Sui dazi Trump sta bluffando? Abbiamo sostanzialmente due possibilità

  • Postato il 3 aprile 2025
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Ci sono date che segnano il destino economico dell’economia-mondo. Una di esse è stata il 15 agosto del 1971 quando il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, pose fine alla convertibilità del dollaro in oro e quindi agli accordi monetari di Bretton Woods del 1944. Alla radice della scelta di Nixon troviamo ancora una volta il problema del deficit commerciale che allora si trasformava in un deflusso d’oro verso il resto del mondo. Non so se la data di ieri, il 2 marzo 2025, possa appartenere a questi momenti decisivi. Il Presidente americano ha dichiarato una guerra commerciale totale introducendo dazi doganali verso cento Paesi e su migliaia di prodotti. Dazi minimi del 10% ma che possono salire a cifre molto più elevate. Di sicuro questa scelta avrà un forte impatto negativo sull’economia-mondo, anche se ancora difficile da decifrare data la complessità delle reti del commercio internazionale.

Comunque una prima osservazione si può fare. Le conseguenze finali della guerra commerciale totale di Trump dipenderanno dalla reazione degli altri partener commerciali, Europa e Cina in primis. Qui abbiamo sostanzialmente due possibilità. La prima è quella di rispondere con fermezza. È la logica tradizionale del colpo su colpo. Ai dazi si risponde con contro-dazi. La seconda opzione è quella del dialogo. Si cerca di ridurre il danno facendo concessioni più o meno grandi alla controparte riconoscendo la propria debolezza. Nel panorama politico italiano queste due posizioni, pur con qualche semplificazione, sono rappresentate dalle dichiarazioni del Presidente della Repubblica e da quelle della premier Meloni.

Sulla questione dazi il Presidente Mattarella è stato inusualmente esplicito e diretto. Per il Presidente i dazi sono statunitensi sono un errore profondo e l’Europa dal canto suo deve studiare “una risposta compatta, serena, determinata”. Diversa invece è la posizione della Meloni che potremmo definire rinunciataria. Secondo la premier bisogna fare di tutto per trovare un accordo, e poi solo alla fine, ma proprio alla fine, prendere delle contromisure adeguate. Quale delle due opzioni è da preferire?

Un suggerimento ci può arrivare dalla teoria dei giochi, lo strumento con cui economisti e scienziati della politica studiano l’interazione strategica. I dazi sono un caso da manuale. La strategia del colpo su colpo alla lunga non è sostenibile perché entrambi i giocatori risulterebbero perdenti. In questo caso le mosse dei giocatori portano a una escalation che segna la rovina di entrambi. Meglio la seconda strategia, quella del dialogo, se naturalmente ciascuna delle due parti è disposta a rinunciare a qualcosa. E quindi entrambe devono essere leali e in buona fede. Nella pratica la situazione può essere molto più complicata perché uno dei giocatori potrebbe bluffare, cioè avanzare una minaccia non credibile. In questo caso l’opzione migliore sarebbe quella di stroncare subito la mossa opportunistica con una strategia colpo su colpo. A poker, se uno punta tutto anche l’altro farà lo stesso se pensa a un bluff. Uno dei due sarà rovinato.

I dazi di Trump urbi et orbi sono una strategia sostenibile oppure la mossa azzardata di un giocatore di poker che millanta una mano che non ha, cioè uno strano ma doloroso bluff? Questo sembra il caso. I dazi provocheranno forti danni all’economia americana, prima che al resto dell’economia-mondo. Ha già cominciato a bruciare la borsa con perdite da capogiro in poche settimane. Quando le scorte di beni saranno finite e i dazi si faranno sentire cominceranno a soffrire anche i redditi degli elettori americani sia per l’inflazione che per la mancanza di posti di lavoro. Allora Trump cambierà rapidamente posizione come spesso ha fatto e farà ancora.

L’opzione Mattarella in definitiva è molto migliore dell’opzione Meloni. Portando la riflessione più avanti le due diverse posizioni mostrano un altro aspetto. Il Presidente guarda all’Europa. È l’Ue che deve rispondere compatta con un’unica voce. Invece l’opzione Meloni è più domestica e guarda all’interesse del proprio orticello. È la versione in stile dazi del celebre motto, “Francia o Spagna purché se magna”. Il presidente ha il profilo di un autentico statista che guarda all’interesse generale e al domani, la premier invece mostra tutto il mediocre opportunismo di chi si inchina al potente di turno per portare a casa qualche briciola.

Il sovranismo si è trasformato con Meloni velocemente in servilismo. Facendo quattro conti, i dazi di Trump potrebbero ridurre il nostro export di 20 miliardi, cioè di uno 0,2% del Pil. Non è il caso di piegare la testa alle richieste assurde economicamente e svilenti moralmente di mister Trump per così poco. Saremo ancora una volta salvati, almeno sul piano morale, dai politici della Prima repubblica? Pare di sì e per questo da cittadino ringrazio.

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Il Fatto Quotidiano

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