Scanzano Jonico insegna ancora: la Basilicata non è un territorio disponibile alle scorie nucleari
- Postato il 12 luglio 2026
- Ambiente
- Di Il Fatto Quotidiano
- 0 Visualizzazioni
- 5 min di lettura
Nel corso della recente seduta del Consiglio regionale di Basilicata il presidente della Giunta, Vito Bardi, ha ribadito il no della Regione al deposito unico delle scorie nucleari, aprendo nel contempo alla possibilità di utilizzo del nucleare di nuova generazione. Nonostante le rassicurazioni fornite dal governo regionale sul deposito unico dei rifiuti radioattivi, la partita non è affatto chiusa, dal momento che la decisione verrà presa dal governo nazionale. Oggi, però, è importante ricordare la lezione che la politica italiana sembra aver dimenticato, ma che è ancora ben impressa nella memoria collettiva del popolo lucano: Scanzano Jonico, anno 2003.
Quando il governo individuò quel territorio come sede del deposito nazionale delle scorie radioattive, la reazione non fu certo il frutto della sindrome “nimby”. Fu, invece, una straordinaria mobilitazione civile, che costrinse lo Stato a fare marcia indietro ed a riconoscere un errore di metodo, prima ancora che di merito. Scanzano dimostrò che le grandi decisioni strategiche non possono essere imposte ad una comunità come se questa fosse la variabile trascurabile di un algoritmo tecnico. Da allora, anche la legislazione è cambiata e la Corte costituzionale nelle pronunce riguardanti la gestione dei rifiuti radioattivi ha definito in maniera più precisa i rapporti tra interessi confliggenti.
La Corte, pur ribadendo che la tutela dell’ambiente costituisce un interesse nazionale primario, ha chiarito che, quando entrano in gioco competenze regionali, come il governo del territorio, il procedimento deve garantire forme effettive di leale collaborazione ed una motivazione rigorosa del bilanciamento operato. In altri termini, non è sufficiente invocare l’interesse nazionale, ma è necessario anche dimostrare le ragioni per cui quella scelta sia realmente la più ragionevole e proporzionata. Ma proprio su questo punto il dibattito mostra tutti i suoi limiti e la debolezza di fondo.
Si discute di geologia, faglie, permeabilità dei terreni, idrogeologia, sicurezza ingegneristica. Tutto indispensabile, per carità. Ma un territorio non è una relazione tecnica. È una comunità, un’economia, una prospettiva di vita. Ed è qui che entra in gioco il principio di precauzione, che significa prendere sul serio e non sottovalutare anche ciò che non è ancora completamente misurabile. Significa interrogarsi sugli effetti cumulativi, sulle conseguenze di lungo periodo, sulle incognite che nessun modello matematico è in grado di eliminare. Insomma, significa riconoscere che, quando una decisione produce effetti destinati a durare per secoli, l’onere della prova deve gravare su chi propone la scelta, non su chi la subisce.
La Basilicata, peraltro, non parte da una pagina bianca.
Da oltre vent’anni questa regione sostiene uno dei maggiori carichi energetici del Paese, attraverso le estrazioni petrolifere della Val d’Agri e di Tempa Rossa, che peraltro hanno già causato un imponente sversamento di greggio (si parla di diverse tonnellate) nelle falde acquifere circostanti le vasche di raccolta. Anche allora il racconto era lo stesso: sviluppo, occupazione, modernizzazione, rilancio economico. Tuttavia, oggi, alla resa dei conti non si può certo affermare che il petrolio abbia prodotto sviluppo e trasformazione strutturale della Basilicata. La regione continua a perdere abitanti. I giovani continuano a partire. I piccoli comuni continuano a spopolarsi. L’indice di invecchiamento cresce. Le opportunità di lavoro qualificato restano insufficienti. Le royalties hanno rappresentato una risorsa economica significativa, ma non hanno invertito le grandi tendenze demografiche ed economiche, che continuano ad indebolire il territorio.
È questa la vera questione politica che dovrebbe accompagnare ogni riflessione sul deposito delle scorie nucleari, oltre ovviamente ai rischi sull’ambiente e sulla salute pubblica, in relazione ai quali il territorio ed i lucani, che vi risiedono, stanno già pagando un prezzo altissimo. E l’interrogativo ricorrente è: quante volte ancora la Basilicata dovrà essere chiamata a sostenere funzioni considerate strategiche per l’interesse del Paese? E soprattutto: quale idea di sviluppo viene proposta in cambio? Una regione non può essere valutata soltanto per ciò che può ospitare, ma per ciò che può diventare in virtù della sua vocazione naturale.
La Basilicata possiede un patrimonio ambientale, agricolo e paesaggistico straordinario, universalmente riconosciuto. Ha produzioni agroalimentari di eccellenza, aree naturali protette, borghi storici, un turismo ancora largamente inesplorato. Sono tutti asset economici fondati sulla qualità ambientale, sulla reputazione del territorio e sulla fiducia dei mercati. Anche questi fattori fanno parte dell’interesse pubblico e devono entrare nella valutazione complessiva.
La Corte costituzionale ha più volte ricordato che il bilanciamento tra interessi costituzionalmente rilevanti non può essere arbitrario, né irragionevole. Questo significa che non basta dimostrare la conformità tecnica di un’infrastruttura. Occorre valutarne gli effetti complessivi sul territorio, sulla salute, sull’ambiente, sull’economia e sulla coesione sociale, motivando in modo trasparente perché il sacrificio imposto a una determinata comunità sia davvero necessario e proporzionato.
Ecco perché Scanzano continua a parlare all’Italia. Non perché insegni a dire sempre “no”, bensì perché ricorda che il consenso non si compra con le compensazioni economiche, non si sostituisce con le procedure amministrative, ma si costruisce attraverso credibilità istituzionale, conoscenza scientifica, trasparenza e rispetto delle comunità. Se ancora la politica continuerà a considerare la Basilicata come un territorio disponibile ad assorbire, una dopo l’altra, le servitù strategiche nazionali, senza interrogarsi sulle occasioni di sviluppo perdute e sulle potenzialità ancora inespresse, allora il diritto del popolo lucano a costruire un futuro migliore sarà ancora una volta violato. Quel diritto consiste anche nell’evitare che decisioni irreversibili possano compromettere l’aspettativa di una comunità ad immaginare un futuro diverso da quello di essere il luogo in cui si scaricano gli oneri ed i pesi dell’interesse nazionale, mentre altrove si concentrano le opportunità dello sviluppo.
L'articolo Scanzano Jonico insegna ancora: la Basilicata non è un territorio disponibile alle scorie nucleari proviene da Il Fatto Quotidiano.