Pedagogia antimafia, la pm Manzini a Cutro parla delle donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta

  • Postato il 7 marzo 2026
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Pedagogia antimafia, la pm Manzini a Cutro parla delle donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta

Tappa conclusiva del ciclo di Pedagogia antimafia a Cutro, la pm Marisa Manzini spiega agli studenti il ruolo delle donne nella ‘ndrangheta


CUTRO – «Ci sono donne che ce l’hanno fatta a ribellarsi alla ‘ndrangheta. Donne che hanno capito che per dare un futuro ai loro figli dovevano fare una scelta diversa. I figli sono sempre il filo conduttore per rimettersi in discussione. Sono storie che dovete conoscere». Questo l’invito rivolto agli studenti da Marisa Manzini, sostituta procuratrice generale di Catanzaro e scrittrice, a conclusione del secondo ciclo seminariale di Pedagogia antimafia avviato da UniCal e Polo scolastico di Cutro. Un incontro, quello con la magistrata in prima linea contro cosche tra le più potenti e sanguinarie della ‘ndrangheta, all’insegna del cambiamento possibile.

LA STORIA DI ROSA

Un po’ come quella “ribellione felice” contro la ‘ndrangheta e la subcultura mafiosa che riesce ad attuare la protagonista dell’ultimo libro di Manzini, stavolta un romanzo. Rosa, sposa ragazzina di un boss, trova il coraggio, con suo figlio in braccio, di allontanarsi da quella condizione di sottomissione in cui la ‘ndrangheta relega le donne. È quello che aveva tentato di fare anche Santa Buccafusca, la moglie del boss di Limbadi Pantaleone Mancuso, che però non riuscì a proseguire nel suo percorso di ribellione iniziale, forse per fragilità, e non firmò i verbali con le sue dichiarazioni. La donna tornò dai Mancuso, per poi suicidarsi, o almeno così dissero i suoi familiari.

MESSAGGIO DI SPERANZA

Un libro scritto dalla procuratrice, che aveva seguito molto da vicino quel caso, forse per elaborare la tragedia ma anche per raggiungere più persone con un’opera di sensibilizzazione. E per invitare le donne di ‘ndrangheta alla rottura con un mondo patriarcale e con i delicati equilibri familiari e organizzativi su cui si regge la mafia calabrese. Un «messaggio di speranza», insomma, perché ciò che è avvenuto a Tita Buccafusca non si ripeta mai più. Temi che nell’imminenza della festa della donna hanno un significato particolare.

DONNE RIBELLI

Lo ha messo bene in evidenza la magistrata antimafia. «Le donne nelle famiglie di ‘ndrangheta hanno un ruolo particolare. Quello di educare i figli secondo i disvalori criminali. Si ribellano quando si rendono conto che portare avanti quei disvalori significa crescere figli dal destino segnato. E queste scelte determinano crepe nella ‘ndrangheta». Manzini, accennando anche al caso Buccafusca, ha ricordato casi di donne che non ce l’hanno fatta ma anche di donne che ce l’hanno fatta.

DONNE CHE CE L’HANNO FATTA

Tra queste ha menzionato un’altra vicenda maturata nella provincia vibonese, quella di Elisabetta Melana, proveniente dalla famiglia Accorinti. «Una donna per anni maltrattata dal marito e dai figli. Un giorno – ha ricordato la procuratrice – ebbe il coraggio di scappare. Si presentò alla Stazione dei carabinieri di Zungri dopo che il marito le aveva detto di raggiungerla in campagna perché lui doveva finire il lavoro. Una minaccia pronunciata dopo l’ennesimo maltrattamento. Quella donna ha avuto paura di morire. E ha compiuto un atto di coraggio. Mentre era dai carabinieri, il figlio maschio raggiunse la caserma per portarla a casa. Perché i panni sporchi vanno lavati in famiglia e i figli emulavano quello che faceva il padre». Ma Elisabetta Melana «è rimasta ferma nella sua collaborazione e ora è una donna libera. Si trova in una località protetta e ha aiutato l’attività investigativa».

IL RUOLO DELLE DONNE NELLA ‘NDRANGHETA

Manzini ha ripercorso anche l’evoluzione del complesso universo femminile all’interno della ‘ndrangheta. «Il ruolo femminile è di estremo rilievo. Parlare alle donne, fare capire loro che una scelta di libertà significa cambiamento radicale, è importante. Pensiamo alla storia di Maria Concetta Cacciola data in sposa a 15 anni. Comprende che non è quella la sua vita, trova un amore diverso e questo sarà la causa della sua morte. Nelle famiglie di ‘ndrangheta le donne devono restare fedeli per la vita, il divorzio non è ammesso».

STRATEGIA DECISA DAGLI UOMINI

Oggi le donne hanno un ruolo più attivo all’interno nella ‘ndrangheta. Spesso viene loro affidata la gestione della contabilità o addirittura la reggenza del clan in assenza dei boss detenuti o latitanti. «Ma questo – ha precisato la magistrata – avviene all’interno di un’associazione maschilista, quando l’uomo lo consente. Non esistono famiglie ‘ndranghetiste con a capo una donna. Il capo è sempre un maschio. La donna può avere un ruolo importante ma è sempre un ruolo a termine e supervisionato dal capo. La strategia del gruppo è decisa dagli uomini».

ANTIMAFIA VINCENTE

L’incontro è stato aperto dal viceprefetto aggiunto Zaccaria Sica, commissario straordinario del Comune di Cutro. «Anche in ambienti in cui la criminalità organizzata è molto presente – ha detto – non è mai espressione della maggioranza della popolazione. L’antimafia è potenzialmente vincente perché la popolazione per bene è in numero superiore». Anche questa una riflessione sul cambiamento possibile. La professoressa Adalgisa Mauro ha sottolineato l’«interesse della scuola nel sensibilizzare i giovani su questi temi».

NUOVA PROSPETTIVA

A riassumere il senso del percorso formativo è stato il suo ideatore e motore instancabile, Giancarlo Costabile, docente UniCal e coordinatore del laboratorio di Pedagogia antimafia. «L’obiettivo del ciclo seminariale – ha detto il professor Costabile – era quello di offrire strumenti ai ragazzi per leggere la realtà da una prospettiva diversa. Si può restare in Calabra con una testa e un cuore nuovi. Per questo abbiamo messo in rete testimonianze, istituzioni, mondo della comunicazione. Il fine ultimo è quello di risvegliare coscienze sopite».

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