Draghi e Stiglitz: l’Europa è sola, ma l’Italia ha l’Europa. Il commento di Cerra
- Postato il 15 maggio 2026
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Aquisgrana e Santa Margherita di Pula, 14 maggio. Due interventi, nella stessa ora, compongono la diagnosi più organica che l’Europa abbia ascoltato negli ultimi due anni. Mario Draghi riceve il Premio Carlo Magno e formalizza il discorso politico-economico atteso dal Report del 2024, mentre Joseph Stiglitz apre il Linkontro NielsenIQ con un’analisi che converge sul punto: l’Europa è sola.
Il rimedio politico di Draghi si chiama federalismo pragmatico: coalizioni di volenterosi che decidono dove i ventisette non riescono, l’euro come precedente, la realizzazione che produce legittimità invece di erodersi nei comitati. Stiglitz aggiunge la geopolitica: “È Xi ad avere le carte”. Sono cornici solide, che però si fermano entrambe sulla soglia di un passaggio. Il discorso di Aquisgrana è il punto più alto raggiunto dal pensiero europeo sulla competitività dopo il Report del 2024. Draghi nomina con esattezza la contraddizione che ci tiene fermi: abbiamo aperto le frontiere esterne senza completare il mercato interno, e la fragilità che attraversiamo discende da lì.
Il “Made in Europe” come domanda aggregata strategica, capace di trattenere le industrie a lunga maturazione (semiconduttori, tecnologie pulite, difesa), supera il dualismo fra mercatismo e statalismo. Il federalismo pragmatico riconnette capacità di realizzazione e legittimità democratica, un nesso che il modello a ventisette ha smarrito da almeno un decennio. Stiglitz approfondisce sul piano geopolitico: lo choc decisivo viene dall’America prima ancora che dalla Cina, dall’erosione interna di un sistema democratico che pensavamo invariante. E aggiunge un dato che il 1973 non conosceva: le strozzature globali oggi vanno oltre petrolio e gas e includono alluminio, elio, fertilizzanti, componenti industriali strategici, mentre Pechino controlla le filiere. Su tutto questo è difficile dissentire. Resta aperta una domanda che né Draghi né Stiglitz affrontano: cosa l’Europa costruisce, in concreto, dentro le due cornici.
Partiamo dal Made in Europe: l’idea regge solo se diventa meccanismo, fatto di acquisto pubblico orientato, standard europei di interoperabilità che selezionino le filiere ammissibili, contratti pluriennali con target industriali misurabili e clausole di revoca. È la grammatica operativa che trasforma uno slogan in leva. Sul punto Philippe Aghion, Nobel 2025, lavora da decenni: la politica industriale produce risultati quando il pubblico orienta la domanda, non quando sussidia l’offerta. Una stima del Centro Economia Digitale, sviluppata nel Rapporto Strategico 2026 High-Tech Economy, quantifica la posta in gioco: per ogni euro di valore aggiunto generato da settori ad alta intensità tecnologica, il Pil europeo cresce di 3,9 euro in tre anni. È un moltiplicatore che cambia la scala del ragionamento e sposta l’orizzonte dalla protezione difensiva di settori strategici all’attivazione di un meccanismo capace di restituire rendimenti sconosciuti agli interventi di vecchia generazione.
Sull’intelligenza artificiale il divario è netto, e Draghi lo quantifica: nel 2030 gli Stati Uniti spenderanno cinque volte più dell’Europa in data center, e per pareggiare l’ambizione la domanda elettrica europea dovrebbe crescere del 20-30%. Resta sospesa la domanda decisiva, quella su dove l’Europa possa trovare un vantaggio differenziale. Stiglitz, alla stessa ora, offre una traccia: la leadership americana è meno inattaccabile di quanto i mercati immaginino, i modelli open source come DeepSeek erodono i margini, gli extraprofitti permanenti diventano difficili da costruire. La risposta plausibile sta nei domini verticali dove l’industria europea matura si integra con il calcolo di frontiera, mentre la scala generale del calcolo resta terreno su cui il nostro ritardo è strutturale.
Energia, manifattura avanzata, difesa, sanità, infrastrutture: cinque perimetri in cui possediamo gli asset e in cui l’IA produce un valore difficile da replicare altrove, come un sistema che ottimizza in tempo reale i consumi energetici di un impianto manifatturiero complesso o una piattaforma diagnostica che integra dati proprietari di sistemi sanitari universali. Sulle tecnologie a propagazione orizzontale, quelle che come l’IA attraversano tutti i settori, il valore si concentra dove la tecnologia viene applicata, non dove viene prodotta. L’Europa possiede gli asset; l’architettura per attivarli, invece, è ancora da costruire.
C’è poi la coopetizione: più di 160 accordi di difesa bilaterali e plurilaterali firmati dopo l’invasione russa, sei dei quali con clausola di difesa reciproca, costituiscono un fenomeno empirico straordinario che attende ancora di essere nominato come metodo. La cooperazione fra concorrenti si forma sotto pressione strategica: in difesa contro la minaccia russa, in tecnologia di fronte all’asimmetria fra Washington e Pechino, nelle materie prime critiche dove Stiglitz colloca il vantaggio strategico cinese nel confronto con Trump.
I brevetti collaborativi fra imprese in concorrenza diretta sono cresciuti del 159% fra il 2003 e il 2022, e la coopetizione si è affermata come regime, superando lo statuto di eccezione episodica. Il federalismo pragmatico potrà funzionare solo accettando questa grammatica, perché le coalizioni di volenterosi sono frequentemente coalizioni di concorrenti che cooperano su perimetri specifici e competono sul resto: una sintassi diversa da quella della cooperazione classica fra alleati, da imparare in fretta.
A Santa Margherita di Pula Stiglitz si è soffermato sull’Italia con una domanda aperta, quasi affettuosa: come trasformare l’energia imprenditoriale diffusa, fatta di manifattura avanzata, moda, design, distretti d’eccellenza, in crescita strutturale stabile. La risposta che propongo da anni nei lavori del Centro Economia Digitale parte da un dato che né Aquisgrana né Santa Margherita nominano.
Il 70,9% della ricerca e sviluppo privata italiana si concentra in settori ad alta intensità tecnologica che pesano il 10,9% del valore aggiunto nazionale: pochi comparti, altissima densità innovativa, una leva profondamente asimmetrica che nessun altro paese europeo possiede in questa forma. È esattamente il profilo per cui il paradigma demand-pull e l’integrazione verticale fra base industriale e intelligenza artificiale producono i moltiplicatori più alti.
L’implementazione del Libro Bianco “Made in Italy 2030”, elaborato dal Mimit, è la prima occasione concreta per metterli alla prova. È qui che l’Italia smette di occupare la periferia del dibattito europeo e diventa il laboratorio dove la formula di Aquisgrana può essere verificata prima e meglio che altrove. L’Italia ha l’Europa, in questo senso preciso: possiede la struttura industriale per costruire ciò che l’Europa, in astratto, chiede di costruire. La tenuta del disegno di Draghi, e la fondatezza dell’avvertimento di Stiglitz, si misureranno qui.