Sacro cuore o del cinema che converte. Il racconto di Ciccotti

  • Postato il 4 marzo 2026
  • Cultura
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Da quando la televisione ha sviluppato il genere inchiesta/reportage, il documentario classico che, sino agli anni Sessanta, vedevamo al cinema, è scomparso dalle sale. Raramente distributori ed esercenti rischiano per questo genere, vista la concorrenza e la rapidità con cui oggi un “documento” arriva agli spettatori tramite le tv e video caricati sui canali social. Dopo il felice esito del documentario Ennio (2021), di Giuseppe Tornatore, in cui due premi Oscar ci raccontavano la felice collaborazione tra musica e film, eccoci a Sacro cuore di Sabrina e Steven J. Gunnell

Due film-documentari niente affatto diversi. Entrambi parlano di fede. Tornatore ci raccontava abilmente delle fede di Morricone nella musica da film, di quel suo rapido entrare nel visivo e nel parlato con le note, mai ornamento, ma linguaggio complementare alle immagini; e dell’umiltà (dono evangelico) di un artista (tra l’altro cattolico) nel mettersi “al servizio” dell’arte.

I coniugi Gunnell, con Sacro Cuore, compiono un atto di fede, in un certo senso, simile. Semplificando, ma non troppo, potremmo dire: in Ennio, Tornatore documentava una fede laica, meta-cinematografica, nell’arte della musica; qui, in Sacro Cuore, un atto di fede cristiana. Ma questi due atti di fede sono realizzati con lo stesso medium, il cinema. Le immagini, le interviste, i suoni, sono al servizio della verità. Dell’ascolto degli altri. Lì uomini di cinema e di musica; qui persone che nella vita svolgono diversi mestieri: scrittrici, teologi, sacerdoti, impiegati, operai, ex spacciatori. Entrambe i film rendono vivo il documentario e il docu-film che dovremmo tornare a vedere in sala, su grande schermo e, poi, uscendo dal cinema, scambiare, magari, qualche impressione con i nostri compagni di sala.

Sacro Cuore parte dal XVII secolo (1673-75), dal grande dono ricevuto da una umile suora: Maria Margherita Alacoque, nel convento di Paray-le-Monial: la fusione del Cuore di Gesù con il suo cuore umano. E il cinema digitale oggi può, in qualche modo, farci immaginare, ossia vedere, quello che accadde storicamente: come una statua si animi e il cuore diventi vero, pulsante, vivo, pronto a fondersi con il cuore della devota suora. Una breve scena di fiction di forte impatto.

Lo stile

Il film presenta altre scene di fiction. Ad esempio, per la prima volta assistiamo ad un Ultima Cena non con la tavola e i commensali disposti orizzontalmente, come tramandatoci dalla tradizione pittorica (il celebre Cenacolo di Leonardo da Vinci), ma dal punto di vista di chi è seduto al posto opposto a quello del capotavola: ossia longitudinalmente, a prefigurare la croce. Una inquadratura nella quale i registi Gunnell includono solo alcuni apostoli, quattro o cinque, perché il centro dell’attenzione, il “cuore” dell’inquadratura è la sommità della croce: ossia quel giovane che sta istituendo l’Eucarestia.

Un’altra sequenza che si imprime nella retina, per la sua soluzione anticonvenzionale, è quella con Maria e Giovanni sotto la Croce, davanti al Figlio sofferente, inchiodato, con sul capo una spessa corona di spine. Ebbene, Maria (è la stessa regista Sabrina Gunnell: essenziale e asciutta), non ha il capo reclino, non è in ginocchio, ma in piedi (come racconta il Vangelo). E guarda suo Figlio morente, senza lacrime, senza lamenti, addolorata ma serena, senza il volto deformato: forse la Madre già immagina la Risurrezione. I registi ci dicono come il dolore della Madre di Dio sia immerso in una profonda dignità, necessita del silenzio, della preghiera interiore: elementi dai quali si genera il perdono. Il medesimo chiesto dal Figlio: “Padre, perdona loro che non sanno quello che fanno” (Luca, 23,34). Quella inquadratura in piano medio, in figura intera, semplice, nucleare, non ha bisogno di drammatizzazione.

Il film alterna, alla fiction, diverse interviste di carattere teologico-pastorale e forti testimonianze di conversione. Parlano sacerdoti; teologi; suore; un giovane condannato su una sedia da una malattia degenerativa, ma “felice di sentire Gesù accanto”; una scrittrice; una ex giocatrice di calcio; un ex spacciatore; una coppia tornata alla fede grazie a una sosta “turistica”, estiva, a Paray-le-Monial. A legare i momenti di fiction con le interviste, una solida base documentaria, d’impianto filologico, chiamata a tracciare la storia del miracoloso Cuore di Gesù, attraverso i secoli.

Il cinema dei Gunnell sceglie la chiarezza didattica non disdegnando uno stile popolare attento al ritmo: ecco, allora, un montaggio stretto con il ricorso a riprese alquanto mobili, come l’inquadratura dall’alto (il plongée: inquadratura perpendicolare al piano). Soluzione, quest’ultima, simbolicamente efficace nel trasmettere un legame tra terra e cielo (il primo ad usarlo, in film religiosi, fu Julien Duvivier, in La miraculeuse vie de Therese Martin, 1929). Qui lo vediamo in due felici passaggi: su Gesù Crocefisso durante l’agonia, duemila anni fa; oggi, sulla giocatrice di calcio. Entrambi, ci dicono i Gunnell, sono sotto la Sua protezione.

Chi sono i Gunnell

Sabrina Gunnell, di origine franco-brasiliana, pur battezzata, da ragazza non è praticante, in quanto “i miei genitori non andavano in chiesa”, ma “ho sempre sentito il desiderio di Dio dentro di me”. Di carattere chiuso e riservato, dopo il liceo, frequenta corsi di recitazione, anche per sciogliersi. A vent’anni, un giorno, un coetaneo le parla “di un posto in fondo alla Francia del Sud, a Paray-le-Monial, dove apparve Gesù. Mi sembrava strano, ma ci andai. E lì trovo un mondo incredibile. Tutti giovani che cantono e pregano. Il mio desiderio di cercare Dio si rafforza”. Da donna adulta ha una storia finita male, ne esce fiduciosa nell’avvenire. Chiede a Gesù di fargli incontrare “un uomo di fede, con cui metter su una famiglia, avere dei bambini”.

Steven, anch’egli battezzato, “avevo dimenticato di essere cattolico”, negli stessi anni, suona nella nota banda “Alliage” e il suo “dio” è il rock. A venti anni è travolto dal successo, ma infelice. Suoi amici sono alcol e depressione. Viaggia inquieto tra Nizza (città natale), Parigi e Londra, senza trovar requie. Un giorno, in depressione, sfiora il suicidio. Ma sua madre, a Nizza, segretamente, prega ogni giorno il rosario per lui, raccomandandosi a Santa Rita. “Un giorno entro in chiesa. Parlo con un sacerdote, mi confesso, prendo l’eucarestia e la mia vita cambia. Avevo venticinque anni. Come il figliol prodigo, torno a Nizza. Mia madre mi aspettava sulla via”.

Quando i due si incontrano, nel 2007, vedono che entrambi hanno attraversato “lo stesso deserto tornando a Dio”. Il sogno di Sabrina si realizza. Si sposano, hanno dei bambini. Siccome frequentano l’ambiente del cinema, in cui si sono conosciuti, decidono di iniziare a raccontare storie che parlino di Dio. (ricordiamo, Fais-moi vivre, 2017; Gaspard, Soldat de l’Amour. 2018, Eternam: la vie du monde á venir, 2019), tutte produzioni a basso costo. Sacro Cuore e il loro nono film.

Autore
Formiche

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