Perché anche le mamme giovani possono avere figli con Sindrome di Down. Il possibile ruolo degli autoanticorpi
- Postato il 21 aprile 2026
- Scienza
- Di Il Fatto Quotidiano
- 0 Visualizzazioni
- 3 min di lettura
Una componente autoimmune, finora poco esplorata, potrebbe contribuire alla genesi della Sindrome di Down anche indipendentemente dall’età materna. È quanto emerge da uno studio prospettico caso-controllo condotto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences, che indaga il ruolo degli autoanticorpi materni diretti contro la zona pellucida dell’ovocita.
Oltre il paradigma dell’età materna
La trisomia 21 è tradizionalmente associata all’età avanzata della madre, in relazione all’aumento del rischio di errori meiotici negli ovociti. Tuttavia, questo modello non spiega completamente i casi osservati in donne giovani. Il lavoro coordinato da Giuseppe Noia introduce una variabile aggiuntiva: l’autoimmunità materna come possibile fattore di rischio indipendente. Lo studio, di tipo prospettico caso-controllo, ha coinvolto 58 donne arruolate tra settembre 2020 e ottobre 2022. Le partecipanti sono state suddivise in due gruppi: madri che avevano avuto una gravidanza con trisomia 21 e un gruppo di controllo con gravidanze senza anomalie cromosomiche.
L’analisi si è concentrata su tre classi di autoanticorpi: Anti-zona pellucida (anti-ZP-Ab), diretti contro la membrana glicoproteica che riveste l’ovocita, cruciale per il riconoscimento dello spermatozoo e per i processi di fecondazione. Anticorpi anti-tiroide: in particolare anti-tireoperossidasi (aTPO) e anti-tireoglobulina (aTgII), già noti in ambito autoimmune. Gli anti-ZP-Ab sono stati dosati mediante test ELISA dopo il parto, mentre gli anticorpi tiroidei sono stati analizzati con piattaforma Allelica IM. L’analisi statistica ha incluso modelli di regressione lineare e curve ROC (receiver operating characteristic), con valutazione dell’area sotto la curva (AUC) per stimare la capacità predittiva dei biomarcatori.
Risultati: forte associazione con gli autoanticorpi anti-ZP
I dati mostrano una differenza marcata tra i gruppi come si può leggere nell’abstract. I livelli di anticorpi anti-zona pellucida risultano significativamente più elevati nelle donne con gravidanza affetta da trisomia 21. L’odds ratio, corretto per età materna, è pari a 71,52 (intervallo di confidenza 95%: 7,05–725,18), indicando un’associazione estremamente forte. Dal punto di vista diagnostico, la performance del test è elevata: AUC = 0,94 (IC 95%: 0,88–1,00), indicativa di eccellente capacità discriminante. Per valori di densità ottica superiori a 1, l’accuratezza raggiunge l’89,7% Al contrario, non sono emerse differenze statisticamente significative nei livelli di anticorpi anti-tiroide tra i due gruppi. Inoltre, né gli anti-ZP-Ab né gli anticorpi tiroidei mostrano correlazione con l’età materna, rafforzando l’ipotesi di un meccanismo indipendente dall’invecchiamento ovocitario.
Interpretazione biologica
La zona pellucida svolge un ruolo chiave nei processi iniziali della riproduzione: protegge l’ovocita, regola l’interazione con lo spermatozoo e contribuisce alla corretta attivazione dello sviluppo embrionale. La presenza di autoanticorpi contro questa struttura potrebbe alterarne la funzione, interferendo con eventi critici come la fecondazione o le prime divisioni cellulari. Una possibile conseguenza è un aumento del rischio di errori nella segregazione cromosomica, inclusa la non disgiunzione del cromosoma 21, che porta alla trisomia. I risultati suggeriscono che la valutazione degli anticorpi anti-ZP potrebbe avere un ruolo nelle consulenze preconcezionali, in particolare per identificare donne a rischio anche in assenza del fattore età. Questo apre alla prospettiva di strategie preventive o di modulazione della risposta immunitaria prima del concepimento.
Tuttavia, gli autori sottolineano che lo studio evidenzia un’associazione e non dimostra un rapporto causale. La dimensione del campione è limitata e saranno necessari studi più ampi e longitudinali per confermare i risultati e chiarire i meccanismi biologici sottostanti. L’introduzione della variabile autoimmune rappresenta un potenziale cambio di paradigma nello studio della trisomia 21. Accanto al fattore anagrafico, emerge un modello multifattoriale in cui componenti immunologiche, ancora poco comprese, potrebbero contribuire in modo significativo al rischio.
L'articolo Perché anche le mamme giovani possono avere figli con Sindrome di Down. Il possibile ruolo degli autoanticorpi proviene da Il Fatto Quotidiano.