PornOdissea – “Voglio aiutarti, Ulisse, ordinerò alle mie ancelle di lavarti”, disse Nausicaa
- Postato il 30 luglio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Pilotando il suo arnese gigantesco, Ulisse approda all’isola dei Feaci. Atena ne informa la figlia del re, la vergine Nausicaa, che con le ancelle si precipita sul luogo.
PornOdissea. Fuor degli arbusti esce l’eroe e alla volta delle fighe va dal riccioluto crine, i fianchi cinti da un foglioso ramo che a stento il pisellone cela. Benché affamato dopo la procella, veder ragazze nude lo ristora alquanto: ogni tormento oblia. Come del monte cala il leone, gli occhi in fuoco, e assalta parimenti greggi e cerve, ubbidendo al ventre digiunoso, tal cala Ulisse, lordo di salsuggine com’è, sulle fanciulle in fiore, che tutte fuggono qua e là per l’alta riva spaventate, velando le sorchette con le mani. Con tale slancio s’erge la sua verga che il ramo via gli vola: nell’acque immerge le vergogne Ulisse.
Solo d’Alcinoo la diletta figlia, cui Atena nell’alma ardire infuse, immota al suo cospetto sta, franche d’ogni tremito le membra. Dapprima pensa Ulisse di saltarle addosso, ma la gelosa Atena un altro ruol gli assegna. Vergogna simulando, dice a Nausicaa: “Devo chiamarti dea, o tu sei donna? Artemide immortale, dal maestoso aspetto, in te ravviso. Se sei mortale, tre volte venerandi la madre tua e il padre. E pure i tuoi fratelli, che dall’uscio forse sbircian se ti svesti, felici di mirar il tuo culetto! Che è delizioso: nulla mai d’egual s’offerse alle mie ciglia. Te stupefatto ammiro, ragazzina. Ma riverenza tienmi, e le ginocchia tue, benché mi spinga un desiderio immenso, io pur toccar non oso. Per settimane vento e flutti m’han portato, dopo Ogigia. Giorni e giorni senza donne. Su questa rena un nume furibondo m’ha gittato. E or te vedo che nuda giochi a palla con le amiche. Capisci cosa intendo?” Dall’acque sorge Ulisse e mostra il suo pisello: tant’è cresciuto che un tonno gigantesco pare.
La verginetta dalle bianche braccia gli risponde: “Dappoco o dissennato non mi sembri, forestiero. Voglio aiutarti. Di veste o d’altro che ai supplici si deve non patirai disagio. Ma prima ordinerò alle mie ancelle di lavarti”. A loro dice: “Tornate qua, ragazze. La vista d’un uomo vi spaventa? Non è un nemico. Anzi, è un dio. Non lo riconoscete? Venite: avrete l’onore di lavare il suo organo maestoso. Approfittate del momento! Quando vi ricapita?” Si rincuoran le compagne. Portano vesti, tunica, manto, un’ampolla d’olio detergente; ed entrano col pie’ nella corrente. Delizian le loro nudità l’eroe, ma più l’incanta la giovane Nausicaa. Siede nell’acqua e le lascia fare. Con ruvida canapa gli scrostano le spalle larghe e il tergo, e la sozzura del feroce mar gli astergono dal capo; con molli spugne dai diecimila buchi la grossa verga gli mondano e le palle. La più brava tra loro è una ragazza prosperosa che manipola il pisello con gran lena. Grida Nausicaa: “Basta così, sgualdrina! Me lo spompi. Continuerai più tardi, se gli garba”.
Esce l’eroe dall’acqua. Di decor l’asperge Atena, irradiandolo di grazia e di beltade. L’ungono, lo vestono. Stordisce la donzella. “Simile a un Dio mi sembra” confessa alle compagne “che sull’Olimpo siede. Sovvenitelo di cacio e di bevanda: riprenderà le forze. Poscia dipartite”. Con bramose fauci divora Ulisse il cibo e il vin tracanna, qual chi gran tempo bramò i ristori della mensa indarno. Discretamente, le ancelle se ne vanno. Nausicaa attende, avvolta da un candido lenzuolo che s’è messa. Ulisse la raggiunge, il pisello qual lunga gomena d’ormeggio penzoloni, attento a non strusciarlo sulle rocce. Prova a toglierle il lino, lei s’oppone.
NAUSICAA: “No, Ulisse. Non puoi farlo, anche se mi vuoi e io ti voglio. Sono ancor timida e intatta, eroe dai diecimila colpi. Un sol modo ci resta: attraverso questo velo che mi copre. Così eviterò ogni imbarazzo. Fammi il favore”. Si stende quindi sulla sabbia la ragazza; sui suoi lombi dal telo modellati l’eroe s’adagia. Palpitar la sente; gentile con la forte mano l’accarezza. Trema il lenzuol qual orifiamma al vento. Poco lontano, il fiume le sue rive lecca. Vorace bacia Ulisse la fanciulla e la ribacia, sotto il lino allarga lei le gambe. Nella fighetta zuppa, con gran tatto, il suo pisello oliato il mandrillone infila. Urla Nausicaa, il telo di scarlatto si colora. Il sesso dell’eroe, involto dal lenzuolo, è così enorme che spalle e cosce le denuda entrando fino in fondo.
Come l’ombre tremule dei vampi d’una griglia sulla sabbia, mentre cuociono le prede i pescatori, così fremono i fianchi alla pulzella: di nuovo geme, stavolta di piacer, e più non smette. Qual coppia d’animali selvaggi nella forra, copulano i due: cade nell’acque occidentali il Sole e ancor dentro ci danno, lei ormai disinibita. Scende la notte che gli uccelli impietra. Più nulla scorgono le ancelle: da un’altura la scena spiavano eccitate, l’un l’altra a vuoto vellicandosi con dita, lingue e virgulti, poverette! (6. Continua)
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