Trump contro la ricerca: la comunità scientifica si ribella, ma viene snobbata e derisa
- Postato il 1 aprile 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Politica, economia e mercati finanziari sono in fibrillazione per le uscite di Trump e della sua squadra d’inquietanti collaboratori, che hanno e avranno ricadute immediate più o meno controllabili sul destino di molti Paesi. Un impatto letteralmente globale. La comunità scientifica s’interroga però anche sugli inesorabili effetti a cascata di medio-lungo termine che, ahinoi, continueranno ben dopo Trump. L’allarme è comparso sulle più autorevoli riviste scientifiche internazionali, da The Lancet a Nature. Numerosi sono stati gli appelli di scienziati di tutto il mondo.
In Italia è in particolare la rivista Epidemiologia&Prevenzione a farsene carico, organizzando anche un seminario tematico e prospettandone altri di approfondimento (La ricerca scientifica al tempo di Trump. Cosa sta succedendo?). Tuttavia questa preoccupazione non ha ancora pienamente raggiunto i media generalisti, concentrati sulle evidenze più prossime, a partire dalle guerre.
Ma veniamo ai provvedimenti, i cosiddetti ordini esecutivi disposti dal presidente degli Stati Uniti immediatamente dopo il suo insediamento e diretti contro la ricerca scientifica, con il cipiglio di una terza guerra che si aggiunge a Gaza e all’Ucraina. Sono tagli drastici di risorse finanziarie e umane non dissimili da quelli operati dalla motosega del presidente argentino Milei. Oltre all’uscita dagli Accordi di Parigi per la riduzione delle emissioni climalteranti e dalla Oms, di cui gli Stati Uniti sono i maggiori finanziatori a livello mondiale, il bersaglio più vulnerabile sono state le Agenzie federali che dipendono dal potere governativo.
Alcune di queste effettuano direttamente attività di ricerca, oppure finanziano con tanti miliardi di dollari non solo la propria, ma anche quella condotta dalle università, sia americane sia di altri Paesi nell’ambito di studi collaborativi internazionali; o ancora svolgono compiti regolatori in ambito ambientale, farmacologico e alimentare attraverso raccomandazioni che, per autorevolezza, sono assunte come riferimento in gran parte del mondo. Promuovono e sostengono poi progetti di sanità pubblica e gestiscono banche dati d’interesse internazionale. Al proposito, ricordiamo solo PubMed, il famoso database che indicizza e raccoglie gli articoli delle accreditate riviste biomediche che ogni ricercatore, ma anche molti operatori sanitari, consulta sistematicamente per svolgere il proprio lavoro ordinario.
Ma non basta. Tra gli ordini esecutivi ci sono vere e proprie liste di proscrizione di parole che non devono più comparire in queste riviste semplicemente perché evocanti questioni etiche, sociali e ambientali sgradite alla presidenza. E poi dalle parole si passa al controllo politico sui contenuti, interferendo direttamente sugli editor e sui revisori delle riviste. Molti articoli in pubblicazione vengono ritirati. Di contro, si promuovono studi sostenuti da sans papiers della scienza e della politica in cui la tesi è già implicita nell’ipotesi strumentale che si pone e ogni contatto con il mondo esterno dei propri pari appartenenti alla comunità scientifica viene limitato.
Ma il colpo di grazia sono le migliaia di licenziamenti rivolti al personale di queste Agenzie, che hanno creato sconcerto e disperazione. Per il momento molti di questi provvedimenti, che ricordano le peggiori dittature militari, sono stati bloccati dai tribunali federali. Ma quanto resisterà il potere giudiziario dei singoli Stati di fronte ad una Corte Suprema composta in maggioranza da giudici di nomina trumpiana e soprattutto all’incalzante tentativo di eliminare quella stessa divisione dei poteri in bilanciato equilibrio tra loro che ha ispirato la democrazia americana?
Certo, la comunità scientifica si sta ribellando, ma la reazione dell’opinione pubblica non è travolgente. Non si tratta soltanto della storica distanza tra masse ed élìte, c’è qualcosa in più. E’ la differenza tra dato scientifico ed opinione che è venuta meno. Si oscilla tra due atteggiamenti uguali e contrari. Da una parte si pretende che le parole della scienza siano certe, oggettive, incontrovertibili e definitive e se i conti non tornano con esattezza matematica vengono percepite con scetticismo e derubricate a congetture. Dall’altra, sono equiparate ab origine alle opinioni, in cui il cosiddetto” buon senso”, alimentato da una ventata populista pandemica che si nutre d’incultura, diventa il metro di tutte le cose. Non è passata l’idea che la scienza non possa essere totale disvelamento della verità, ma solo approssimazione progressiva, consegnata in quanto tale ad un’incertezza costitutiva che diventa però motore della stessa ricerca. E così accade che tutto il pensiero critico, cresciuto troppo lontano dal sentire comune, che magari si vede anche snobbato e deriso, diventi detestabile woke. Una dinamica e un gap sottovalutati e che hanno indotto a percepire la scienza solo come apparato dell’establishment.
L’errore non sta quindi nella mancata comunicazione di risultati scientifici, ma nell’incapacità di rendere comprensibili il metodo scientifico e soprattutto il suo valore culturale, cioè la natura dell’ampio e articolato confronto tra pari che sta a monte di tali risultati e che in vero rappresenta quanto di più democratico, partecipato e trasparente abbia saputo esprimere la società civile.
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