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Biagio de Giovanni, l'intellettuale marxista che rinnegò il comunismo

  • Postato il 23 aprile 2026
  • Cultura
  • Di Libero Quotidiano
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Biagio de Giovanni, l'intellettuale marxista che rinnegò il comunismo
Biagio de Giovanni, l'intellettuale marxista che rinnegò il comunismo

«L'autore si considera un apolide della sinistra». Così scriveva nel 2009 in A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? Biagio de Giovanni, il grande filosofo scomparso ieri a Napoli, la città ove era nato il 21 dicembre 1931. E così continuava: «L’apolidìa ha dei vantaggi. Non richiede nessuna acritica lealtà a una patria che non c’è, e mette nelle condizioni di pensare senza quei vincoli di appartenenza che talvolta possono giocare dei brutti scherzi». In verità con la sinistra, anzi con il marxismo di cui è stato in Italia uno dei maggiori interpreti, de Giovanni aveva fatto i conti già al momento della caduta del muro di Berlino con un articolo, nell’agosto 1989 che non poco aveva fatto infuriare i lettori de L’Unità: C’era una volta Togliatti e il comunismo reale. La necessità per la sinistra di voltare radicalmente pagina, de Giovanni la ribadì in La nottola di Minerva: PCI e nuovo riformismo (Editori Riuniti, 1989) e, ancor più, in Dopo il comunismo (Cronopio, 1990). In quest’ultimo libro, dopo aver osservato che «la fine del comunismo reale è la fine della radicalità di Marx, della sua filosofia della storia», de Giovanni scrive che, se «nel mondo resta certamente un vuoto, esso non si può riempire ricominciando a suonare la stessa musica». Quale fosse la nuova musica che per lui occorreva cominciare a suonare è presto detto: la democrazia liberale occidentale, da un punto di vista politico; la filosofia crociana, in sede teorica. Era stato proprio Benedetto Croce infatti, giovanissimo, a smontare la filosofia della storia marxiana, tenendo però ferma l’adesione a quel realismo politico, che restava anche per de Giovanni l’orizzonte imprescindibile in cui collocare e pensare il fatto politico.

Per il filosofo era un ritornare agli anni della formazione, quelli in cui si era laureato in giurisprudenza con una tesi di filosofia del diritto su Giambattista Vico in un ambiente fortemente permeato di storicismo crociano. Poi era arrivata la fase più propriamente marxista, ma di un marxismo anche a suo modo eretico perché aperto a una lettura della complessità della società tardo -capitalista non riconducibile a vecchie categorie. Insieme a Giuseppe Vacca e Franco Cassano, egli fu il leader di un vivace gruppo di intellettuali che si raccolse attorno alla casa editrice De Donato a Bari (della cui università era diventato nel frattempo docente). L’esperienza dell’école barisienne, come ironicamente si definì, si affinò ancor più in de Giovanni una volta tornato a Napoli, professore all’Orientale, con la direzione di una “rivista di filosofia e teoria politica”, Il Centauro, che può ben dirsi essere stata epocale nella storia della cultura italiana, anche se oggi nessuno più se ne ricorda. Il fatto è che quella rivista servì a sdoganare autori come Carl Schmitt, Ernst Junger, lo stesso Friedrich Nietzsche, che fino a quel momento erano stati ostracizzati tanto da non essere né tradotti né studiati. Insomma, il grande pensiero di destra, della “rivoluzione conservatrice”, persino reazionario, in Italia è stato introdotto nei giri intellettuali accreditati da intellettuali di sinistra (attorno a de Giovanni si riunirono in quell’impresa giovani filosofi alle prime armi come Massimo Cacciari, Roberto Esposito, Giacomo Marramao).

 

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Dopo una breve esperienza come rettore, dal 1989 al 1999 de Giovanni fu parlamentare europeo. L’Europa, come per tanti ex comunisti, divenne per lui il nuovo ideale. Spesso ciò non lo ha portato a vedere i difetti che erano nella costruzione dell’Unione sin dalla nascita, e che liberali come Dahrendorf e la Thatcher avevano individuato per tempo. Ma per un altro verso lo impegnarono profondamente nella delineazione, che mai si attuò prendendo altre forme, di una possibile costituzione europea come presidente della commissione di Strasburgo preposta agli affari costituzionali. Sempre più disincantato, senza mai perdere lucidità e onestà intellettuale, de Giovanni ha continuato ad intervenire nel dibattito pubblico quasi fino all’ultimo dei suoi giorni. La parte più rilevante della sua attività era però ormai filosofica, affidata a testi che ne mettevano in risalto la sua straordinaria capacità speculativa sugli amati Spinoza, Kant, Hegel, Gentile. Un posto particolare continuava ad avere però Croce, come le sue lezioni all’Istituto di Studi Storici dimostrano. In un libro stupendo, Libertà e vitalità. Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea (il Mulino, 2019), egli dimostrò come la “religione della libertà” rappresentasse solo un momento della riflessione crociana del liberalismo. La quale, dal 1938, è tutta volta a delineare una “teoria speculativa della libertà” che ne metta in luce il carattere ancipite e ambiguo. Quella sulla libertà, che il comunismo più di altre ideologie aveva negato, era per lui un’esigenza vitale. Quella libertà, amava dire, che è necessaria e impossibile, al tempo stesso.

 

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Autore
Libero Quotidiano

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