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Due anni fa la Russia cedette il suo padiglione in Biennale alla Bolivia. Una testimonianza da dentro 

In sintesi

Nel 2022 la Russia ha ceduto il proprio padiglione alla Biennale di Venezia alla Bolivia, generando dibattiti internazionali legati al contesto geopolitico. L'artista boliviana Inés Fontenla, invitata a esporre nel 2024, ha declinato l'invito e racconta le sue motivazioni critiche. La sua testimonianza diretta getta luce sulle complessità etiche e artistiche che continuano a caratterizzare questo spazio espositivo, sollevando interrogativi sulla responsabilità culturale e sulla memoria negli eventi internazionali.

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Due anni fa la Russia cedette il suo padiglione in Biennale alla Bolivia. Una testimonianza da dentro 

Dopo aver letto diversi articoli dedicati al Padiglione della Russia che verrà allestito per la imminente Biennale di Venezia, sento il bisogno di raccontare la mia esperienza.  

Venni invitata dalla Bolivia a partecipare alla Biennale del 2024. In quella occasione la Russia aveva ceduto il proprio padiglione proprio alla Bolivia. Tra i due paesi in quel periodo c’erano forti relazioni economiche e politiche. Relazioni che sono cambiate dopo le ultime elezioni del 2025 in Bolivia. 

La Bolivia nel Padiglione Russo  

La curatrice che era stata incaricata di organizzare il Padiglione, invitò diversi artisti sudamericani, me compresa essendo io nata in Argentina, con l’idea di mettere in evidenza lo spirito di “hermandad y solidariedad” tra questi paesi. Ma poco dopo in coincidenza con un cambiamento interno al governo boliviano, furono sostituiti alcuni ministri, tra i quali il Ministro della Cultura. La curatrice fu esonerata e sostituita con il nuovo Ministro della Cultura a un mese della inaugurazione della Biennale  

Questi cambiamenti interni all’organizzazione mi portarono a fare una riflessione sulla opportunità di confermare la mia partecipazione. Capii che la situazione era molto più articolata e complessa di come si presentava all’inizio, quando pensavo alla Biennale come un organismo nel quale la Cultura e l’Arte fossero alla base di un’organizzazione libera da interessi e promotrice di valori. Ma l’essere stata coinvolta in prima persona ha sollecitato la mia consapevolezza: le cose non stavano così. 

Inés Fontenla, Requiem Terrae, installation view. Photo Rodolfo Fiorenza

Arte e politica: anche alla Biennale 

Ho capito ciò a cui prima ingenuamente non pensavo. Cioè che in realtà tutto si muove intorno a forti interessi economici e politici, come vediamo dopo due anni anche in questa Biennale del 2026. 

Molti paesi strumentalizzano gli artisti come pedine dentro uno schema propagandistico funzionale alla propria politica. Investono grandi somme per promuoversi, lasciando da parte gli aspetti culturali che, molti artisti come me, credevano fossero prioritari in questo genere di eventi. Invece nella loro visione delle cose l’Arte viene gestita come qualcosa di funzionale alla politica a insaputa degli artisti. 

Vidi il modo in cui le cose cambiavano velocemente mentre la gestione del Padiglione passava dalle mani della Bolivia alla Russia. Questa grande potenza, dopo la chiusura del 2022 del suo padiglione, stava usando la Bolivia come paravento per riproporsi. Era chiaro che lo scopo era questo, questa grande potenza aveva degli scopi ben precisi.  Voleva presentarsi al mondo intero, non solo della cultura di cui la Biennale di Venezia è un’importante finestra, ponendosi come un paese con molti paesi “amici”, dare un’immagine edulcorata della propria politica interna ed estera, che invece in realtà è sempre molto aggressiva e poco chiara. 

Inés Fontenla, Requiem Terrae, particolare, installation view. Photo Rodolfo Fiorenza

L’arte di Inés Fontenla 

Il mio lavoro trae ispirazione dalla pace e vuole parlare di pace, per questo decisi, con grande sforzo, di non partecipare al tentativo di strumentalizzazione di questa potenza militare. 

Oggi vedo che l’intenzione è simile a quella di due anni fa, quando decisi di dimettermi. 

Per questo penso che chiedere di non far partecipare la Russia e chiudere il suo padiglione non voglia dire discriminare gli artisti russi, né tanto meno la cultura Russa della quale sono grande ammiratrice. Non dimentichiamo che alla Biennale del 2022, il Padiglione Russo è stato chiuso dopo che lo stesso curatore e gli stessi artisti russi si sono dimessi, come protesta per la invasione dell’Ucraina, manifestando una grande dignità. 

Per concludere vorrei mettere in evidenza che il Padiglione è gestito dai magnati e oligarchi di una grande potenza economico-militare e che il mondo della cultura Russa in molti casi è in disaccordo con le loro politiche, come abbiamo visto chiaramente nel 2022. 

Inés Fontenla 

L’articolo "Due anni fa la Russia cedette il suo padiglione in Biennale alla Bolivia. Una testimonianza da dentro " è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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