Una famiglia su due senza aria condizionata. E usarla aumenta i consumi di energia del 15%: “Così il caldo estremo allarga le disuguaglianze”
- Postato il 2 agosto 2026
- Ambiente
- Di Il Fatto Quotidiano
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L’Italia è di nuovo schiacciata da un’ondata di caldo estremo. Il cambiamento climatico sta rendendo questi fenomeni sempre più frequenti e intensi, aumentando l’esposizione della popolazione a temperature pericolose. Di fronte a giornate di afa soffocante e notti tropicali, l’aria condizionata diventa uno dei pochi modi immediatamente disponibili per proteggersi. I benefici di questo strumento sulla salute sono comprovati, a partire dalla riduzione della mortalità legata alle ondate di calore, che fa 60mila vittime ogni anno in Europa, passando dai giovamenti sulla capacità cognitiva, sulla qualità del sonno e sulla salute mentale. Ma non tutti possono permettersi tali vantaggi. In Italia, la distribuzione dell’aria condizionata è profondamente disuguale. Solo una famiglia su due la possiede. Il problema non è solo il costo iniziale di installazione: l’uso del condizionatore aumenta il consumo annuo di energia elettrica del 15%. E questa crescita delle spese pesa in percentuale molto maggiore sui più poveri.
Per questo, la spesa energetica per il raffrescamento è diventata un indicatore rilevante della povertà energetica. Ovvero quella condizione per cui una famiglia non è in grado di accedere a un livello accettabile di servizi energetici per via dei costi eccessivi. Per chi è più in difficoltà, avere l’aria condizionata in casa significa dover destinare una percentuale rilevante del proprio reddito alle spese elettriche, come spiega Giacomo Falchetta, ricercatore del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici. Insieme ai colleghi ha analizzato l’accesso al raffrescamento domestico e i relativi consumi in 25 Paesi. Dividendo le famiglie in cinque fasce di reddito, lo studio mostra che quelle più ricche destinano all’aria condizionata tra lo 0,2 e il 2% delle proprie disponibilità economiche. Per le famiglie collocate nella fascia più povera, invece, il costo può arrivare fino all’8%. Il dato non riguarda specificamente l’Italia, ma rende evidente un meccanismo comune: più basso è il reddito, maggiore è la quota del bilancio familiare necessaria per difendersi dalle temperature estreme.
La disuguaglianza, però, comincia ancora prima di accendere il condizionatore. A contare molto sono la casa in cui si vive e la possibilità di migliorarne l’efficienza energetica. Chi può permettersi infissi adeguati, schermature solari o isolamento termico ha bisogno di consumare meno elettricità, e quindi di spendere meno, per raggiungere la stessa temperatura interna. A questo si aggiunge la condizione di chi vive in affitto. Installare un impianto fisso può significare sostenere una spesa rilevante per migliorare un appartamento che non gli appartiene e che potrebbe dover lasciare dopo poco tempo. Giovani, lavoratori precari e famiglie con redditi bassi possono così rimanere intrappolati in abitazioni sempre più difficili da sopportare durante l’estate.
I rifugi climatici – in ogni caso distribuiti in modo diseguale sul territorio nazionale e con orari non sempre risolutivi – possono offrire sollievo nelle ore centrali della giornata, ma non servono quando le persone tornano a dormire nelle proprie case. Le temperature notturne elevate riducono la qualità e la durata del sonno, impediscono all’organismo di recuperare e hanno effetti sul benessere psicologico e sulle capacità cognitive. Anche la possibilità di arrivare riposati al lavoro, dunque, finisce per dipendere dal reddito. Per questo, secondo Falchetta, sarebbe giustificato un intervento pubblico a sostegno dell’acquisto e dell’utilizzo di sistemi di climatizzazione da parte delle fasce meno abbienti. Servono aiuti mirati alle persone più esposte, come anziani, malati cronici o famiglie in povertà energetica. Il condizionatore non è più soltanto uno strumento di comfort, bensì una forma di protezione sanitaria. Il sostegno pubblico, però, non può limitarsi a finanziare nuovi condizionatori. Deve accompagnarsi alla riqualificazione delle abitazioni e alla diffusione delle fonti rinnovabili, soprattutto nei condomini e nell’edilizia popolare.
Resta sullo sfondo il problema dei blackout. Nelle giornate più calde la domanda di elettricità cresce rapidamente e le reti locali possono non riuscire a sostenere il picco. Le interruzioni di corrente di breve durata sono già osservabili durante le ondate di calore e, senza investimenti sulle infrastrutture e sulla capacità di risposta, potrebbero diventare più frequenti. Restare per alcune ore senza corrente con quaranta gradi all’esterno non comporta le stesse conseguenze per tutti: per una persona giovane e in salute è un disagio, per un anziano solo o un malato può rappresentare un rischio concreto. È ciò che Falchetta definisce una questione di “sicurezza termica”. La possibilità di proteggersi dal caldo dipende dall’intero contesto in cui una persona vive: la qualità della casa, la presenza di alberi e ombra, l’accesso all’acqua, l’efficienza dei trasporti pubblici, la disponibilità di luoghi freschi e l’affidabilità della rete elettrica. Con ondate di calore sempre più intense, il diritto alla salute passa anche da qui. Lasciare che ciascuno trovi autonomamente il modo di raffrescarsi significa accettare che a decidere chi può dormire, lavorare e vivere in condizioni sopportabili sia, ancora una volta, il reddito.
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