Schwa e dintorni: odio i formalismi del politicamente corretto, ma vietarli per decreto forse è una provocazione

  • Postato il 31 marzo 2025
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Quando ho visto la parola schwa in un articolo che ci informava del divieto di usarla nei documenti scolastici ufficiali, ho dovuto cercarne il significato in rete. La parola si riferisce a ə, un simbolo che ho sempre chiamato e rovesciata e che non ho mai adoperato. Ho anche imparato che esiste il corrispettivo italiano: scevà. Visto che era stata associata all’asterisco (*) ho subito inteso a cosa si riferisse la circolare del Ministro Valditara che ne vietava l’uso. Ho già scritto sull’argomento, senza citare la scevà, ma visto che il tema è di attualità mi sento autorizzato a dire la mia, pensando alle parole in uso nella mia disciplina: la zoologia.

Tutte le specie conosciute hanno un nome linneano che si compone di genere e specie: noi siamo Homo sapiens. Però il genere a cui viene riferita una specie ha significato evolutivo e non grammaticale: appartengono allo stesso genere tutte le specie che derivano da un antenato comune non condiviso con altre specie della stessa famiglia. Il nome delle specie va scritto in latino, dove i generi grammaticali sono tre: maschile, femminile e neutro. Grammaticalmente, quindi, il genere a cui si attribuisce ogni specie può essere maschile, femminile o neutro. La specie è un aggettivo e si declina a seconda del genere grammaticale a cui si riferisce il genere della nomenclatura e non ha niente a che vedere con il genere biologico, legato al sesso. Tre significati (grammaticale, evoluzionistico, biologico) per una parola che, comunque, nei dizionari ne ha almeno sette. Il nostro genere (Homo) è maschile ma non ha nessuna connotazione di genere, inteso come sesso.

Anche in italiano le specie hanno nomi maschili o femminili. Il leone comprende anche le leonesse, ma abbiamo comunque coniato un nome anche per i leoni femmina, come avviene per il lupo. E anche per noi. Quando diciamo “l’uomo” parlando della nostra specie, però, includiamo sia i maschi sia le femmine. Che dire per la giraffa? Non diciamo il giraffo. Se dobbiamo parlare di generi biologici diciamo il maschio di giraffa. Come diciamo lo squalo femmina, non la squala. Ci sono specie ermafrodite, proterandriche (prima maschio e poi femmina, come molti pesci) o proteroginiche (prima femmine e poi maschi). Le ermafrodite simultanee sono contemporaneamente maschio e femmina, come le lumache. Di solito questo ermafroditismo è insufficiente, e non ci può essere autofecondazione: gli individui si accoppiano e si scambiano gli spermatozoi, ognuno fecondando le uova dell’altro. Uova che, al singolare, diventano uovo! Un ossimoro: un uovo maschile, come anche l’ovulo.

Ci sarebbe tanto lavoro da fare per cambiare tutti questi nomi, rendendoli politicamente corretti. Anche perché il femminile di uovo dovrebbe essere uova: l’uova è stata fecondata? Mah. L’Accademia della Crusca ha chiarito che il genere grammaticale non corrisponde al genere biologico. E questo vale anche per il Codice di Nomenclatura Zoologica: il nome definisce tutti gli individui di quella specie, siano maschi, femmine o ermafroditi. Come dire: non rompete le scatole, ci sono cose più importanti a cui pensare. La scatola, quando diventa grande, cambia genere: lo scatolone.

Ma l’Accademia non può congelare la lingua, che evolve secondo un uso che non può essere stabilito per decreto. La scevà, comunque, è più sintetica dell’asterisco. Meglio dire saluti a tuttə che saluti a tutte, tutti e tutt*, visto che si dice signore e signori e non signori e signore. Prima le donne e i bambini.

A volte, di fronte a una porta chiusa, tendo ad aprirla e, se si apre verso di me, a lasciar passare prima le donne, oppure, se si apre in avanti, la apro, entro, e poi la tengo aperta per farle entrare. Ma si può anche dire “faccio strada” e passare per primi, un’usanza entrata in voga per affrontare per primi i pericoli che ci potrebbero attendere oltre quella porta, preservando le femmine. Visto che dovremmo aver raggiunto l’uguaglianza, almeno a parole, potremmo anche decidere di tralasciare questi salamelecchi. Una regola grammaticale prevede, a fronte di un elenco di nomi da definire con un aggettivo collettivo, che questo debba essere maschile se anche solo uno dei nomi è maschile e tutti gli altri sono femminili. Dovremmo contare quanti nomi maschili e femminili ci siano e poi applicare l’aggettivo della maggioranza. E in caso di parità? Cosa dirà l’Accademia della Crusca?

Trovo intollerabili i formalismi del politicamente corretto. Vietarli per decreto forse è una provocazione fatta ad arte, per distogliere l’attenzione da problemi reali, come le discriminazioni delle donne sul lavoro, la colpevolizzazione della maternità, considerata come un limite alla produttività, la mancanza di strutture di supporto alla maternità (e alla paternità). Ora la pubblicità politicamente corretta ci mostra esemplari seduti sul cesso, che stentano ad andare di corpo, oppure che ci vanno troppo spesso, e che perdono inavvertitamente liquidi o gas corporei. Chi ha questi problemi si sente finalmente considerato, e forse è un bene. Vogliamo discriminare gli Incontinenti? Potremmo aggiungerli alla sigla Lgbtq+, emendandola a LGBTQ+I. Buon peso: LGBTQ+Iə*. Poi arriva Milei e dice che bisogna chiamare le cose col loro nome: gli idioti sono idioti, basta con gli eufemismi. Forse pensava a se stesso, e posso anche dargli ragione.

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Il Fatto Quotidiano

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