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Quel che resta del padre: uomini fragili, soli e terrorizzati dall’idea di sbagliare

  • Postato il 11 luglio 2026
  • Di Panorama
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Quel che resta del padre: uomini fragili, soli e terrorizzati dall’idea di sbagliare

«Vuoi andartene per assistere alla nascita di tuo figlio, un momento disgustoso, in cui il padre è del tutto inutile», così la giornalista France Pierron si è rivolta al calciatore belga Jeremy Doku, che tra la gloria ai Mondiali e la gioia della nascita ha scelto senza esitare la seconda, lasciando l’America. I social si sono scagliati con violenza contro la commentatrice sportiva, è diventato un caso mediatico mondiale tanto che il canale tv L’Èquipe si è dissociato dalle dichiarazioni della sua commentatrice e l’ha sospesa.

Un padre non può essere definito inutile, almeno nel mondo del politically correct. Anche se la realtà sembra essere assai diversa. La trasformazione della paternità fino ad arrivare ad essere un’entità evanescente è la vera chiave per comprendere la violenza in cui la GenZ sta annegando. Uccidere i padri, tutti. Fu uno slogan degli anni Settanta. Il pater familias, il padre padrone con la cinghia pronta in mano, il “breadwinner” descritto dal sociologo Talcott Parsons, simbolo del sogno americano (Spencer Tracy per intenderci), alla fine è stato abbattuto. Non solo ucciso, ma seppellito, dimenticato. Addio anche al pluricitato “complesso di Telemaco”. Dopo molteplici mutamenti gli uomini hanno trovato un nuovo modello cui ispirarsi. Rassicurante, servizievole, l’amicone sempre disponibile. Giocherellone, zuzzurellone. Un tenero Labubu da attaccare al passeggino.

Così lo descrive il celebre pedagogista Daniele Novara nell’ultimo saggio Il papà peluche non serve a nulla (Rizzoli, BUR): «È solo una via di fuga che nasce da un doppio opportunismo. Il primo è quello delle madri, che non si fidano dei compagni, il fantasma del genitore autoritario è ancora vivo nella memoria. Continuamente ripetono: “Hai un tono sbagliato, alzi la voce, non sei empatico, mettilo giù che si fa male, sei sempre con la testa al lavoro”. Fino al paradossale “Lo stressi troppo” a tre mesi. L’altro opportunismo è l’indolenza storica del capofamiglia, che da tempi lontani non ha mai fatto nulla, aveva solo una collocazione. Era una figura di sistema più che di qualità. Invocata dalle consorti nella fatidica frase: “Stasera lo dico a tuo padre”. Mentre il babbo pupazzo è innocuo, anche se continua a fare come i suoi antenati: non ha una vera responsabilità».

Novara confessa di aver parlato con il suo forse meno di due ore in tutta la vita: «Non mi metteva neanche la mano sulla spalla. Il contatto allora non era previsto». Mentre un autore come Antonello Piroso, soltanto scrivendo il libro Papà. Anatomia di un amore disperato sul genitore duro e distante, ha saputo fare i conti con il dolore.

Sembra di precipitare ai tempi di Franz Kafka che in Lettera al padre scriveva: «Perché tu eri per me la misura di tutte le cose».

Se allora erano i figli a rincorrere l’inarrivabile papà, oggi la società da loro si aspetta troppo, li ha messi sotto una forte pressione, rendendoli fragili e stremati. Continua Novara: «Figura pallida, di sfondo, compagno di giochi piuttosto che punto di forza con una valenza educativa. Questi due opportunismi generano la tempesta perfetta, che alla fine va bene a tutti».

Forse la crudele verità è che la figura maschile nella famiglia era un ruolo a prescindere. Questo vuoto funesto fa male. Ne parlano libri come il commovente Padri Nostri di John Niven (Einaudi) e il film pluripremiato Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, dove Leonardo DiCaprio è un papà in fuga, perennemente confuso.

È finita anche l’era del mammo, comparso sulla scena negli anni Novanta. Un antagonista in competizione affettiva, prodigo di baci, coccole e smancerie. Tanto che i figli si trovarono ad avere due madri, motivo per cui fu spodestato anche da questa posizione. E siccome un genitore che mette dei limiti in un mondo narcisistico come il nostro è controcorrente, non restava al tapino che diventare un tenero instagrammabile influencer (e quanti ce ne sono).

Schiacciati dal senso di colpa, abitati dallo sconforto, si sentono perennemente inadeguati. Raccontano: «Non c’è mai possibilità di recupero». Ossessivi, vedono nel tradimento della compagna (soprattutto nel primo anno di vita del bambino) la via di fuga da una gabbia dove non si aspettavano di finire. Perché in fondo nessuno gli aveva ben spiegato cosa li aspettava. C’è un film che racconta tutto questo: Papà ha bruciato i biscotti di Jeffrey Zani. Dal 2024 viene proiettato con a seguire affollatissimi dibattiti. «Non esisteva niente che parlasse della paternità in modo diverso. L’argomento continua a essere controverso, eppure quando portiamo in giro il documentario ci bombardano di domande», spiega il regista. Racconta di uomini che si sentono: «Come se ti avessero messo una pentola in testa e iniziato a suonare la batteria», «Sei stanco, ma a nessuno sul lavoro interessa che tu non abbia dormito. Il bambino sente il nervosismo e diventa ancora più irritabile, ingestibile». Continua Zani: «Noi non siamo abituati a parlare delle difficoltà, tantomeno della depressione, dei suicidi. Lo stigma resta. Non va di moda il padre in crisi, non importa a nessuno. Se sta male si arrangia. Invece è un problema di tutti, a cominciare dalla compagna che prova un disagio, senza arrivare alla violenza. È vero che le madri hanno sempre affrontato tutto da sole, ma il fatto che qualcuno stia peggio di te non ti consola».

Emerge una profonda solitudine. Ci si alterna nella cura, ma è la coppia a scomparire. Si resta in tre con il passeggino, il frigo e il microonde, altro che il villaggio intero che aiuta a crescere i pupi. Tutto sparito, pure i nonni (ormai rari), per non parlare degli zii, inesistenti. La paternità è fragile. Osserva Franco Baldoni, professore associato in Psicologia clinica all’Università di Bologna, psicoanalista, da oltre trent’anni il più importante studioso italiano dell’argomento: «Il mutamento sostanziale è legato alla transizione che c’è stata a partire dallo scorso dopoguerra dalle forme familiari di tipo patriarcale a quelle nucleari. Adesso è richiesto un accudimento, cosa prima rarissima. Come caregiver si occupa del neonato, prende in braccio, addormenta, cambia il pannolino. Il suo maggior coinvolgimento provoca dei cambiamenti sul piano epigenetico e neuroendocrino, influenzando inevitabilmente anche la sua salute. Ora sappiamo che i disturbi affettivi perinatali paterni sono frequenti quanto quelli femminili». A fronte di un tredici per cento di donne che ne soffre, c’è un dieci per cento di uomini colpiti. «Un dato sottostimato, perché i maschi si sottraggono alle ricerche, non rispondono in modo veritiero ai questionari e minimizzano la loro sofferenza. La rabbia e i comportamenti violenti sono marker significativi dei disturbi depressivi paterni. I medici devono imparare a intercettare queste crisi, che tendono a nascondersi».

I genitori non sono autoritari e spesso neanche autorevoli. È un problema epocale. Ne scrive Dario Ferrari nel libro L’idiota di famiglia (Sellerio), il caso letterario dell’anno, dove centrale è il rapporto del protagonista quarantenne con Herr Professor, il temibile capostipite, russofilo e dal rigore intransigente. «I miei erano liberali, sessantottini, lui lavorava, ma cercava di esserci e avere un ruolo attivo. Era una famiglia patriarcale, ma papà era ben diverso dall’esigente e algido protagonista del romanzo. Allora il mondo degli adulti era solido, aveva le sue regole e non si metteva in discussione. In quest’epoca, con due bambini piccoli, vedo che non si dà più per scontato l’inattaccabilità dell’assetto familiare, probabilmente perché siamo più dubbiosi. Si sta a metà, e con fatica, nella parte, siamo perdutamente giovani. Poco credibili perché meno disposti a percepirsi cresciuti. Se sento la necessità di imporre l’autorità, ho anche una certa resistenza a farla accettare», conclude lo scrittore viareggino.

I padri di oggi devono superare la linea d’ombra e finalmente decidere di diventare grandi. Confessa Paolo, 45 anni: «Ho paura di rimanere in seconda fila in attesa delle istruzioni di mia moglie, come i mozzi aspettano gli ordini dal superiore, sapendo che su una nave c’è solo un capitano». Silvana Quadrino, psicologa e psicoterapeuta, invece non è d’accordo: «Ma quale papà peluche, vogliono solo impegnarsi. Vedo ovunque una maggiore esigenza di essere più attivi nella cura dei piccoli. È sbagliato dire che lui aiuta, invece gestisce la paternità, come la mamma. La comparsa di un genuino interesse emotivo nei confronti dell’accudimento è la grande differenza con la generazione di ieri. Finora non era mai comparso nel genere umano. L’impegno con i bebè è passato da un noioso obbligo a qualcosa che coinvolge emotivamente. Produce piacere e preoccupazione. Come sempre non tutti i cambiamenti sono gloriosi. All’interno delle coppie ha prodotto conflittualità, le donne non sono così disposte a lasciare spazi di assistenza in stile maschile. Inizialmente li abbiamo tirati per i capelli dentro la sala parto. Adesso la partecipazione alla gravidanza non è una moda, ma un’esigenza. Incontro molti mariti che pretendono di essere i genitori prevalenti, sono loro a chiedere il congedo parentale. Non è un dovere, è un bisogno di esserci fino dai primi mesi. Entra nella progettazione della genitorialità».

Ma il progetto condiviso non è cosa semplice, come sottolinea la psicopedagogista Barbara Tamborini: «È certamente aumentata la percentuale di coloro che vogliono un incarico maggiore, ma dal volerlo, al capire qual è il modo migliore per farlo, ce ne passa. E questa complessità la sentiamo tutti, sia madri che padri. La sfida principale è riuscire a trovare un punto di equilibrio solido che sappia orientare, essere un riferimento di protezione, stimolo e sostegno nelle difficoltà. Le mamme hanno più esperienza, l’hanno sempre dovuto fare, spesso da sole. Per i maschi è un terreno nuovo, il rischio è compiere mosse maldestre senza avere ben chiaro dove andare. Bisogna allenarsi per diventare un buon genitore. Invece li vedo affaticati, la vulnerabilità individuale rende tutto più arduo. Se siamo insicuri, annegati in questa immaturità diffusa, siamo deboli. Prima si pensava solo alla stabilità economica, ai bisogni primari. In questo tempo si dà molta importanza al benessere psicologico. È necessaria una figura autorevole che abbia fermezza. Che sappia mettere dei limiti e mantenerli».

Ma se poi in un doppio carpiato riuscissero a cambiare ancora e da peluche tornassero a educare con la potenza dello sguardo inceneritore di Superman, cambierebbe qualcosa? Matteo Lancini, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, è tranchant: «Ormai si deve parlare di funzioni materne e paterne. Non esiste la netta suddivisione dei ruoli tradizionali. I cambiamenti intervenuti hanno determinato una fluidità che ha reso sempre meno facile definire madre e padre. Siamo una società dove l’atto sessuale non è più necessario alla sopravvivenza della specie. E questo concetto dobbiamo averlo molto chiaro. Procreazione assistita, maternità surrogata. È la prima generazione che cresce con l’idea che non serve unire il corpo per diventare genitori. C’è tanto di quello sperma congelato che è superfluo, non tanto il padre, quanto la coppia come progetto».

Autore
Panorama

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