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Autenticità e/è responsabilità

  • Postato il 3 giugno 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Autenticità e/è responsabilità

“Nell’utilizzazione dei mezzi di trasporto, nell’impiego dei mezzi di informazione ognuno è altro fra gli altri. Questo essere “l’un con l’altro” omologa completamente il proprio esserci al modo d’essere “degli altri” e fa in modo che gli altri scompaiano ancora di più nella loro diversità e nella loro distinzione” scrive Martin Heidegger in Essere e tempo. Il saggio uscì nel 1927, sono trascorsi quasi cento anni, e oggi rivela la sua folgorante anticipazione, sarebbe sufficiente sostituire all’immagine dei mezzi di trasporto e ai quotidiani, a questi si riferiva il filosofo, con gli algoritmi del Web, per riconoscere, senza alcun tema di fraintendimento, l’omologazione, l’inautenticità, l’impero dell’impersonalità rappresentata dal “si” heideggeriano. Molto spesso le contrapposizioni dualistiche utilizzate nei titoli di saggi filosofici, come nel caso di Essere e tempo, nascondono un’identità, cioè la e congiunzione diviene, di fatto, una copula, ecco la ragione del titolo di queste righe che propone l’antitesi-congiunzione del concetto di autenticità, sempre in riferimento al pensiero heideggeriano, e responsabilità che, mi sembra evidente, rimanda alla denuncia di una sua nota discepola, mi riferisco ad Hannah Arendt de La banalità del male, all’assenza di pensiero che è, di fatto, rinuncia e fuga dalla responsabilità. Oggi non esiste più la dittatura nazista, ma sopravvive la banalità del depensamento, si rivela nell’omologante ingreggiamento da web, il potere non ha i baffetti ridicoli e non ricorre al climax ascendente da mediocre comiziante, piuttosto, elegantemente quanto stupidamente, si organizza secondo le regole degli algoritmi, così le marionette non si devono più travestire con camice nere, il popolo della rete conserva l’illusione dell’autonomia, della individualità, della democrazia e, in un feroce belare, si aggira tra il virtuale e le strade del paese producendo haters, adolescenti criminali, bullismo e improvvisati competenti delle più svariate discipline che, solo pochi reel prima, nemmeno sapevano esistessero.

La stupida banalità del male denunciata dalla Arendt, all’epoca del processo di Norinberga, si nascondeva dietro formule meschine come “ma io eseguivo degli ordini”, oppure “quello era il mio lavoro”, formule che tentavano di scovare un minimo di dignità nella vigliaccheria di chi era troppo stupido per cercare di comprendere e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Oggi l’ordine non è espresso da nessuno, sorge nel vuoto culturale ed etico di pre adolescenti e, tristemente, di diversi adulti solo anagrafici, è la voce subdola dell’algoritmo che suggerisce di accoltellare un insegnante, di filmare abusi consumati davanti ai propri occhi, di trasformare in incontrovertibili verità la propria superficialità e incompetenza, artatamente lusingate dai video, selezionati ad hoc da un anonimo e ottuso  algoritmo, per l’inadeguato navigatore del web. Certo, recuperando il pensiero di Heidegger, anche i vigliacchi di oggi non hanno scelto dove e perchè nascere, ancor meno di essere gettati in un mondo così difficile come quello governato da anonime intelligenze algoritmiche, ma nemmeno questo può sollevare il singolo dalla responsabilità del proprio agire, anche se si tratta di un gesto apparentemente insignificante come un clic per un mi piace da cellulare. Quanta vigliacca frustrazione anche negli interventi di incattivita critica nei confronti di affermazioni o pensieri incrociati nel corso del quotidiano rito depensato della  navigazione virtuale, fatico a comprendere quale subdolo brivido possa mai attraversare l’odiatore di turno mentre si accanisce nei confronti di un pensiero che non coincide con il proprio. Nessuna profonda analisi, intelligente dubitare, mettersi in discussione, per il leone da tastiera sarà più che sufficiente un po’ di tempo da occupare in qualche modo, qualche dogma incrollabile sposato per ottusità, il piacere di insultare e ferire qualcuno e voilà, il gioco è fatto. E poi? Sarà il tempo di attendere interrogandosi: “Chissà, magari troverò qualcuno che metterà un mi piace, forse addirittura molti, sarò allora un eroe da web, che importa la qualità di chi mi condivide, numero tra numeri ciò che conta è la quantità di like. Insomma, se per tutti ciò che importa è la “visibilità virtuale”, vorrà ben dire che ciò è bene, non siamo forse nel paradiso della democrazia?”

Dopo la breve sortita nel malinconico sottobosco della virtualità ferina, è bello  tornare all’insegnamento del maestro tedesco; la vita virtuale è, per antonomasia, una vita inautentica, superficiale, decisa da realtà aliene al soggetto, annegata nel mare del web. Non mi interessa, almeno in questa sede, indagare se la responsabilità è del mezzo, in altri tempi la si è assegnata allo stato, al mercato, alla religione, a seconda della prospettiva del pensatore che analizzava il fenomeno, ciò che è certo è che è sempre esistito il pericolo del “si dice”, la fuga dalla responsabilità individuale. Tale deresponsabilizzazione si realizzava in nome della legge, se il responsabile veniva riconosciuto nello stato; in nome del lavoro e del guadagno, se il responsabile era individuato nel mercato; in nome di Dio, se la responsabilità la si attribuiva alla religione. Va da sé che, se la responsabile è la rete, la fuga si consuma in nome della ancor più anonima e omologante vita virtuale da popolo del web. Mi sembra che l’analisi heideggeriana si applichi in maniera incredibilmente plastica alla realtà contemporanea: come non riconoscere una macroscopica “distorsione comunicativa” nel linguaggio della rete? Manca il soggetto, poco importa la fondatezza di ciò che si afferma, determinante è la ripetizione sloganistica di qualsiasi messaggio. E ancora: facile comprendere la “distorsione della percezione” in un contesto nel quale l’immagine conta più della parola e non può essere verificata, il fruitore, bombardato da infinite sollecitazioni video, assorbe in maniera acritica e superficiale ma, ancor più grave, inconsapevole, informazioni e verità che, in un secondo momento, incontra in se stesso come presunte espressioni della propia intelligenza. Infine: la commistione delle due distorsioni si autoconferma nella presunzione di conoscenza e competenza nei confronti di qualsiasi questione, che sia politica, militare, storica, etica o … culinaria!

Se vogliamo proseguire il nostro incedere sulle tracce del pensiero di Heidegger, l’unica possibilità per combattere la nichilistica perdita di coscienza di sè, tipica della dersponsabilità della vita inautentica, dovrebbe essere la ricerca del proprio sé autentico, la comprensione della propria provvisorietà, la consapevolezza di quel fastidio psichico che accompagna la progressiva scomparsa della profondità interiore, dell’interrogarsi, di esigere un senso libero e responsabile del proprio agire, ma credo che, in molti casi, la rinuncia alla fatica e al piacere della responsabilità sia così radicata nel vuoto esistenziale che, lo dichiaro con profonda angoscia, una simile operazione risulta estremamente improbabile. Se oggi riusciamo a giustificare, addirittura da parte di figure istituzionali, il ricorso alla violenza, sempre che queste militino dalla nostra parte politica; se non ci fa inorridire la guerra, in ogni sua forma, nel caso in cui un certo belligerante ha scovato motivazioni al suo agire affini il nostro credo; se ci rendiamo conniventi con l’atteggiamento di un genitore che difende il figlio che accoltella un docente, addirittura denunciando quest’ultimo; se ci lasciamo inebetire da video virali che sono forme di prostituzione più o meno dichiarata; quale tempo e quali possibilità etiche sopravvivono per la ricerca di sé? Credo che l’approccio sia da modificare: il sé non è già dato, non va ricercato come conclusione dell’indagine, il sé è costruzione, non lo incontrerò al traguardo, lo realizzerò nel corso del viaggio. Non ci sarà un premio, il premio sarò io stesso. Credo sia urgente un profondo ripensamento etico, non sarà facile risollevarci ancora dalla palude scivolosa del si dice, soprattutto ora che è virtuale, così, parafrasando abbastanza liberamente un noto aforisma, penso sia lecito concludere con una sentita esostazione: “Vivi ogni istante con lo stupore della prima volta e l’intensità dell’ultima e farai di te e della tua esistenza il tuo capolavoro”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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Il Vostro Giornale

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