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Pavese, Jünger, Evola. Il Novecento delle contraddizioni

Pavese, Jünger, Evola. Il Novecento delle contraddizioni

Pierfranco Bruni


Ci saranno altri giorni e altre notti. Ma il destino richiama il tragico, avrebbe detto Cesare Pavese. Una sottolineatura significativa in un Novecento delle contraddizioni e delle sfide, rimaste come ferite nel cuore straziato del tempo.
Il Novecento non è un secolo lungo o corto. Definizioni senza senso. È piuttosto il secolo delle cadute e delle ribellioni, ma anche delle riprese. Ha conosciuto scontri e confronti. Ideologie tristi e tristezze ironiche. Un po’ come tutte le epoche passate. Fare distinzioni assolute non ha fondamenta e non è fondamentale.
Dentro questo tempo vivono tre uomini diversi per formazione e contesti, ma legati da un attraversamento filosofico comune: quello di Friedrich Nietzsche. Cesare Pavese, Ernst Jünger, Julius Evola. Un poeta delle Langhe. Un soldato della trincea. Un filosofo della Tradizione. Tre scrittori che non hanno mai accettato la modernità, ma sono vissuti tra la ricerca del mito e la metafora della rovina.
Jünger si confronta con l’uomo e osserva la battaglia che diventa “un brutale scontro di masse, una lotta sanguinosa della produzione e dei materiali”. Vede che “il destino del singolo scompariva”. Vede che si muore senza vedere il nemico. Che si spara “senza sapere da che parte arrivava lo sparo”. Il fronte è la fabbrica. La fabbrica è il fronte. L’uomo è ingranaggio. L’uomo è numero. L’uomo è statistica. Non si pensa più che possa essere destino.
Evola osserva il mondo moderno e lo definisce ultima età. Entra nel mondo in rovina. Scrive: “Li si lasci alle loro ‘verità’ e ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine”. Il mondo è crollato perché ha tradito la Tradizione. Ha tradito il sacro e lo spirito. È rimasto orizzontale. È rimasto sostanzialmente plebeo.
Pavese porta la sua inquietudine nel “mestiere di vivere”. Vivere è mestiere? Osserva: “Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”. La città è senza dèi. La città è senza miti. La città è attesa. Ma l’attesa spesso tradisce.
Il vero argomento di tutto resta il tempo. O meglio: il tragico del tempo. Un tempo senza mito, senza forma, senza destino. Ciò impone una ricerca dura. Ovvero una cura.
Per Pavese il mito è ritorno e destino. Ma il mito non si pensa. Si ricorda. Si ripete. Si vive. È gesto. È archetipo. È Dialoghi con Leucò. Sono dèi che parlano come contadini. Stanchi. Soli. Sapienti. Dicono una cosa semplice: “Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino”.
Il destino è dunque ripetizione. Il destino è morte e poesia.
La filosofia di Pavese nasce qui. Nasce prima del concetto. Nasce dall’immaginazione. Nasce dal sangue. Nasce dal mare. Nasce dal bosco: “Tu fiuti l’aria e senti il bosco e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura è la morte”.
La natura è morte. La morte è donna. La morte è ritorno. La morte è destino. E il destino non si cambia. Si racconta. Si subisce.
Pavese scava nel diario che è vita: “Non è che accadano a ciascuno cose secondo un destino, ma le cose accadute ciascuno le interpreta, se ne ha la forza, disponendole secondo un senso – vale a dire, un destino”.
Il destino è interpretazione. È racconto. È mito. È l’unica forma che abbiamo per non impazzire. Direi: per non sparire.
Per Jünger invece il mito è forma, è acciaio, è figura. Entra nel mito con Der Arbeiter. È l’operaio. È la figura che attraversa la tecnica. Che non la fugge. Che la domina. Che dà forma al caos. Che dà forma alla massa. Che dà forma alla guerra.
La guerra è mito perché è iniziazione. Perché è fuoco. Perché è pericolo. Perché è “la rigida maschera dei titani”.
L’uomo di Jünger è il singolo che cammina nella metropoli ma non le appartiene. Che usa la legge ma non crede nella legge. Che sta nella tempesta ma ha il cuore freddo.
Il destino per Jünger è prova. È metallo da forgiare e da rendere stile: “Si poteva pensare un contrasto più grande di quello tra un uomo che si sprofonda amorosamente negli stati in cui la vita, ancora allo stato fluido, si raccoglie in minuscoli nuclei, e uno che a sangue freddo spara sulla creatura più sviluppata?”.
È la lacerazione. È il tragico. È la forma che tiene insieme l’abisso.
Per Evola il mito è Tradizione e rito. Ma è anche metafisica. È quella Rivolta contro il mondo moderno che diventa un manifesto. La prima parte è dedicata all’esposizione comparata delle civiltà tradizionali. La seconda parte legge la storia come involuzione. Come regresso. Dall’età dell’oro al ferro. Dal Satya Yuga al Kali Yuga.
Il compito sembra uno: “È importante, è essenziale, che si costituisca una élite la quale, in una raccolta intensità, definisca secondo un rigore intellettuale ed un’assoluta intransigenza l’idea in funzione della quale si deve essere uniti”.
L’uomo dritto. Il kshatriya. Il guerriero. Il guerriero interiore. Il guerriero della Tradizione.
Il destino è missione. È ascesi. È differenziazione. È “cavalcare la tigre”. È stare nel Kali Yuga senza appartenergli.
Si potrebbe affermare che tutti e tre vengono da radici nicciane. Tutti e tre tornano in Grecia. Ma tornano in tre Grecie completamente diverse.
Pavese torna nella Grecia di Leucò. Grecia quotidiana di ninfe e pastori, di dèi stanchi. Grecia del fato. Grecia dove “queste notti moderne – disse Pieretto – sono vecchie come il mondo”.
Jünger torna nella Grecia di Omero. Grecia di bronzo. Grecia di eroi. Grecia di Ettore e Achille. Grecia della forma.
Evola torna nella Grecia di Platone. Grecia dei misteri. Grecia dorica. Grecia apollinea. Grecia iniziatica. Grecia dell’Uno.
Forse, da questo punto di vista, il più vicino a Nietzsche resta Pavese. Perché Nietzsche, come Pavese, nasce nella poesia.
Per tutti e tre resta centrale il problema del tempo. Ma lo combattono con strumenti completamente diversi.
Pavese ferma il tempo con il ricordare: “Quale mondo giaccia di là di questo mare non so, ma ogni mare ha l’altra riva, e arriverò”.
L’altra riva è il mito. È l’eterno. È la poesia.
Anche la donna è tempo. È attesa. È assenza. È isola: “Nella carne e nel sangue di ognuno rugge la madre”.
Ma anche la morte, perché “la morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo”.
E quando il riposo non arriva, resta il suicidio. Resta quel suo “non scrivo più”. Ed è la fine.
Jünger doma il tempo con la forma. La morte è iniziazione. È passaggio. È lucidità. È parte della bellezza. È parte dell’ordine.
Evola trascende il tempo con il rito e con la Tradizione: “Se la nebbia si solleverà, apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere”.
La morte così è superamento. È distacco dal ciclo. È ritorno all’origine. È fuori dal tempo.
Pavese invece è disordine completo.
Pur nelle loro diversità restano tre solitudini. Cercano una risposta al buio.
Pavese risponde con la poesia. Con il mito che nomina il dolore. Con il mito che non salva ma accompagna.
Jünger risponde con la forma. Con il mito che ordina il caos. Con il mito che permette di attraversare il fuoco.
Evola risponde con la Tradizione. Con il mito che fonda. Con il mito che trascende. Con l’ascesi di chi resta dritto fra le rovine.
Sono differenze. Non si conciliano. Sono tre strade.
Una porta alla collina e al silenzio. Una porta nella trincea e nel bosco. Una porta sulla vetta e nel rito.
Tutte e tre dicono la stessa cosa con voce diversa: senza mito l’uomo è nudo. Senza mito il tempo è vuoto. Senza mito il destino è cieco.
Il Novecento è stato Pavese che si uccide perché il destino è più forte. È stato Jünger che vive cent’anni perché la forma è più forte. È stato Evola che scrive immobile perché la Tradizione è più forte.
È stato il mito che torna. Torna perché il moderno non basta. Torna perché l’uomo, quando tutto crolla, cerca un nome, una figura, un destino.
E il destino, alla fine, “si chiama il destino”.
Infatti è proprio Pavese che attraversa la parola e la vita con il destino tragico, in un incastro tra umano e immortale che supera completamente la storia.
Se si dovesse creare una comparazione, bisognerebbe ammettere che il poeta è il tragico che ha trovato in Nietzsche l’inquietudine greca dell’abisso.
È lo scrittore di Leucò che vive il tragico Nietzsche.
In Pavese non c’è esoterismo, almeno non come in Evola. Il mito greco è altro. È Ibico. È Leucò. È il tratteggio tra Omero e Ovidio in modo più concreto.
Non c’è un nichilismo assoluto. C’è piuttosto il superamento della storia attraverso la tragedia della grecità profonda. Ma anche la consolazione dell’inconsolabile di “quel che è stato sarà”.
Tutto questo lo riporta a Nietzsche, ma a un Nietzsche che conosceva molto bene Søren Kierkegaard.
Infatti in Pavese compare il concetto di “salto”. Tipico di Kierkegaard. Saltare il tempo. Saltare la tragedia stessa. Saltare il dolore della mancanza.
Perché tutto è destino.

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