettive festività. Tutti, con la divisa da galeotti, a darsi pacche sulle spalle. Dopo migliaia di morti, è davvero grottesco»..
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