Sinner mette fine alla sua stagione ed è polemica. Ma dov’è il diritto alla vulnerabilità?
- Postato il 9 ottobre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Flavia Foggia
“Ho capito che per continuare a fare questo mestiere ad alti livelli devo ascoltare il mio corpo e la mia testa, e in questo momento entrambi mi chiedono di fermarmi, per questo ho deciso di chiudere qui la mia stagione e prendermi il tempo necessario per ripartire davvero”. Così Jannik Sinner ha annunciato il suo momentaneo ritiro, fino al 2027, lasciando i tifosi senza parole, infrangendo la narrazione rassicurante e anestetizzante dei suoi trionfi a cui eravamo abituati.
Una scelta legittima da parte di un essere umano, che mal si concilia con una società ossessionata dall’efficienza a tutti i costi, dove ogni giornata deve essere misurata in termini di fatturato, performance, e traguardi raggiunti.
La decisione del tennista di dire basta e scendere da un treno in corsa rappresenta un gesto dalla forte carica eversiva, che ha lasciato la sua tifoseria divisa tra sconcerto e giudizi sommari. Alla dichiarazione della necessità di preservare la propria salute fisica e mentale si è messa in moto la solita macchina del processo sommario, pronta a trasformare un campione esemplare in un imputato sotto processo, bersaglio di critiche infondate da parte di un’opinione pubblica che pretende l’eroismo a tutti i costi. Una reazione che getta luce sui tanti malanni del nostro tempo e impone una dolorosa riflessione; ormai non ci si può permettere il lusso della sconfitta, e non esiste più il sacrosanto diritto di mostrare le proprie fragilità. Vince il dogma di essere sempre performanti a tutti i costi, operativi e sorridenti, incapaci di contemplare la sosta, l’imprevisto o la caduta come momenti necessari della vita stessa.
Sinner negli ultimi anni con la sua immagine di abnegazione, dedizione ed etica del sacrificio è diventato l’icona dell’infallibilità, una sorta di creatura mitologica contemporanea. Ma nel momento in cui quel meccanismo si inceppa per una priorità improcrastinabile, perché in fin dei conti siamo umani con tutti i limiti che ne derivano, ecco che l’incantesimo si rompe e tutti sono pronti ad esprimere il proprio inconfutabile giudizio.
La vulnerabilità rappresenta il nuovo tabù sociale, la mente e il corpo umano sono diventati strumenti da spremere fino all’ultima goccia di energia, l’essere umano deve essere un accumulatore seriale di risultati.
Poco importa se il corpo lancia segnali d’allarme, la stanchezza è solo un ostacolo da superare con la narrazione tossica della resilienza. Ma fino a che punto una persona, la cui vita si svolge quasi interamente sotto i riflettori, ha il diritto di rivendicare la propria umanità senza essere accusata di debolezza?
Il valore di un individuo non va confuso con la somma dei suoi successi, la capacità di riconoscere quando è il momento di fermarsi dovrebbe essere applaudita come un gesto di maturità, reazione tutt’altro che scontata…
Ormai si continua a correre per la paura di essere giudicati dimenticando che l’umanità è fatta di pause e ritmi biologici, troppo spesso piegati alle esigenze del marketing. Il ritiro di Sinner per questa stagione dovrebbe essere l’occasione per avviare una profonda riflessione su quali modelli di successo stiamo proponendo ai giovani, e su quanta ferocia viene riservata a chi ha un momento di esitazione. Se non riusciamo a concederci il lusso di sbagliare o di fermarci stiamo condannando la società ad una nevrosi permanente, in cui non si ha il tempo di assaporare la vittoria perché si pensa già alla successiva, figurarsi se c’è la voglia di perdonare una sconfitta!
Riconoscere che un campione possa e debba rivendicare il proprio tempo per ritrovare la giusta rotta ci aiuta a scoprire l’importanza delle nostre fragilità, ad accettare la vulnerabilità come parte della grandezza, liberandoci dal peso di essere sempre impeccabili.
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