Nella Capitale il museo Macro riparte con una mostra che osserva Roma. La recensione
- Postato il 14 gennaio 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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Roma, si sa, “non vuole capì”. Eppure, il desiderio di comprenderla, ordinarla, trattenerla in qualche modo, è costante. Complessa, caotica, contraddittoria, in pochi hanno saputo farne un ritratto originale e autentico allo stesso tempo. UNAROMA, mostra di apertura della nuova programmazione del mandato di direzione al MACRO di Cristiana Perrella curata insieme all’ex direttore Luca Lo Pinto, rappresenta un tentativo di restituire “uno sguardo sul panorama artistico ibrido e generativo della Roma di oggi”. La proposta si articola in tre sezioni: Set, mostra principale al piano terra; Live, programma di performance, incontri e dj set dal vivo nel museo; Off, eventi diffusi in spazi indipendenti della città. Fino a qui tutto bene, verrebbe da dire, usando le parole tragicamente rassicuranti di Mathieu Kassovitz.
L’allestimento di “UNAROMA” al MACRO
La mostra si apre con un allestimento d’autore firmato Parasite 2.0, in cui le opere di più di 40 artisti sfilano una dopo/sopra/accanto all’altra lungo una lingua verde a terra che allude alla tecnica del green screen: uno sfondo uniforme che permette di sovrapporre immagini, significati e tempi diversi nella stessa porzione di spazio. Ancora una volta, il cinema si conferma come linguaggio inclusivo, originale e influente in grado di entrare in contatto con l’immaginario collettivo della città, che ha fatto proprio e in cui riesce facilmente a riconoscersi.

Gli artisti presenti nella prima mostra della nuova programmazione del MACRO
Al di là di questa metafora che ben restituisce l’identità corale di una Roma stratificata dove realtà molteplici coesistono – coprendosi e scoprendosi a vicenda – la sostanza della mostra non riesce a fare altrettanto. Non è ben chiaro il criterio di selezione né degli artisti né delle opere: non tutte le partecipazioni sono romane – requisito non strettamente necessario – né risultano, però, profondamente legate al contesto urbano. Le opere non rispettano tutte lo stesso standard di qualità e ci si chiede con quale logica e motivazione alcuni lavori siano stati scelti appositamente. Il risultato è una carrellata disomogenea, dove nel complesso le opere non sono valorizzate dal percorso e non bastano a portare la mostra dove vorrebbe e dovrebbe.
“UNAROMA”: ecco i passaggi più convincenti
Si distinguono alcuni passaggi convincenti: penso all’aderenza allo spazio fisico e culturale dell’opera sonora di Tomaso Binga con riferimenti alla città, al suo dialetto e a quei luoghi comuni linguistici che portano con sé anni di convinzioni; la volontà di portare la presenza dell’acqua all’interno dello spazio istituzionale con i Mari verticali e residuali di Lulù Nuti e le gabbie fluviali di Gabriele Silli cariche di una tensione cupa; o l’analisi del rapporto tra corpo, spazio e architettura attraverso la memoria personale di Tomaso De Luca.
Le scelte curatoriali di “UNAROMA” al MACRO
In contesti museali, c’è bisogno di una linea di ricerca chiara, di criteri di selezione scrupolosi e definiti così da settare il livello di aspirazione e innescare un processo di miglioramento diffuso. La mostra non punta ad essere un dispositivo di analisi e approfondimento di un panorama artistico – dei suoi artisti, tendenze, istanze – quanto piuttosto a mettere in piedi uno statement che corrisponde all’immagine che ne hanno i curatori. UNAROMA non come fenomeno unico e forte nelle sue sfaccettature, ma Una Roma debole e generica. I curatori parlano di una “lunga inquadratura continua”, una sorta di piano sequenza che però non approfondisce, ma rimane sulla superficie delle cose, inquadrandole. Al contrario, nel cinema, questo tipo di ripresa nasce proprio dalla necessità di seguire i protagonisti e scendere nelle profondità dei loro gesti ed emozioni.
Le sezioni “Set” e “OFF” di “UNAROMA”, dentro e fuori il museo
Tutto questo non succede con le proposte delle altre due sezioni: siamo ancora agli inizi della programmazione, ma possiamo leggere e immaginare un calendario molto ricco, con un’offerta diversificata e che soprattutto posiziona il MACRO come nodo significativo all’interno di una rete, portando e riportando cittadini e visitatori nel museo e abituandoli a viverlo in un’ottica di appartenenza.
Le altre mostre al MACRO
A questo proposito, le mostre collaterali presenti ai piani superiori – a cura di Cristiana Perrella – cercano una narrazione da un punto di vista interno alle esperienze presenti e passate di Roma, lasciando che siano le voci protagoniste di quelle storie a parlare, seppur con delle differenze notevoli. One Day You’ll Understand. 25 anni da Dissonanze ricostruisce in maniera scolastica, noiosa e povera quello che è stato uno dei festival più rilevanti sulla scena romana e anche internazionale, con un allestimento pressoché inesistente. La proiezione di Jonathas de Andrade. Sorelle senza nome inaugura la nuova programmazione della sala video con una lente d’ingrandimento molto interessante sulla storia di questa comunità di suore che dal Brasile si trasferisce a Roma per sfuggire alla dittatura militare. Un fenomeno circoscritto, ma in grado di connettere attraverso il racconto mondi lontani, storia e memoria, valori spirituali, impegno politico e sociale. L’ultima, Abitare le rovine del presente – a cura di Giulia Fiocca e Lorenzo Romito (Stalker) – ripropone, riadattandolo, il progetto Agency for Better Living, presentato al Padiglione Austria della Biennale di Architettura 2025. Una mostra tanto naïf nella sua presentazione, quanto necessaria e urgente.
In conclusione, ciò che manca in questo esordio, è la messa a fuoco. Nel tentativo di evitare una narrazione autoritaria e definitiva della città, la mostra principale finisce per rinunciare anche a una struttura critica capace di sostenerne la complessità. Se questo è il punto di partenza della nuova direzione, la speranza è che lo sguardo si faccia più preciso e il rischio più consapevole, per realizzare l’idea di museo aperto, poroso, relazionale, con un ruolo attivo nel tessuto urbano e culturale della città.
Chiara Lorenzetti
L’articolo "Nella Capitale il museo Macro riparte con una mostra che osserva Roma. La recensione" è apparso per la prima volta su Artribune®.