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Narciso o Minotauro

  • Postato il 22 luglio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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In sintesi

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Narciso o Minotauro

“Le immagini, i simboli, i miti non sono creazioni irresponsabili della psiche; così rispondono a una necessità e adempiono una funzione importante: mettere a nudo le modalità più segrete dell’essere” afferma Mircea Eliade. Condivido profondamente la prospettiva di Eliade e la integro con quanto sostiene Christopher Vogler in “Il viaggio dell’eroe”, cioè che “il mito è la metafora di un mistero che va oltre la comprensione umana […] una storia che ci aiuta a capire, per analogia, alcuni aspetti misteriosi di noi stessi”. Non assumo l’idea, implicita in quest’ultima affermazione, di un “se stessi” dotato di aspetti sclerotizzati e definitivi, ritengo più utile l’approccio junghiano per il quale l’eroe, meglio ancora, gli eroi in dinamica relazione tra loro, abitano il territorio meta temporale del nostro inconscio. Credo, infatti, che ciò che Jung definisce archetipo, permanga in ogni individuo e, nel tempo, si riveli come partecipante, feroce e innamorato, nel conflitto interiore di ognuno di noi. Le differenze tra ogni individuo, sono convinto, possono essere meglio comprese riconoscendo la voce e lo sguardo dell’eroe che, nel momento in cui lo incontriamo, risultano essere più evidenti. Si cambia costantemente, l’eroimachia che ci abita ci accompagna per tutto il nostro viaggio, non esiste un punto fermo che ci possa far affermare “ecco, questo è il mio vero essere”, per dirla con Pindaro e Nietzsche, diveniamo costantemente noi stessi ma, come sostiene il pensatore tedesco, è fondamentale “sentirsi” piuttosto che “comprendersi”. Io credo che sia possibile comprendersi e tentare con successo di comprendere l’altro, ma il sentirsi è oltre la logica umana, è il dono divino dell’amore, sia rivolto verso di sé che nei confronti dell’altro, non lo comprendi, non lo spieghi, lo sai.

Siamo eroi, semidei, forse addirittura oltre gli dei, l’alchimia misteriosa del nostro inconscio si esprime nel non luogo dove si incontrano gli eroi archetipi che si raccontano l’un l’altro per consentirci di cogliere sfumature di ciò che stiamo divenendo. Impossibile ascoltarne tutte le voci che, come dicevamo, assumono rilevanza diversa lungo le differenti fasi della nostra trasformazione, generando ciò che Jung definiva come processo di individuazione. Non so se esista il Sé al quale rimandava il suo pensiero, non credo che il viaggio ci conduca a un traguardo, mi piace pensare che siamo come dei non vedenti, nel buio delle nostre profondità, che pure hanno precisa conoscenza del proprio volto e dei mille che andiamo incontrando. Credo di aver letto una simile immagine in un frammento di Fevì Acsim che affermava all’incirca: “ci abita qualcosa che è incomprensibile alla nostra logica, che la supera dopo averla fondata”. È per questo che, in maniera assolutamente arbitraria, ho scelto, per questa riflessione, due note figure del mito, due “eroi” non convenzionali, si tratta di Narciso e del Minotauro, ma provo ad ascoltare il loro raccontarsi con la consapevolezza che le loro voci ci raggiungono dall’arcano e sono intrise della storia, si auto traducono nel linguaggio che può esprimere il nostro ascoltarle dalla gabbia logica del pensiero dominante del nostro tempo. Bene: pensiamo alla figura di Narciso, un giovane così bello che, una volta incontrato se stesso, non può che innamorarsi di sé, rifiutare ogni altra occasione d’amore, fino a distruggersi. Le diverse versioni del mito esprimono intenti e radici differenti nel tempo e nel luogo, per diverse ragioni, però, sempre assumono toni critici nei confronti del tragico cacciatore. Oggi il termine Narciso assume sempre con una connotazione critica, il narcisista è ego riferito, immaturo, incapace di una relazione o almeno di un incontro con l’altro da sé, eppure è indispensabile una certa dose di Narciso in noi. Se non ci piaciamo, non ci riconosciamo qualità, non ci vogliamo bene, è impossibile che qualcuno ce ne voglia, veda per la nostra bellezza, ci incontri nel riflesso che ha raggiunto prima noi e che possiamo condividere.

Ovviamente l’eccesso di narcisismo denuncia una chiusura, rivela l’urgenza di sapersi attraverso l’apprezzamento di ciò che manifestiamo, celebra l’immagine che di noi offriamo a chi diviene solo pubblico. Una simile patologia è ingigantita, nel nostro tempo, dal ruolo centrale dei social, il riflesso nell’acqua di Narciso si trasforma nell’anonimo numero di like, i tratti meravigliosi del suo viso si riducono alla dinamica commerciale della messa in vendita del soggetto: la tragedia è inevitabile. Spesso questa moderna forma del mito si rovescia nel suo opposto e Narciso diventa Minotauro. L’immagine che si spende per il pubblico virtuale diviene la bellezza che si desidera possedere, una sorta di implicita presa di coscienza della propria inadeguatezza. Paradossalmente la crescita di consensi produce frustrazione che, troppi gli esempi, si traduce in aggressività sia verso gli altri che nella forma dell’autolesionismo. L’eroe Minotauro, di fatto incolpevole nel mito originario, ha una certa consapevolezza della propria “mostruosità”, conosce la propria inadeguatezza e la paura dell’incontro con l’altro. L’altro è ancora più spaventato ma si vende meglio al suo pubblico, eppure, una volta l’uno di fronte all’altro, Teseo cede alla paura e si nasconde dietro lo scudo lucidato a specchio, l’immagine di sé che ne riceve il “mostro”, lo costringe a sapersi come tale, a sapersi orrore, a negarsi e a farsi a pezzi con le proprie mani. Ogni immagine che ritorna all’eroe lo rivela a sé ingannevolmente, lo imprigiona in un limite da lui stesso prodotto che si trasforma in auto amore perdente in Narciso e in orrore di sé nel Minotauro. Il primo si condanna alla solitudine tra la folla, il secondo può sopravvivere solo evitando l’incontro con Teseo. È interessante notare che in entrambe i miti è presente uno specchio che rimanda una pericolosa e ingannevole immagine del Sé. Come non riandare col pensiero all’occhio di Magritte, il falso specchio dell’anima? Questo significa che il conflitto descritto non possa esprimersi che in un esito tragico? Che l’auto inganno sia inevitabile? Esiste un’alternativa!

Come abbiamo precisato in apertura, sarebbe falsante non contestualizzare le dinamiche metatemporali dei conflitti interiori legati agli archetipi, diviene indispensabile una nota intorno all’ambiente socio culturale nel quale, oggi, si replica la eroimachia interiore. L’attuale sistema chiede al soggetto, come in misura meno evidente è sempre successo, di essere performante, rispondente alle attese del “pubblico”. Intanto è importante la spettacolarizzazione del Sé che si esibisce, l’altro non è più un “io fuori di me” ma, riducendosi a pubblico, diviene mezzo e non fine come, di riflesso, accade al soggetto stesso. Paradossalmente il pubblico, in quanto tale, non partecipa del conflitto interiore, si nutre solo di ciò che è esibito, ogni gesto si risolve nel proprio manifestarsi condannando l’attore a divenire una stella o un nessuno. È la paranoia squilibrata dello star sistem riportata a ogni soggetto anche nel proprio quotidiano, quando si posta dove si è in vacanza o cosa si è cucinato, quasi che nulla sarebbe reale se non condiviso con estranei, ai quali non interessa minimamente, che pure ti concedono un like. Come insegnante ho sempre ribadito ai miei studenti che non devono riconoscersi nel voto a loro assegnato, al limite questo potrebbe meglio indicare la natura di chi lo attribuisce, i social rovesciano anche questa prospettiva. Ora, chiarita la malinconia di questa nuova “disumanizzante realtà”, proviamo a presentare la cura. L’obiettivo è trasformare due forze negative in combattimento in un’armonia che ci consenta di raggiungere una radura nell’oscurità del conflitto. La radura è la riscoperta dell’umanità archetipa che ci abita, la competizione è bene sia giocosa, la gioia del fare in sé, l’aprirsi all’altro, l’accogliere per incontrare, tornerebbero a essere le cifre del nostro agire, il tutto finalizzato a incontrare e donare felicità, non a possederla, che ci riporterebbe all’annichilente logica della proprietà, ma respirarla e condividerla, come fosse profumo, raccogliendo il suggerimento montaliano in “Felicità raggiunta”: e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

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