Riace, il paradigma dell’umanità che sfida la burocrazia
- Postato il 14 maggio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Riace, il paradigma dell’umanità che sfida la burocrazia
All’Unical, l’incontro “Dalle rotte della speranza al modello Riace: migrazioni, accoglienza e trasformazioni sociali nella storia della Calabria”. «Salvare l’altro è salvare noi stessi»: l’eredità di Mimmo Lucano e il paradosso tra utopia sociale e aule giudiziarie.
ARCAVACATA (COSENZA) – Un’aula gremita, un confronto serrato e una parola che ritorna come un’eco ostinata, quasi un imperativo morale: umanità. L’incontro “Dalle rotte della speranza al modello Riace: migrazioni, accoglienza e trasformazioni sociali nella storia della Calabria”, promosso dal Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche e coordinato da Tullio Romita, ha oltrepassato i confini del consueto appuntamento accademico per trasformarsi in un laboratorio pubblico di coscienza collettiva: uno spazio in cui la migrazione smette di essere cifra statistica o emergenza cronica e torna a interrogare, con forza disarmante, il destino stesso delle comunità e la qualità del loro sguardo sul prossimo.
Riace, il paradigma dell’umanità che sfida la burocrazia
Ad aprire i lavori è stato Elia Fiorenza (docente e ricercatore Unical, specializzato in storia economica, storia dell’industria turistica e archeologia industriale), che ha ricomposto la lunga traiettoria dei flussi migratori in Calabria in una cornice più ampia e, per molti versi, scomoda: quella dello svuotamento progressivo dei territori. Il suo intervento ha ribaltato immediatamente il baricentro del dibattito, spostandolo da una contrapposizione semplificata – “migranti contro residenti” – a una frattura più profonda e strutturale: comunità contro paura. «Il vero problema oggi non è la presenza dei migranti – ha sottolineato – ma il modo in cui le comunità reagiscono alla paura, allo spopolamento e alla chiusura».
Nel suo racconto, Riace diventa paradigma di una possibilità concreta: trasformare il vuoto demografico in opportunità sociale. Un processo che Fiorenza ha definito “dal vuoto al valore”, richiamando anche un monito spirituale e culturale alla “necessità di disarmare la paura e le parole” come condizione per costruire fiducia. Il cosiddetto modello Riace viene così ricostruito nella sua densità storica e sociale: un sistema fondato su ospitalità diffusa, economia circolare, lavoro condiviso, servizi inclusivi e turismo etico.
La trasformazione di Riace con i progetti di Mimmo Lucano
Secondo quanto illustrato dal professor Fiorenza, l’esperienza avviata nel 1998, con l’arrivo dei primi 200 profughi provenienti dal Kurdistan in un paese segnato dallo spopolamento, ha prodotto una trasformazione radicale: case abbandonate recuperate, scuole riaperte, attività artigianali e agricole rilanciate, servizi mantenuti grazie alla presenza di nuove famiglie. Non assistenzialismo, ma rigenerazione sociale: questo il cuore del modello, che ha cercato di tenere insieme migranti e residenti in un’unica rete comunitaria. «L’esperienza di Riace ha avuto il merito di spostare il dibattito dall’emergenza alla progettualità, dalla pura gestione amministrativa al senso profondo di comunità. Salvare l’altro significa salvare noi stessi. Lo spazio del vuoto è diventato uno spazio di rinascita dimostrando che l’accoglienza è un processo culturale prima ancora che politico», ha concluso il professor Elia Fiorenza.
Mimmo Lucano e il modello Riace: la dimensione giudiziaria
A introdurre la dimensione giudiziaria è stato l’avvocato Andrea Daqua, che ha posto una domanda destinata a imprimere una direzione precisa al suo intervento: può uno Stato democratico trasformare un’idea in un processo penale? Daqua ha ripercorso le vicende giudiziarie legate a Riace, soffermandosi sulla costruzione dell’impianto accusatorio e sulle successive letture dei fatti da parte della giustizia, in un continuo gioco di tensioni tra norma e interpretazione, tra amministrazione pubblica e visione politica.
«Ci si è trovati davanti a un paradosso – ha osservato –: un modello riconosciuto a livello internazionale, studiato dalle università e premiato nei contesti culturali più autorevoli, è stato improvvisamente trasformato in oggetto di indagine penale». Secondo il legale, la vera “colpa” attribuita a Mimmo Lucano sarebbe stata quella di aver “umanizzato” l’accoglienza. Una scelta culturale prima ancora che amministrativa: guardare ai migranti non come pratiche burocratiche, ma come persone, storie, dignità. Da questa impostazione, ha sostenuto, sarebbero derivate decisioni operative che l’accusa ha successivamente reinterpretato come ipotesi di reato.
La normativa sull’accoglienza
L’avvocato ha richiamato la normativa sull’accoglienza: «Lucano cosa fa? Cerca di dare attuazione concreta a quel principio che favoriva percorsi reali di integrazione. In un territorio come Riace, dove non esistono grandi industrie o opportunità economiche, crea strumenti di inclusione: il frantoio, la fattoria didattica, laboratori e attività sociali». Eppure proprio queste esperienze vengono contestate come peculato: secondo l’accusa, i fondi destinati all’accoglienza sarebbero stati usati impropriamente. Nonostante fosse stato dimostrato che in quelle attività lavoravano migranti e cittadini del posto con contratti regolari e buste paga. «È qui che si vede la forzatura: non si voleva colpire un illecito, ma un modello diverso da tutti gli altri. Un sistema che metteva al centro la dignità della persona», ha chiarito Daqua.
Mimmo Lucano: la condanna di primo grado
La coerenza politica e personale di Mimmo Lucano si misura soprattutto nel momento in cui il suo progetto sembrava ormai travolto. Dopo la condanna di primo grado, mentre su Riace si abbatteva il peso di una sentenza senza precedenti, tredici anni di carcere, arrivò un fondo di solidarietà destinato a sostenerlo economicamente. Sarebbe stato comprensibile utilizzare quelle risorse per affrontare le conseguenze personali di un processo devastante, mediaticamente e umanamente. Lucano fece invece un’altra scelta: destinò quel denaro alla prosecuzione dell’accoglienza.
Nel frattempo, infatti, i finanziamenti pubblici erano stati interrotti. Il sistema costruito negli anni a Riace rischiava di collassare definitivamente. Eppure, grazie a quelle risorse, per quasi due anni continuarono a essere garantiti servizi essenziali, assistenza e attività sociali. È un passaggio che racconta molto più di qualsiasi slogan politico: «Se l’obiettivo di Lucano fosse stato il profitto personale – ha osservato l’avvocato Daqua- difficilmente avrebbe impiegato fondi ricevuti per sé nel tentativo di mantenere in vita un modello ormai sotto attacco istituzionale e giudiziario. Il processo, però, sembrava aver preso una direzione precisa fin dall’inizio. Quando arrivò la sentenza di primo grado, all’opinione pubblica venne consegnata soprattutto una narrazione: “ci sono le intercettazioni”. Era questo il cuore del racconto mediatico. Le intercettazioni come prova definitiva, come sigillo di colpevolezza. Una formula potente, capace di orientare il giudizio collettivo ancora prima di quello definitivo dei tribunali».
Le intercettazioni e la perizia
Il legale ha precisato che quelle intercettazioni, nel corso del processo d’appello, si sono rivelate molto meno univoche di quanto fosse stato raccontato. La Corte d’Appello ha infatti riconosciuto che il loro contenuto era stato interpretato erroneamente. Non un dettaglio tecnico, ma uno degli elementi centrali dell’intero impianto accusatorio. Nel diritto penale esiste uno strumento fondamentale proprio per evitare interpretazioni arbitrarie delle conversazioni intercettate: la perizia. E in una delle intercettazioni considerate chiave, il perito nominato dal tribunale trascrisse il dialogo esattamente nello stesso modo in cui lo aveva trascritto il consulente della difesa. Il significato delle parole risultava quindi chiaro e condiviso da entrambe le analisi tecniche indipendenti.
Eppure il tribunale scelse di fondare la sentenza sulla diversa trascrizione della polizia giudiziaria, ignorando quella del proprio perito. A tal proposito, l’avvocato ha puntualizzato: «Una decisione che continua a sollevare interrogativi pesanti sul metodo seguito nel processo e sul rischio che, in vicende ad altissima esposizione pubblica, l’impianto accusatorio finisca per prevalere persino sugli elementi che lo contraddicono».
C’è poi un altro episodio rimasto ai margini del dibattito pubblico ma che appare particolarmente significativo. Durante un’ispezione a Riace, un funzionario della prefettura fu intercettato mentre disse a Lucano: «Sindaco, voi non volete capire che l’amministrazione dello Stato non vuole che si parli bene del modello Riace». Un’affermazione che, se contestualizzata, assumerebbe un peso enorme: «Perché suggerisce che attorno al “modello Riace” – ha aggiunto il legale- non vi fosse soltanto una contestazione amministrativa o giudiziaria, ma anche una precisa ostilità istituzionale verso un’esperienza che aveva assunto un forte valore simbolico nel dibattito nazionale sull’immigrazione».
Il ruolo del pubblico ministero
Come ha precisato l’avvocato Daqua: «Nel sistema giudiziario italiano il pubblico ministero non ha soltanto il compito di sostenere l’accusa. Ha anche il dovere di raccogliere gli elementi favorevoli all’indagato. Quell’intercettazione, però, non venne valorizzata nel processo, nonostante potesse contribuire a chiarire il contesto politico e amministrativo nel quale maturarono le indagini. E a rendere la vicenda ancora più controversa c’è il fatto che lo stesso funzionario autore di quella frase sia poi comparso tra i testimoni dell’accusa».
Anche alcuni documenti ufficiali sembravano smentire l’impostazione accusatoria. Come ricordato dal legale, la difesa produsse un documento del Ministero dell’Interno in cui si sosteneva che l’accoglienza, soprattutto nei piccoli Comuni, dovesse diventare una forma di welfare locale integrato, capace di creare occupazione, inclusione sociale e servizi territoriali. Era, di fatto, la descrizione di ciò che Riace aveva tentato di costruire: il frantoio sociale, la fattoria didattica, i laboratori artigianali, le attività di inserimento lavorativo. Progetti che nell’impianto accusatorio vennero invece presentati come strumenti irregolari o addirittura illeciti. «Riace ha subito un colpo durissimo- ha rimarcato il legale- ma Lucano non è stato distrutto. Quando alla base di una vita pubblica c’è una sostanziale onestà, un processo può ferire, può logorare, ma non può cancellare una persona».
L’avvocato Daqua richiama l’esito del procedimento: «Mimmo Lucano è stato assolto dalle principali accuse»
Nel suo intervento, l’avvocato ha poi richiamato un punto giuridico centrale: l’esito del procedimento. «Lucano è stato assolto dalle principali accuse, tra cui truffa e peculato, mentre è rimasta in piedi soltanto una condanna residua per falso ideologico relativa a una determina amministrativa, priva di effetti concreti: nessun danno economico, nessuna somma indebitamente percepita, nessun vantaggio personale. Un falso definibile “innocuo”, di carattere meramente formale». Eppure, proprio questa condanna è stata sufficiente ad attivare la procedura di decadenza dalla carica di sindaco sulla base della legge Severino, aprendo così un ulteriore fronte di dibattito tra diritto, interpretazione normativa e rappresentanza democratica.
L’intervento di Mimmo Lucano
A seguire, Mimmo Lucano ha preso la parola con un intervento intenso che ha restituito il senso umano e politico della sua esperienza. Da qui, una riflessione più ampia sul rapporto tra giustizia, politica, Vangelo e dignità umana. Lucano ha ricordato il ruolo decisivo dei suoi avvocati, Andrea Daqua e Antonio Mazzone, descrivendo la sua vicenda come un processo politico costruito per colpire non tanto una persona, quanto un’idea di società. Ha raccontato di come Mazzone, avvocato storico di Locri, dopo aver esaminato i suoi conti e la sua situazione personale, avesse intuito immediatamente l’anomalia dell’inchiesta: «Qui non c’è il criminale che vogliono raccontare». E dopo la morte di Mazzone, ha messo in luce con commozione la scelta di Giuliano Pisapia di assumere gratuitamente la sua difesa, definendo il procedimento contro Riace «evidentemente politico».
Lucano ha richiamato padre Natale Bianchi, figura di formazione radicale, un sacerdote che gli trasmise un Vangelo non come dottrina, ma come pratica di giustizia. Poi, il riferimento a monsignor Bregantini, una figura decisiva nella storia di Riace: un uomo che non parlava di accoglienza in astratto la praticava. «Apriva conventi ai migranti, stava accanto ai poveri, si schierava senza ambiguità. È stato lui, in qualche modo, a dare una legittimazione morale a ciò che stavamo tentando di costruire. E il modello Riace nasce proprio così: non da un progetto teorico, ma dall’incontro tra persone».
La riflessione di Mimmo Lucano sulla tragedia di Cutro
«Mi colpisce il clima politico e culturale che stiamo vivendo oggi, fondato spesso sulla paura e sull’odio. Per anni abbiamo ascoltato un linguaggio pubblico costruito sull’avversione verso i migranti, come se fossero il problema principale delle nostre società». Nelle parole di Mimmo Lucano emerge una critica netta alla trasformazione del dibattito pubblico sull’immigrazione, sempre più dominato, secondo l’ex sindaco di Riace, da logiche securitarie e da una narrazione emergenziale. Una lettura che, a suo giudizio, finisce per cancellare le cause profonde delle migrazioni e per disumanizzare chi attraversa il Mediterraneo.
«Le persone non lasciano la propria terra per capriccio: spesso fuggono da guerre, fame, sfruttamento, dittature, conseguenze di un sistema economico globale di cui anche noi facciamo parte», afferma Lucano, spostando il discorso dalle frontiere alle responsabilità storiche, economiche e politiche dell’Occidente. Nel suo racconto, l’immigrazione non è mai soltanto una questione amministrativa o di ordine pubblico, ma una conseguenza diretta degli squilibri globali.
È in questo quadro che Lucano inserisce anche la tragedia di Cutro, definita «una ferita enorme» non solo per il numero delle vittime, ma per ciò che quella vicenda ha rivelato sul rapporto tra istituzioni e vita umana. «Prima vengono i soccorsi o il controllo delle frontiere? Prima viene la dignità delle persone o la burocrazia?», chiede Lucano. Interrogativi che trasformano il tema migratorio in una questione morale oltre che politica, mettendo in discussione le priorità dell’Europa e degli Stati nazionali davanti alle migrazioni contemporanee.
Mimmo Lucano racconta uno degli episodi simbolici della storia di Riace: l’arrivo di rifugiati palestinesi
Il racconto si fa poi immagine. Lucano ha ricordato uno degli episodi simbolici della storia di Riace: l’arrivo di rifugiati palestinesi accolti nel paese calabrese e immortalati dal regista Wim Wenders. «Per il cineasta tedesco – ha raccontato Lucano- Riace rappresentava la vera utopia possibile». Un luogo in cui i migranti non erano percepiti come una minaccia, ma come possibilità di rinascita per territori destinati allo spopolamento. Tra quei volti c’era anche una bambina, oggi studentessa universitaria, che ha affidato alla sala la sua testimonianza: «Riace è stata la nostra prima vera casa. Il primo luogo in cui ci siamo sentiti esseri umani». «L’accoglienza senza integrazione rischia di diventare solo gestione dell’emergenza. L’integrazione, invece, cambia la vita delle persone e trasforma anche i territori che accolgono», ha concluso Mimmo Lucano.
L’arcivescovo Giovanni Checchinato punta l’attenzione sul clima attorno al tema dell’immigrazione
L’arcivescovo Giovanni Checchinato ha riportato il dibattito al suo nucleo più essenziale: il modo in cui una società costruisce lo sguardo sull’altro. Il clima attorno al tema dell’immigrazione, ha osservato, non nasce da percezioni spontanee ma da una narrazione ripetuta, che finisce per sedimentarsi come verità condivisa. «Provate a fare una ricerca- ha affermato rivolgendosi agli studenti – e vedrete che la parola “migrante” viene quasi sempre associata alla criminalità». Da qui il passaggio più netto: la disumanizzazione. «Parliamo sempre di migranti ma sono uomini, donne, bambini. Hanno un nome, un cognome, una storia».
Un richiamo che ha riportato l’aula alla concretezza delle vite cancellate dai numeri: quasi 80mila morti nel Mediterraneo negli ultimi vent’anni, spesso senza identità né restituzione alle famiglie. Infine, mons. Checchinato ha rivolto a Mimmo Lucano una citazione evangelica tratta dal Vangelo di Matteo: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi». Poi ha concluso con parole semplici ma molto intense: «Forza Mimmo».
Mimmo Lucano e il modello Riace: le iniziative dedicate al significato umano di accoglienza
Dopo gli applausi finali, Mimmo Lucano ha ripreso la parola per ricordare Adele Zotti, giovane antropologa e mediatrice culturale impegnata nei progetti SAI nell’area di Benevento. Si era opposta a una logica burocratica che, allo scadere dei termini di permanenza, prevedeva l’allontanamento automatico dei migranti, anche quando famiglie e bambini risultavano ormai pienamente integrati.
Lucano ha raccontato come Adele avesse trovato proprio nell’esperienza di Riace una forma di ispirazione etica e politica, dedicandogli la sua ricerca, fino a farne una tesi e poi un libro, “Sconfinate frontiere. Riace, eccezione che rifiuta la regola”. Poi il tono si è spezzato. Lucano ha raccontato che Adele avrebbe dovuto presentare quel lavoro con lui a Bruxelles nel 2025. Ma poco prima dell’incontro arrivò una telefonata: Adele si era tolta la vita a 33 anni. L’incontro si è così chiuso in un clima di forte partecipazione emotiva, con la proposta di organizzare nuove iniziative a Riace dedicate proprio alla memoria di Adele e al significato umano dell’accoglienza.
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