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San Paolo camerata? Due sacerdoti lucani strigliano Vannacci

  • Postato il 20 agosto 2026
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  • Di Quotidiano del Sud
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San Paolo camerata? Due sacerdoti lucani strigliano Vannacci

Il Quotidiano del Sud
San Paolo camerata? Due sacerdoti lucani strigliano Vannacci

DURO e puntuale, arriva il colpo di bacchetta: il destinatario, il generale Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale bersaglio di un nutrito gruppo di undici sacerdoti. Tra questi due lucani quali don Marcello Cozzi, teologo e prete impegnato sul fronte della tutela dei deboli, e don Franco Corbo, parroco ad Avigliano. Tutti concordi nel definire quantomeno fuori luogo l’esternazione con la quale aveva accostato l’apostolo Paolo a un “camerata”. Di fatto equiparando la missione evangelizzatrice del santo a principi ideologici.

LE PAROLE DI VANNACCI

L’evento incriminato si era verificato qualche settimana fa. Il generale, nell’ambito della presentazione del programma politico del partito, sulla possibilità di modificare i sussidi destinati ai migranti nel nostro Paese, aveva attinto dalle Sacre Scritture. In particolare, dalla Seconda Lettera ai Tessalonicesi, citando il passo del versetto 10 del terzo capitolo. “Chi non vuole lavorare neppure mangi” (2Ts 3, 6-10), cercando di contestualizzarla al modello norvegese che, come affermato dal generale, «ha deciso di non concedere sussidi prima dei cinque anni di permanenza nel paese». A suo dire proprio in nome del principio affermato da san Paolo.

Utilizzare frasi al di fuori del loro contesto d’origine per avvalorare una tesi o, semplicemente, dare adito a un dibattito, non è un esercizio raro nel complesso mondo della comunicazione. Specie quello odierno, nel quale lo spunto polemico diventa pane prelibato della discussione social.

Tuttavia, l’aver sconfinato nel campo delle Scritture e aver associato a un santo l’epiteto “camerata”, ha avuto l’inevitabile effetto della chiazza d’olio.

LA RISPOSTA DEI SACERDOTI

A far infuriare i sacerdoti, il richiamo di Vannacci a «un fantomatico “principio economico paolino” che troverebbe fondamento sulle parole dell’apostolo per giustificare l’abolizione o il forte ridimensionamento dei sussidi sociali. Orbene, associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte – per di più all’interno del programma di una fazione politica – rappresenta una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede. Si tratta di una lettura anacronistica che nega la natura profonda della missione dell’apostolo».

Da qui il richiamo: la decontestualizzazione della frase, secondo i sacerdoti, ha portato alla sua trasformazione «in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale. San Paolo non stava dettando regole di economia politica per uno Stato, né invocava punizioni contro i poveri. Si rivolgeva a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso agli altri, affinché la carità potesse risplendere. Piegare quel versetto per colpire chi si trova in condizioni di marginalità, significa dimenticare l’immenso corpus paolino sulla solidarietà».

Del resto, come ricordato dagli undici sacerdoti, san Paolo «è lo stesso che amava ripetere: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35) e che esortava con forza i credenti a farsi carico dei bisognosi». Forse non è necessaria un’analisi teologica per cogliere il messaggio del santo, definito dai firmatari della missiva come «l’esatto contrario di qualsiasi ideologia basata sulla supremazia, sull’esclusione o sulla divisione in blocchi contrapposti. La parola “camerata” richiama dinamiche di appartenenza chiusa, cameratismo militare e militanza politica del Novecento a lei, evidentemente, molto congeniali. San Paolo, al contrario, parlava di “fratelli” e “sorelle”, estendendo questa dignità a ogni essere umano, senza distinzione di razza, cultura o ceto sociale».

I sacerdoti hanno affermato di non poter «assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale. Né di vederli accostati a slogan di partito pronunciati nelle aule delle istituzioni». Da qui l’invito al generale Vannacci «a rispettare la sacralità delle Scritture e la storia della Chiesa».

LA REPLICA AI SACERDOTI

In ogni caso, nemmeno le affermazioni dei sacerdoti sono rimaste senza replica. Per Egidio Digilio, già senatore, le loro parole finirebbero «per confermare proprio ciò che contestano: l’utilizzo della religione nel confronto politico. Tirare in ballo le Sacre Scritture e richiamare numerosi passi del Vangelo per contestare una posizione politica significa, di fatto, entrare nel terreno della polemica politica che gli stessi firmatari della lettera dichiarano di voler evitare».

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