Potenzialità sinestetiche
- Postato il 29 luglio 2026
- 0 Copertina
- Di Il Vostro Giornale
- 0 Visualizzazioni
- 6 min di lettura
Generazione sintesi AI in corso…
“Un colore è un’azione, una vibrazione. Una vibrazione che si ripercuote su un’altra. E così via, in un’armonia che si traduce in suono e, infine, in pensiero”. Così scrive Vasilij Kandinskij in Lo spirituale nell’arte del 1910. La sua percezione del colore in forma di suono è un caso tipico di sinestesia sensoriale, di fatto si tratta di una condizione neuro percettiva reale, nel senso che il soggetto registra l’esperienza sensoriale e non la rielabora con la fantasia o in modo liberamente creativo, ma come esperienza di un dato di realtà. Le moderne neuroscienze cognitive studiano questa particolare “capacità” non come malattia ma come fenomeno che consente al soggetto, in maniera assolutamente involontaria, una sorta di fusione tra percezioni sensibili e relative informazioni che, nel caso della stragrande maggioranza delle persone, risultano rigorosamente distinte. Il termine sinestesia unisce le parole greche syn (insieme) e aisthesis (percezione) proprio per indicare la fusione percettiva che, oggi lo sappiamo, induce il cervello a integrare stimoli normalmente separati in un’unica esperienza gnoseologica. La poesia spesso ricorre a questo artificio che, nello specifico, si definisce come “figura retorica”, basti ricordare i versi baudelaireiani di Corrispendenze: “I profumi e i colori/e i suoni si rispondono come echi/lunghi che di lontano si confondono/in unità profonda e tenebrosa,/vasta come la notte e il chiarore”, personalmente riporto con piacere un’intensa immagine dell’amico Gershom Freeman: “Ai fiori che sognano colori mentre noi ne respiriamo il profumo” che credo possa definirsi come una sorta di intimità percettiva tra natura e umano che supera addirittura la sinestesia tradizionale.
Ciò che accade nel cervello umano è interessante e suggestivo: quando delle esperienze colpiscono il nostro occhio, le relative informazioni vengono consegnate alla corteccia visiva in forma di impulsi elettrici. La funzione della corteccia visiva è quella di tradurre i segnali ricevuti trasformandoli in forme e colori, questo ci consente di “vedere la nostra esperienza del mondo in forma di immagine”; l’aspetto suggestivo di questa attività, a mio parere, consiste nel fatto che, se i segnali elettrici provenissero dall’orecchio o dagli organi di gusto o altri, la nostra rappresentazione del fenomeno uditivo o di gusto diverrebbe una sorta di “visione del suono e del sapore”. Tutto ciò che, convenzionalmente, definiamo come realtà, di fatto, è la versione di segnali elettrici a seconda della corteccia del nostro cervello che li riceve. Noi siamo convinti che il nostro percepire la realtà sia una sorta di relazione tra la stessa e il soggetto che ne fa esperienza, credo sia più corretto precisare che un simile approccio presupponga il fenomeno come entità ontologicamente fondata, preesistente al rapporto con noi che, di fatto, ci limitiamo a conoscerlo facendone esperienza. Alla luce di quanto sopra descritto, risulta evidente che la “esistenza in sé” della realtà è una nostra prospettiva, credo una sorta di “urgenza esistenziale”, una forma di semplificazione dell’atto gnoseologico. Di fatto abbiamo bisogno di porre la realtà come preesistente al nostro conoscerla per renderla pensabile ed esperibile secondo le nostre possibilità, o meglio, secondo le possibilità che riteniamo essere le sole nostre. Ne consegue che concettualizziamo esperienze omologhe, le trasformiamo in parole e pensieri, azione peraltro estremamente sinestetica, le ordiniamo e organizziamo secondo schemi condivisi, accettando i suggerimenti della “vecchia donnaccia ingannatrice”, la grammatica di nietzscheana memoria, perché questa operazione rispetta e conferma la nostra logica congenita, azione estremamente rassicurante, si tratta di una sorta di “rassicurante auto-inganno della specie”.
La realtà, mi sembra a questo punto evidente, è tale solo nel momento in cui diviene rappresentazione da parte del soggetto: se l’umanità, da sempre, fosse priva di olfatto, la realtà condivisa dalla nostra specie risulterebbe priva di odore. È interessante sapere che i delfini, solo per fare l’esempio di un animale dotato di una considerevole intelligenza, sono mammiferi anosmatici, la selezione naturale ha trasformato i loro organi del senso olfattivo in qualcosa di più utile per le loro necessità di sopravvivenza, sembra,comunque, non abbiano davvero alcuna difficoltà a vivere in un universo che non emette odori. Così come i delfini non hanno “scelto” il proprio percorso evolutivo, potremmo supporre che la loro struttura percettiva sarebbe potuta essere come la nostra, o viceversa; nel secondo caso non avremmo creato parole come puzza o profumo, poiché non avrebbe avuto senso dare un nome a un’esperienza mai fatta; va sottolineato che nemmeno saremmo stati in grado di pensare il concetto di odore. Riusciremmo a immaginare come risulterebbe evidente la realtà condivisa se fossimo dotati di un senso ulteriore? Quanti termini ci troveremmo a dover concepire per tradurre in linguaggio la nostra esperienza della realtà? Mi sembra altrettanto interessante far notare che la nostra specie è dotata di numerosi altri sensi oltre a quelli convenzionalmente riconosciuti, in verità gli specialisti del settore affermano che ne possediamo almeno venti. Provo a citarne uno che, sono convinto, si sia palesato più o meno esplicitamente a tutti: vi è mai occorso di “sentivi osservati”? Interrogazione retorica, ne sono certo, ebbene, con che senso tutto ciò è stato esperito? Non lo sappiamo, tanto è che impieghiamo, per indicare questa esperienza, il verbo “sentire” che si relaziona esclusivamente ai suoni e che nulla ha a che fare con il fenomeno in oggetto. In qualche modo la possibilità di esperienze, oltre i sensi riconosciti, ci crea qualche disagio, niente di più facile che relegarle in un angolo nascosto, non ufficializzarle, tanto meno coltivarle, infatti non avvertiamo la necessità di coniare un verbo specifico per indicarle.
Risulta evidente che, se da sempre avessimo imparato a utilizzare i numerosi sensi dei quali abbiamo disponibilità e che ristanno nel limbo rassicurante del nostro silenzio di consapevolezza, la realtà sarebbe altra e il nostro vocabolario si sarebbe dilatato considerevolmente. Potenzialmente siamo tutti dei non espressi Kandinskji, o Leonardo da Vinci, anche del genio italiano si dice fosse sinestetico, siamo, originariamente, forse come ogni altra specie, esseri sinestetici, capaci di cogliere le più intime connessioni dell’essere, poi, probabilmente per paura, per “difenderci dal caos”, abbiamo generato la specializzazione, l’individuazione peccaminosa di Anassimandro che, com’è evidente, ha in cambio garantito alla specie numerosi vantaggi nella lotta per la supremazia fra gli animali e non solo. Insomma, la rinuncia alla multiforme possibilità esperienziale della percezione sinestetica ci ha resi estremamente performanti, adatti al sistema dominante che ci ha trasformati nei gestori e manipolatori del pianeta, non sempre così positivamente a dire il vero, ma siamo certi di godere delle meravigliose opportunità che ci offrirebbe la riscoperta della nostre possibilità multisensoriali? Siamo certi di voler farci carico di un peccato originale del quale paghiamo una responsabilità che non ci spetta se non nell’incapacità di superarlo? Certo, è impensabile poter tornare indietro e cancellare millenni di “evoluzione”, ma possiamo provare a procedere oltre, a utilizzare i sensi che, comunque, permangono a disposizione anche ci spaventa riconoscerli. Provate a fissare una persona che non vi vede, standole alle spalle o di nascosto, se avete sufficiente energia e lei disponibilità individuerà il vostro sguardo e voi avrete prova delle vostre potenzialità. La cosiddetta realtà si rivelerà molto più affascinante, e poi chissà, potreste riuscire a respirare il profumo del tramonto o sfiorare la consistenza fragile e fresca dell’alba e, addirittura, a condividerle con chi scopriremo di poter amare in maniera nuova.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.