Troppo semplice parlare di razzismo: di fronte a Vannacci, sull’immigrazione ci attende una sfida
- Postato il 24 giugno 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Sara Gandini e Paolo Bartolini
L’attenzione che i media stanno dando a Roberto Vannacci e al suo movimento “Futuro Nazionale” racconta ancora una volta come sulla politica migratoria si giochi una parte notevole del consenso contemporaneo. Paure determinate dalle diseguaglianze strutturali promosse dal neoliberalismo, vengono convertite in questioni identitarie su cui speculare senza vergogna. Del resto, quando il generale imbraccia l’arma della “remigrazione”, sta cavalcando, per i suoi fini, la perdita dell’identità nazionale e si presenta come interprete di un disagio diffuso che attraversa ampi settori della società italiana.
Non possiamo quindi liquidare il suo successo come una semplice manifestazione di razzismo. Sarebbe un errore politico e culturale che rischierebbe di rafforzare proprio ciò che vorremmo contrastare. La domanda che dovremmo pórci non è solo perché crescano i consensi per questo movimento che di fatto incarna le istanze più radicali della Lega, oggi forza di governo, ma perché il tema delle migrazioni susciti sempre emozioni così forti.
Da una parte vi è una destra che trasforma il migrante nel simbolo di ogni insicurezza, tacendo puntualmente sulle dinamiche del mercato capitalistico che mettono in diretta concorrenza gli ultimi e i penultimi. Dall’altra abbiamo il mondo progressista che tende a considerare ogni critica alle politiche migratorie come un segnale di arretratezza o di pregiudizio. In mezzo restano le persone, le loro paure, le loro esperienze concrete e le difficoltà della convivenza. Non solo, in mezzo rimangono anche gli immigrati che arrivano qui con il miraggio di una vita dignitosa e del benessere occidentale, e si ritrovano a subire violenze, a vivere nella povertà più assoluta, soli e sfruttati da certe imprese che hanno bisogno di manodopera a basso costo più ricattabile.
Il razzismo quindi non può essere affrontato soltanto come un problema morale. Quello che sta accadendo è che le relazioni sociali si deteriorano, aumenta la distanza tra comunità che condividono gli stessi spazi senza incontrarsi davvero, la competizione per le risorse diventa più drammatica, per cui è scontato che diffidenza, ostilità e conflitto prendano sempre più spazio (e che i soliti noti soffino sul fuoco).
Non si tratta quindi di stabilire chi abbia ragione tra i sostenitori dell’accoglienza e quelli della chiusura delle frontiere (sebbene sia chiaro che qualunque forza politica di taglio neo-socialista debba conservare una mentalità solidale e rivendicare il dovere assoluto di salvare sempre chi, per mare o per terra, rischia la vita per raggiungere le nostre coste).
La questione decisiva, insomma, è comprendere quali relazioni stiamo costruendo. Le donne sanno per esperienza che la convivenza non nasce da principi astratti ma da pratiche quotidiane, da mediazioni, da ascolto reciproco, dalla capacità di tenere insieme differenze e conflitti senza cancellarli. Una politica delle migrazioni dovrebbe partire da qui. Come si fa nella “piazza del mondo” a Trieste, dove una donna – Lorena Fornasir, insieme al marito Gian Andrea Franchi – accoglie curando i piedi dei migranti che arrivano dalla rotta balcanica, e da quel gesto è nata una comunità sempre più ampia di sostegno e accoglienza che è presente ogni sera per chi cerca umanità. O come si fa nelle comunità dei quartieri delle case popolari del Giambellino di Milano, dove si porta il cinema gratis nei cortili delle case popolari (case che vengono lasciate sfitte a migliaia nonostante l’emergenza abitativa), dove si offrono lezioni ai bambini per recuperare i compiti, dove si creano situazioni di socialità condivisa tra persone che appartengono a mondi diversi, per imparare a non avere paura e aiutarsi reciprocamente.
L’inclusione richiede casa, scuola, lavoro, servizi, spazi di incontro e tutto questo non può basarsi solo sulle iniziative benemerite del volontariato e delle cooperative sociali. Richiede investimenti pubblici e una distribuzione equilibrata delle responsabilità sul territorio. Le tensioni che emergono nelle periferie urbane non sono il prodotto automatico dell’incontro tra culture diverse: sono il risultato di decenni di impoverimento sociale, mancanza di investimenti per le case popolari, precarizzazione del lavoro, segregazione scolastica e arretramento del welfare.
Il migrante diventa così il volto visibile, ma non riconosciuto, di problemi che hanno radici più profonde. È la solita guerra tra poveri che il capitalismo neoliberale alimenta e utilizza. Ci vogliono più servizi pubblici e più giustizia redistributiva per dare a tutti maggiori opportunità. La sicurezza non può nascere dall’esclusione e dalle disuguaglianze e non va confusa con il securitarismo. Così come l’accoglienza esige programmazione, coinvolgimento e ampliamento dei diritti per tutti.
In questa epoca storica ci troviamo ad affrontare una trasformazione sociale che porta a sentirci sempre più isolati, fragili e diseguali. La pandemia e poi le guerre che si sono susseguite ci hanno reso ancora più spaventati e soli. Ma una società capace di riconoscere il valore delle relazioni e della forza dell’umanità avrebbe meno bisogno di cercare capri espiatori. Ed è proprio questa la sfida che abbiamo davanti: costruire convivenza senza negare i conflitti, praticare accoglienza senza retorica, contrastare il razzismo senza rinunciare a comprendere le ragioni profonde che lo alimentano.
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