Perché le minacce di Trump alla Fed non stanno preoccupando i titoli azionari

  • Postato il 14 gennaio 2026
  • Investments
  • Di Forbes Italia
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Gli investitori avevano buone ragioni per allarmarsi quando è emersa la notizia di una presunta indagine penale — poi rivelatasi infondata — nei confronti del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Eppure, numerosi studi indicano che l’indipendenza delle banche centrali ha un impatto sulla performance dei mercati azionari molto più limitato di quanto suggerisca la percezione comune.

Il messaggio diretto di Jerome Powell

Domenica sera Jerome Powell ha diffuso un messaggio insolitamente duro. Il Dipartimento di Giustizia aveva notificato alla Federal Reserve la consegna di citazioni a comparire davanti a un grand jury, accompagnate dalla minaccia di un’incriminazione penale legata alla testimonianza resa da Powell davanti alla Commissione bancaria del Senato lo scorso anno.

Secondo Powell, tuttavia, l’indagine non riguardava realmente né quella testimonianza né il progetto di ristrutturazione, avviato da tempo, della sede della Fed a Washington. In un videomessaggio, il presidente della banca centrale ha spiegato che il vero nodo era la pressione politica. L’obiettivo, ha sostenuto, sarebbe quello di minare la capacità della Federal Reserve di fissare i tassi di interesse sulla base delle condizioni economiche, anziché delle richieste del presidente. In sintesi: Donald Trump non vuole una Federal Reserve indipendente.

I timori di una reazione violenta dei mercati

Alla luce di queste dichiarazioni, gli osservatori dei mercati si sono preparati a una possibile reazione brusca. Alcuni analisti hanno avvertito che gli investitori globali avrebbero potuto rimettere in discussione la loro fiducia nelle istituzioni statunitensi. È tornata così a circolare l’ipotesi di una più ampia strategia di “sell America”: se la Casa Bianca può esercitare pressioni sulla Fed, gli investitori potrebbero pretendere un premio per il rischio più elevato sugli asset americani.

Krishna Guha, responsabile della strategia globale su politiche pubbliche e banche centrali di Evercore ISI, ha sintetizzato questo timore in una nota diffusa domenica sera: “Questo è inequivocabilmente un contesto di risk off”.

Una reazione sorprendentemente modesta

Ma i fatti hanno raccontato una storia diversa. I mercati hanno reagito a malapena. L’S&P 500, il Dow Jones Industrial Average e il Nasdaq hanno tutti chiuso la seduta in rialzo. L’ex presidente della Federal Reserve ed ex segretaria al Tesoro Janet Yellen ha affermato che gli investitori dovrebbero “essere preoccupati“. Tuttavia, la preoccupazione non si è tradotta in vendite. Trump aveva già avuto scontri pubblici con Powell in passato, senza conseguenze concrete.

Due senatori repubblicani — Lisa Murkowski dell’Alaska e Thom Tillis della Carolina del Nord — hanno poi dichiarato che bloccheranno qualsiasi nuova nomina alla Federal Reserve finché l’indagine del Dipartimento di Giustizia non sarà conclusa. I repubblicani detengono 53 seggi al Senato, mentre per una conferma ne bastano 51. Un segnale che alcuni argini istituzionali continuano a funzionare.

Il Fed–President Pressure Index (FPPI)

C’è anche un’altra ragione per cui la reazione dei mercati è stata così contenuta: l’esperienza storica dimostra che le pressioni politiche sulla Federal Reserve non si traducono automaticamente in danni per le azioni.

La prova arriva dal Fed–President Pressure Index (FPPI), un indicatore elaborato da Yosef Bonaparte, professore di finanza all’Università del Colorado Denver. Bonaparte ha pubblicato il suo studio nel 2025 dopo aver analizzato quasi 69.000 articoli di giornale pubblicati a partire dal 1980. L’obiettivo della ricerca era semplice: misurare quanta pressione pubblica i presidenti statunitensi esercitano realmente sulla Federal Reserve e osservare come reagiscono i mercati finanziari quando questa pressione aumenta.

La volatilità racconta una parte importante della storia. Le oscillazioni dei mercati tendono ad aumentare nei periodi in cui cresce la pressione politica sulla banca centrale. Secondo Bonaparte, però, questo riflette soprattutto incertezza, non panico. Gli investitori ricalibrano i prezzi mentre attendono di capire come si risolverà il conflitto e se il sostegno istituzionale alla Federal Reserve resterà solido. Come sintetizza lo stesso Bonaparte: “La pressione aumenta la volatilità, ma non necessariamente riduce i rendimenti”.

I rendimenti raccontano l’altra metà della storia. In media, i rendimenti azionari risultano leggermente più elevati quando la pressione sulla banca centrale aumenta. Tuttavia, questi guadagni si concentrano soprattutto nelle società di dimensioni più ridotte. I titoli a grande capitalizzazione, secondo la ricerca di Bonaparte, reagiscono appena.

Una spiegazione lineare

La spiegazione è relativamente semplice. La pressione politica è quasi sempre orientata a sostenere i mercati e quindi spesso segnala l’arrivo di una politica monetaria più accomodante. Quando i presidenti cercano di influenzare la Federal Reserve, gli investitori iniziano a scontare tassi di interesse più bassi o un rinvio delle strette monetarie.

Tassi più bassi tendono a sostenere i prezzi delle azioni, in particolare quelli delle aziende più piccole e più sensibili al costo del denaro. Lo studio di Bonaparte mostra che i periodi di pressione elevata sono seguiti, nei mesi successivi, da aspettative più basse sui tassi di interesse a breve termine.

Trump e una pressione senza precedenti sulla Fed

L’indice FPPI si allinea bene con la storia recente. Registra forti rialzi nei momenti di tensione visibile tra la Casa Bianca e la banca centrale, come durante la recessione dei primi anni Duemila, la crisi finanziaria del 2008 e la fiammata inflazionistica successiva alla pandemia, quando la politica monetaria è tornata al centro del dibattito politico.

Gli aumenti più marcati, tuttavia, si osservano durante gli anni di Donald Trump. L’FPPI è salito in modo significativo nel suo primo mandato ed è cresciuto ancora di più nel secondo. In termini di media mensile, Trump ha esercitato quasi il doppio della pressione sulla Federal Reserve rispetto a Joe Biden e circa sette volte più di Ronald Reagan. I dati arrivano fino a luglio 2025.

Una lunga tradizione di pressioni presidenziali

Le pressioni dei presidenti sulla Federal Reserve non sono una novità. Lyndon Johnson sostenne con forza l’agenda economica di John F. Kennedy, firmando ampi tagli fiscali nel 1964 e spingendo poi la banca centrale a mantenere bassi i tassi di interesse per sostenere la crescita economica e finanziare la guerra in Vietnam. Nel 1965 Johnson affrontò il presidente della Fed William McChesney Martin nel suo ranch in Texas, durante un incontro particolarmente acceso. Secondo The Man Who Knew: The Life and Times of Alan Greenspan di Sebastian Mallaby, lo scontro degenerò fino al contatto fisico, con Johnson che avrebbe spinto Martin gridando: “I ragazzi muoiono in Vietnam e a Bill Martin non importa”.

Anche i presidenti successivi fecero lo stesso. Nel marzo 1971, con l’inflazione al 4,7% su base annua, Richard Nixon ordinò al presidente della Fed Arthur Burns di allentare comunque la politica monetaria, sollecitando la banca centrale a “stimolare” l’economia in vista delle elezioni presidenziali del 1972. Le azioni salirono per alcuni mesi, ma poi crollarono quando prese forma una profonda recessione alimentata dall’inflazione e un lungo mercato ribassista. Questi episodi precedono il periodo coperto dall’FPPI, ma rafforzano un punto centrale della ricerca: la pressione politica sulla Federal Reserve non è né rara né priva di effetti.

L’indipendenza resta cruciale

Tutto questo non costituisce un’argomentazione a favore di una Federal Reserve meno indipendente. Le contropartite esistono e sono rilevanti. La pressione politica aumenta l’incertezza economica e può rendere più difficile collocare il debito sovrano. Non sorprende, quindi, che il segretario al Tesoro Scott Bessent si sia detto, secondo indiscrezioni, insoddisfatto dell’indagine.

Il lavoro di Bonaparte mostra inoltre che la pressione politica può far salire le aspettative di inflazione. Nel lungo periodo, questo rischia di compromettere la credibilità della banca centrale. Il caso della Turchia è emblematico: lì la banca centrale è di fatto sotto il controllo del presidente Recep Tayyip Erdoğan, alleato di Trump, e l’inflazione è fuori controllo. Ha toccato un picco dell’85% nell’ottobre 2022 e rimane oggi superiore al 30%.

L’articolo Perché le minacce di Trump alla Fed non stanno preoccupando i titoli azionari è tratto da Forbes Italia.

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Forbes Italia

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