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Tunnel segreti, merletti, miniere umide e un rito che si ripete ogni sei anni: la nostra guida per un viaggio in Slovenia tra siti Unesco e tradizioni

  • Postato il 21 aprile 2026
  • Viaggi
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Tunnel segreti, merletti, miniere umide e un rito che si ripete ogni sei anni: la nostra guida per un viaggio in Slovenia tra siti Unesco e tradizioni

A pochi chilometri dall’Italia c’è un Paese in cui il verde non è un semplice sfondo, bensì una presenza che avvolge a ogni angolo. In Slovenia anime diverse si fondono senza sforzo: l’anima alpina, quella pannonica e quella mediterranea. Tutto, qui, sembra tenuto insieme da un’idea precisa: rallentare senza rinunciare a nulla. Le piazze sono vive ma mai caotiche, la tradizione convive con la creatività contemporanea, e, se le si concede il tempo, la Slovenia stupisce anche al di là degli itinerari più battuti. Soprattutto quando il viaggio si incrocia con uno spettacolo che si ripete ogni sei anni.

La Passione di Škofja Loka

Siamo a Škofja Loka, a una ventina di chilometri dall’aeroporto della capitale Lubiana. Questo centro di 12mila abitanti è una delle città medievali meglio conservate, e basta arrivarci per capirne il motivo: il centro storico sembra rimasto sospeso nel tempo, raccolto attorno alla sua struttura originaria, dove i due fiumi che la attraversano si incontrano. Tra le strade cittadine, nel periodo quaresimale fino a poco dopo Pasqua, va in scena la Passione di Škofja Loka, patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO e il più antico testo drammatico conservato in lingua slovena, scritto nel 1721 dal monaco cappuccino Romuald Marušič. A lungo proibita dalle autorità ecclesiastiche, timorose che le scene barocche e drammatiche potessero oscurare il messaggio spirituale, la Passione è tornata in scena nel 1999 e da allora anima il centro di Škofja Loka ogni 6 anni. Le vie diventano un palcoscenico diffuso, con le facciate del centro storico a incorniciare uno spettacolo capace di attirare visitatori anche dall’estero. Tra le scene più forti quella del Cristo che, insanguinato, porta sulle spalle la croce alla quale viene poi inchiodato, mentre il pubblico, assiepato sulle panche e sulle gradinate, assiste in un silenzio che sembra amplificare ogni gesto. L’edizione 2026 si è svolta dal 21 marzo al 12 aprile, rompendo un’attesa che durava dal 2015 e che il Covid degli scorsi anni ha reso più lunga del solito.

Il pranzo della domenica a Kranj

Bastano 20 minuti di auto (treni e pullman ci sono in Slovenia, ma “bisogna essere pazienti” spiegano le guide locali, ndr) per arrivare a Kranj, città di 53mila abitanti ai piedi delle Alpi, famosa per il centro storico medievale che sorge su uno sperone roccioso sospeso sopra il canyon naturale scavato dal fiume Kokra. Imperdibile la visita alla Chiesa di San Canziano, tra gli edifici gotici più importanti del Paese, e la salita dei 163 gradini del campanile: una volta raggiunti i 40 metri di altezza, la vista sulla città ripaga dello sforzo. Il consiglio è di organizzare la tappa a Kranj in modo da poter pranzare da “Gostilna Ivan” di domenica, quando la locanda propone un pranzo in condivisione composto da 5 portate a 36 euro a testa. Non è difficile sentirsi a casa in questo locale che riesce a ricreare l’atmosfera dei pranzi in famiglia, anche quando ci si trova a pasteggiare con semisconosciuti. Pirofile con pietanze tipiche slovene passano di mano in mano, tra zuppe, stinco di vitello arrosto, rotolini di pollo fritto con i pomodori secchi, salumi e formaggi locali, e ognuno si serve secondo i propri gusti. A fronte di una ricca proposta di carne, infatti, non mancano le alternative vegetariane e quelle a base di pesce, sempre nel rispetto della stagionalità degli ingredienti. La selezione di dessert, compreso un divino sorbetto all’albicocca, completa un lauto pranzo dopo il quale è bene continuare a passeggiare per smaltire le calorie in eccesso. È a questo punto che Kranj svela il proprio lato misterioso. Sotto il centro storico si snodano 1300 metri di tunnel segreti scavati dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale come rifugi antiaerei per proteggere la popolazione dai bombardamenti. La visita guidata permette di sperimentare un attacco simulato: il terreno trema sotto i piedi, e sulla testa piove il rumore delle bombe. Le gallerie sotterranee non sono solo testimonianza del passato, bensì uno spazio ancora vitale per la città, come dimostrano gli eventi che vi si svolgono, inclusa la Strada del Vino nel mese di novembre, quando lungo tutto il percorso si incontrano i migliori viticoltori sloveni.

Tutto il verde di Kamnik

Risalendo alla luce del sole, il viaggio può proseguire una ventina di chilometri più a est, a Kamnik, sede dell’Arboreto Volčji Potok, uno dei parchi più famosi del Paese, dove è possibile toccare con mano tutto quel verde che in Slovenia riempie gli occhi ad ogni passo. Oltre 85 ettari, 5mila alberi e arbusti, e 2 milioni di tulipani, “uno per ogni cittadino sloveno”, dicono le persone del luogo. Metà aprile è il periodo ideale per una visita al parco, con la maggior parte dei tulipani in piena fioritura a colorare in maniera variegata i prati. Suggestivi anche i tanti ciliegi giapponesi che sembrano pitturare di rosa il cielo, e le magnolie con le loro eleganti corolle bianche e gialle.

Nella galleria dei minatori di Idrija

Occorre guidare un’ora abbondante per arrivare a Idrija e l’ultimo tratto è piuttosto tortuoso, ma ne vale la pena. Questa cittadina di 5mila anime, che diventano 11mila con le frazioni circostanti, per oltre cinque secoli è stata uno dei centri minerari più importanti d’Europa. Secondo la leggenda, alla fine del ‘400 un fabbricatore di mastelli notò uno strano liquido argenteo affiorare nell’acqua di un ruscello. Lo portò al mercato, ignaro che di lì a poco avrebbe aperto la strada a una storia destinata a cambiare le sorti del territorio. Idrija, infatti, conobbe un rapido sviluppo: tecnologia, commerci e cultura prosperarono attorno a quella che sarebbe diventata la seconda miniera di mercurio più grande del mondo. In oltre 500 anni di attività furono estratte circa 150mila tonnellate di metallo liquido, e oggi è possibile ripercorrere quella storia calandosi nella Galleria di Antonio, uno degli accessi principali al dedalo sotterraneo: un mondo umido e silenzioso che restituisce la durezza della vita dei minatori.

All’opera tra merletti e ravioli tradizionali

Dopo una chiusura graduale iniziata negli anni Ottanta, la miniera ha cessato definitivamente l’attività nel 2006, ma la sua eredità continua a definire l’identità della città. Anche perché, mentre gli uomini lavoravano sottoterra, in superficie prendeva forma un’altra tradizione, più silenziosa ma altrettanto tenace. È quella dei merletti di Idrija, realizzati dalle donne per contribuire al sostentamento della famiglia. Un gesto ripetitivo e paziente che trasforma il filo in disegni delicati: un contrappunto gentile alla fatica quotidiana, una forma di bellezza costruita per resistere. “Per me è rilassante”, ci dice la giovane maestra mentre i tomboli le scivolano veloci tra le dita creando un motivo cantilenante ogni volta che battono l’uno contro l’altro. La tradizione dei merletti a Idrija è attestata sin dal 17° secolo, e continua a essere tramandata nella scuola fondata nel 1876. Qui centinaia di allievi, bambini e adulti, imparano un’arte che è insieme identità e memoria, contribuendo a scrivere la storia con fili di lino e cotone. Per un’ora torniamo anche noi scolari. Certo, cervello e mani vanno spesso in tilt tra i bastoncini che si incrociano secondo la regola del “cross, twist, cross”, ma l’emozione nel vedere un braccialetto prendere forma ci rende tignosi e non molliamo il colpo fino a quando il tempo a disposizione termina.

Idrija non è solo passato industriale e artigianato. È anche un luogo dove fermarsi e assaporare una cucina che racconta lo stesso legame con la terra. Vietato congedarsi dal piccolo paese senza aver assaggiato gli žlikrofi, ravioli dalla forma inconfondibile, ripieni di patate, pancetta ed erbe. In città si racconta che sarebbero stati preparati per Napoleone Bonaparte da una donna del posto, forse una sua amante, ispirata dal cappello dell’imperatore francese. A farci mettere letteralmente le mani in pasta per realizzare questo piatto simbolo di Idrija è Klavdij Pirih, chef del Kendov Dvorec, hotel che fa parte del circuito Relais & Châteaux, la rete che seleziona dimore di charme e ristoranti d’eccellenza. È una tenuta documentata già nel 1377, quando la famiglia Kenda, tra i principali proprietari terrieri della zona, ne deteneva il controllo. Qui il tempo rallenta. Le stanze portano i nomi degli antichi proprietari, i mobili raccontano il 19° secolo e i merletti decorano tovaglie e tendaggi, chiudendo il cerchio di una storia che continua a passare, ancora oggi, attraverso le mani di chi la custodisce.

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Il Fatto Quotidiano

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