Se il Salone del libro aiuta poco i libri
- Postato il 18 maggio 2026
- Cultura
- Di Libero Quotidiano
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Se il Salone del libro aiuta poco i libri
Il Salone del libro è in buona salute, il libro non proprio. Si potrebbe sintetizzare così il bilancio della XXXVIII edizione dell’appuntamento torinese, diretto da Annalena Benini, che si chiude oggi dopo cinque giorni di incontri e migliaia di visitatori, molti in più delle precedenti edizioni. Visitatori che più che agli stand sono sembrati interessati a partecipare ai convegni e alle presentazioni, soprattutto quelli con i vip della cultura del momento: Alessandro Barbero, Roberto Saviano, Maurizio De Giovanni, Dacia Maraini, Francesco Piccolo, e via elencando. Le sale, che hanno ospitato più eventi in contemporanea, raramente sono risultate vuote o semivuote. In molti casi, parecchie persone sono restate fuori per overbooking. Per il resto gli operatori degli stand hanno visto per lo più passare frotte di spettatori che però raramente si sono fermati incuriositi dai libri. Ovviamente hanno fanno affari i bar e i posti ove ci si è potuti rifocillare, nonostante i prezzi dei prodotti decisamente più elevati della media (anche il biglietto d’ingresso, di 23 euro, non è proprio economico anche se in molti sono entrati come “portoghesi” per i più svariati motivi).
ALLEGRA GITA DOMENICALE
L’impressione è come se tutti abbiano voluto partecipare ad una sorta di grande rito laico collettivo, con la sua liturgia e le sue funzioni officiate da sacerdoti laici accreditati e riconosciuti. Al Salone si va quasi “per devozione”, per omaggiare non tanto il Libro ma la dèa Cultura o quella che si vorrebbe fosse tale ma non è che un’oasi di tranquillità, una comfort zone, ove ci si riconosce per il semplice fatto di avere officiato alla funzione e non per aver perso troppo tempo sulle “sudate carte” di leopardiana memoria. D’altronde coi tempi frenetici che ci impongono le nostre vite, con il telefonino sempre a portata di mano e di scrollo, chi avrebbe tempo di fermarsi, leggere, riflettere con la calma necessaria? Crearsi anche spazi di silenzio, quel silenzio che il Salone non sa cosa, investito dal rumore assordante dei visitatori che copre spesso la voce dei relatori. Al Salone, come ad un concerto, si va anche per fare chiasso, in una sorta di allegra gita domenicale di fidanzatini, coppie sposate con carrozzine al seguito, giovani e meno giovani tatuati e con piercing (che fa molto “alternativo”), vecchi e attempati sessantottini con i capelli lunghi a codino e i jeans strappati come giovinetti. Ai partecipanti bastano le suggestioni, l’emozione che può destare una frase edificante sul leggere estrapolata da un testo e stampata sui gadget delle case editrici, essi sì molto gettonati. Quest’anno a Torino tutto è andato tranquillo, non ci sono state polemiche, tutto è filato liscio. Gli autori à la page, tutti di sinistra, hanno celebrato le loro messe, hanno sollecitato il pubblico dando addosso alle «destre sovraniste» delle Meloni e dei Trump, non sono usciti fuori dai binari del politicamente corretto, hanno acceso i lari alla Palestina «sotto occupazione» e vittima del «genocidio» del cattivo Nethanhiayu.
EDITORI IN VIA DI ESTINZIONE
Le case editrici conservatrici, irregolari, non omologate, una esigua minoranza questa volta si sono adattate, hanno quasi deciso di non combattere, si sono rinchiuse nel loro orticello e hanno cercato di accontentare il loro pubblico, molto targettizzato. E le cose per loro non sono andate male, come ci dice Francesco Giubilei dell’omonima casa editrice e di Historica. I libri si sono venduti e anche gli eventi organizzati sono andati in modo soddisfacente. L’impressione è che siano tollerate, forse perché considerate in via d’estinzione, costrette a limitare le loro pretese di accesso al circolo eletto una volta che il governo di Giorgia Meloni sarà mandato a casa. Nelle parole di molti intervenuti si legge questa convinzione, la sensazione che tutto stia per ritornare come prima. L’incapacità, in sostanza, di fare i conti con quel “paese reale” che è da sempre la tara di certo nostro ceto intellettuale.