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Dl Sicurezza, dopo lo stop di Mattarella il governo fa un decreto correttivo. L’attacco della Lega al Quirinale

  • Postato il 21 aprile 2026
  • Politica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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  • 6 min di lettura
Dl Sicurezza, dopo lo stop di Mattarella il governo fa un decreto correttivo. L’attacco della Lega al Quirinale

di Liana Milella e Giacomo Salvini

Sono passate da poco le 22 e 30 quando dal Tesoro arriva una telefonata al sottosegretario leghista Nicola Molteni, che da ore si sta prendendo gli improperi delle opposizioni in commissione alla Camera: “Non ci sono le coperture, non si può fare…”. Il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani fa la spola telefonica col presidente della commissione Affari Costituzionali Nazario Pagano e col sottosegretario Alfredo Mantovano che poche ore prima è salito al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva chiesto di cambiare il decreto Sicurezza per togliere la norma sul premio economico per gli avvocati che aiutano i migranti nei rimpatri: “Non si può più perdere tempo, rischiamo di non farcela coi tempi del Senato”, sospira Ciriani. Così si cambia ancora. In commissione prima Pagano e poi Molteni annunciano a tarda sera ai parlamentari increduli: niente emendamento correttivo, il decreto Sicurezza sarà approvato così com’è. Poi mercoledì, dopo il voto di fiducia, il Consiglio dei ministri approverà un decreto correttivo del decreto stesso, come chiesto dal Quirinale.

Epilogo di una giornata in cui la maggioranza ha sbandato diverse volte. La norma contestata era stata inserita al Senato con un emendamento dei relatori e prevedeva un compenso economico per gli avvocati che aiutano i migranti nelle pratiche di rimpatrio, ma solo se quest’ultimo va a buon fine. Il Colle, nel primo pomeriggio, manifesta dubbi di costituzionalità: come racconta Il Fatto, se l’articolo non viene tolto il presidente della Repubblica Mattarella non firma il decreto. I tempi in commissione alla Camera sono contingentati ma le opposizioni iniziano a chiedere conto, subito dopo pranzo, delle notizie che appaiono sui giornali: cosa intende fare il governo sull’articolo 30-bis? Niente, replica il governo. Il presidente della commissione Pagano (Forza Italia) sminuisce: “Si tratta esclusivamente di indiscrezione di stampa che non possono condizionare l’andamento dei lavori delle commissioni riunite”. Ma il primo segnale di nervosismo nei confronti del Quirinale arriva dalla Lega. Il deputato veneto Gianangelo Bof prende la parola per chiedere al governo se siano vere le richieste di correzioni del Quirinale con provocazione inclusa nei confronti di Mattarella: “Non è verosimile che istituzioni di garanzia a cui va la mia massima considerazione facciano trapelare indiscrezioni alla stampa, senza interloquire con gli organi costituzionali preposti”. Molteni resta in silenzio.

Negli stessi istanti, il decreto Sicurezza viene stroncato anche dal comitato per la Legislazione, l’organo della Camera presieduto dal meloniano Riccardo De Corato che deve dare i pareri su come vengono scritte le leggi. Il comitato, che si esprime all’unanimità, approva un parere in cui non solo chiede alla maggioranza di chiarire alcune questioni di formulazione linguistica della norma ma scrive un monito anche al governo sui tempi di approvazione delle leggi: l’esecutivo “abbia cura” di avviare una riflessione “per individuare modalità idonee ad evitare un eccessivo intervallo di tempo tra la deliberazione di un decreto in Consiglio dei ministri e la sua entrata in vigore in Gazzetta“. Insomma, non si può arrivare sempre all’ultimo minuto nella conversione dei decreti legge.

Intanto la commissione viene convocata e sconvocata in base alle notizie che escono dagli altri palazzi. Poco dopo le 18 è Mantovano a salire al Quirinale a colloquio dal presidente della Repubblica Mattarella. Quest’ultimo, si apprende da fonti parlamentari, lo dice anche al braccio destro di Meloni: se il decreto non cambia il presidente non lo firma. E così è. Addirittura qualcuno ventila la crisi: come fa Meloni a restare al suo posto in caso di rinvio alle Camere di un decreto così importante? Nella maggioranza iniziano a circolare i veleni: tutti puntano il dito contro il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che sarebbe l’artefice dell’emendamento presentato al Senato, mentre nella Lega accusano il senatore meloniano Marco Lisei, primo firmatario della proposta a Palazzo Madama. Antonio Tajani intanto riunisce i vicesegretari e i capogruppo a San Lorenzo in Lucina per parlare dei congressi ma fa subito capire la sua posizione, già annunciata in mattinata dal capogruppo Enrico Costa: “Una norma inaccettabile, com’è possibile che nessuno in maggioranza l’abbia letta?”.

La tensione è anche tra governo e Quirinale visto che poco prima di cena decide di esprimersi anche il sottosegretario all’Interno Molteni (leghista, molto vicino a Salvini) che in commissione pronuncia parole chiare che sembrano rivolte al Colle: “L’emendamento è stato firmato da tutti i gruppi di maggioranza e presentato prima in commissione e poi in aula a dimostrazione che non si tratta affatto di un blitz né del risultato dell’intervento estemporaneo di qualche ‘manina’ – attacca Molteni – ma è l’esito di un dibattito di cui tutti erano al corrente e al quale l’opposizione ha preso parte”. Una stilettata diretta al Quirinale.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano a ora di cena trova una prima soluzione: un emendamento della maggioranza che preveda che il premio economico venga dato a qualsiasi tutore di un migrante (non solo gli avvocati, dunque) e che il compenso venga pagato anche se il rimpatrio non avviene. Problema: una norma del genere produrrebbe un aggravio di spesa e il Tesoro è contrario. Anche a Palazzo Chigi ci sono dubbi: servirebbe un terzo passaggio parlamentare arrivando a ridosso del 25 aprile (il decreto scade sabato) e l’opposizione garantirebbe la chiusura dei lavori alla Camera entro giovedì sera. Così, alla fine, non se ne fa niente. Il decreto sarà approvato così com’è – con fiducia – e mercoledì mattina il Consiglio dei ministri approverà un nuovo decreto per cancellare o modificare la norma sui rimpatri.

Ipotesi che comunque comporterebbe un pasticcio perché costringerebbe il Quirinale a firmare insieme i due decreti. Ma al momento dalla Presidenza della Repubblica non ci sarebbero veti su questa soluzione. Nella maggioranza si è trovato anche un precedente: quello del senatore del Partito Democratico Meridionale Pietro Fuda che, ai tempi del governo Prodi (era il 2006), fece approvare un emendamento in legge di Bilancio per dimezzare i tempi di prescrizione per i giudizi contabili respinta dall’allora presidente Giorgio Napolitano. Norma corretta con decreto durante la vacatio legis, cioè i 15 giorni che intercorrono tra la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e l’entrata in vigore di una legge.

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Il Fatto Quotidiano

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