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Se il vero Attila ha il volto di Abatantuono

  • Postato il 8 maggio 2026
  • Cultura
  • Di Libero Quotidiano
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  • 8 min di lettura
Se il vero Attila ha il volto di Abatantuono
Se il vero Attila ha il volto di Abatantuono

A Budapest, al museo nazionale ungherese, dove trionfano le collezioni Esterhazy, con i quadri di Raffaello, dove si ammirano i ritratti del nobile penitente Liszt, la mostra Attila the Hun. Myth and Reality, evento davvero unico, aperta fino al 12 luglio, racconta le vicende del Re Unno (sovrano di un impero immenso nell’Europa centrale, che comprendeva tutti gli Stati danubiani, fino ad arrivare agli Urali a Oriente).

Attila, soprannominato Flagellum Dei (Flagello di Dio) per la sua ferocia, si diceva che dove fosse passato non sarebbe più cresciuta l’erba. Della sua vita sopravvive l’immagine di un violento e atroce barbaro, ma per gli ungheresi la figura di Attila è quella di un «piccolo padre». Infatti, la mitologia magiara ha rappresentato il suo terribile condottiero come «la spadadi Dio», che puniva il mondo per i suoi peccati. Gli studi storici, invece, vedono in lui più un predone che un distruttore insensato. La mostra di Budapest raduna circa 400 opere da 64 musei da 13 Paesi. Dall’Italia sono arrivati antichi capolavori: dal Museo Civico di Modena, un’opera di Pellegrino Munari d’inizio Cinquecento, quando Modena fu risparmiata dal Flagellum Dei, nel 452, da Rovigo, invece, una scultura di Giovanni Bonazza.

Attila, vero «Dio della guerra» (come lo definì Giuseppe Verdi nella sua celebre opera del 1846), tiranneggiò in Europa dal 434 fino alla morte, avvenuta nel marzo 453. Sconfisse le popolazioni galliche e attraversò l’Italia settentrionale, distruggendo Aquileia e conquistando Milano. Nel 452, si ritirò nelle sue terre, come vuole la vulgata storica, poco prima di un incontro nelle vicinanze del fiume Mincio, con un’ambasceria imperiale costituita da Papa Leone I, dal console e politico romano Gennadio Avieno e dal «Vir Praefectorius» Trigezio. Raffaello, nel 1514, ha immaginato quel momento storico nel suo famoso affresco della stanza di Eliodoro nei Palazzi Pontifici. Fuori dalla leggenda, Attila fu davvero un abile stratega militare, mettendo in crisi l’Imperatore Valentiniano III. L’Impero romano si salvò solo grazie al «Magister Militum» Flavio Ezio, che seppe arginare gli Unni.

L’Ottocento romantico ha ulteriormente scosso la “verità” su Attila, facendolo diventare anche il padre dei vampiri. Se con il legno di biancospino si costruisce il piolo da conficcare nel cuore dei vampiri, Bram Stoker nel suo Dracula, ha inventato ben altro. Ad esempio, il Re dei vampiri, dopo un dialogo con Jonathan Harker afferma di essere un discendente di Attila. Bram Stoker per le questioni sui vampiri si rivolse a un amico ungherese dal nome esotico: Vámbéry. Che gli fornì del materiale sul comportamento di creature che succhiano il sangue nel bacino dei Carpazi, anche se riteneva che fossero tutte baggianate.

Noi italiani, conosciamo davvero poco l’Ungheria. Eppure i nostri più antichi archivi comprendono Le Gesta Hungarorum... Da italiano non posso dimenticare l’eroe Lajos Kossuth, morto a Torino il 20 marzo 1894, che ispirò il nostro Garibaldi. Da storico conosco assai bene il periodo asburgico e, ahimé, il periodo di spie e professori nell’Ungheria di Kádár, sotto il tallone dell’Impero sovietico. Attila? Gli ungheresi nella favolosa mostra di Budapest, celebrano, a loro modo, la figura di Attila e gli italiani. Che sono rappresentati – tenetevi forte – dal nostro Diego Abatantuono.

Non è uno scherzo. Al Museo Nazionale Ungherese, una sezione della mostra su Attila è dedicata al cinema. Con tanto di traduzione ungherese e inglese scorrono le immagini del film Attila Flagello di Dio, diretto da Castellano e Pipolo. Prodotto nel 1982, il film non ebbe il successo che meritava. Troppo trash, con Diego-Attila che sfida i romani, presentandosi con queste parole: «Attila. A come atrocità. Doppia T come terremoto e tragedia. I come ira di Dio. L come ladri di sangue. A come adesso vengo e ti sfascio le corna»! Ora, il film Attila Flagello di Dio è un vero cult movie. C’è Abatantuono, più Unno di un qualsiasi ungherese d’oggi.

Accanto a lui ci sono Rita Rusic (Uraia) e Angelo Infanti (Fusco Cornelio). Tra i barbari, Francesco Salvi e Franz di Cioccio (Giallo), il leader della Premiata Forneria Marconi, che per l’intera pellicola accompagna Attila da “batterista-unno”. Mauro Di Francesco (Fetuffo) introduce in maniera surreale la maga Columbia, interpretata da Iris Peynado, che – attenzione – battezza Attila come «Flagello di Dio», assicurando il successo di Attila sui romani, giocando con il cubo di Rubik! Mene sono accorto a Budapest: quella è la scena amata e scelta dai curatori della mostra. Era il 1977, un ingegnere magiaro di nome Ernó Rubik mise in commercio un cubo da manovrare con dolcezza e intelligenza. Era un rompicapo pazzesco: 43 miliardi di miliardi di combinazioni possibili. Nel 1982, appare - il cubo di Rubik - nel film con Abatantuono. Formidabile!

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Autore
Libero Quotidiano

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