Migrazioni, la verità oltre le ideologie: ventidue miti da sfatare che superano le divisioni politiche
- Postato il 8 maggio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Claudia De Martino
In un bellissimo libro intitolato Migrazioni. La verità oltre le ideologie, dati alla mano (Einaudi, 2024), il sociologo e geografo olandese Hein de Haas spiega chiaramente a un pubblico generalista i risultati del suo lavoro di ricerca Demig (Componenti della migrazione internazionale), condotto all’Università di Oxford. Lo fa attraverso un linguaggio semplice e pulito che arriva anche al lettore meno esperto, attraverso lo smascheramento di 22 “miti” sull’immigrazione che potenzialmente sorprenderanno i lettori di entrambe le sponde politiche.
Il primo luogo comune è che le migrazioni internazionali abbiano raggiunto un livello senza precedenti. De Haas ci comunica subito un dato: i migranti rappresentano solo il 3% della popolazione mondiale e questa percentuale è rimasta stabile nel corso dell’ultimo secolo. La ragione per cui abbiamo la sensazione che oggi i migranti in viaggio siano molti di più del passato è semplicemente che prima i migranti eravamo noi – 48 milioni di europei hanno abbandonato il continente tra il 1846 e il 1924, tra cui 16.4 milioni di italiani – mentre oggi i flussi si sono invertiti e orientati verso l’Europa. Oltretutto, per la maggior parte si tratta in realtà di migrazioni interne a continenti come le Americhe, l’Asia e l’Africa piuttosto che verso l’Ue (con la sola eccezione dell’esodo ucraino). Occorrerebbe, dunque, abbassare molto i toni del dibattito.
Il secondo “mito” è che i nostri confini siano indifendibili e per questo lascino passare troppi migranti, quando la netta maggioranza è legalmente presente in Europa, e solo uno 0.8% dei migranti totali nella Ue è illegale. De Haas compila delle serie storiche sui flussi dal 2007, il primo anno in cui i dati sono disponibili, ad oggi, e scopre che per mare arrivano circa 64mila persone all’anno, pari al 3% dei 2 milioni di arrivi annui nell’Ue.
Dove e perché arrivano, allora, tutti gli altri? La risposta è molto semplice: arrivano legalmente, attraverso porti e aeroporti, perché il nostro mercato del lavoro, per alcune caratteristiche strutturali intrinseche al sistema – ad esempio l’invecchiamento della popolazione, il fatto che le donne studino di più e si dedichino di meno ai lavori di cura, e che i nativi non vogliano più svolgere incarichi manuali – li richiede in numeri sempre crescenti. Le cifre di migranti legalmente ammessi in Europa non hanno fatto che raddoppiare tra il 2009 e il 2020.
Un altro mito diffuso, che riguarda soprattutto le critiche provenienti da destra, è che gli “immigrati rubino il lavoro ai nativi”, un dato non confermato empiricamente. Innanzitutto, l’immigrazione e la disoccupazione avrebbero una correlazione statistica negativa: in parole povere, laddove il mercato del lavoro stagna, i migranti non sono incentivati a venire. In secondo luogo, l’immigrazione è sempre una risposta a carenze di manodopera in determinati settori, che il mercato del lavoro locale non riesce a colmare, spesso per una mancata corrispondenza tra abilità, livelli d’istruzione e aspirazioni dei lavoratori e offerte da parte delle imprese.
In un Paese come l’Italia, che produce tendenzialmente lavoro povero e poco qualificato, la popolazione più istruita si dirige infatti crescentemente verso l’estero, mentre i lavori più ricercati – pensiamo ai badanti – vengono colmati dall’immigrazione. Di fatto, si vedono molti corrieri, riders, infermieri e camerieri stranieri, considerati lavori usuranti, a volte pericolosi, e comunque poco remunerati.
Un altro falso mito propagato dalla destra è che i migranti sfruttino il “welfare”. Senza considerare che il welfare italiano sia davvero poco generoso in confronto a quello di altri Paesi Ue, quest’affermazione non è vera, secondo de Haas, nemmeno per la Svezia: la maggior parte dei immigrati si sposta per migliorare le proprie condizioni di vita attraverso il lavoro. L’accesso alla cittadinanza e quindi al welfare è condizionato ad anni continuativi di residenza (e dunque contribuzione fiscale) nel Paese d’accoglienza: la popolazione migrante è tendenzialmente giovane e meno dipendente dal sistema sanitario nazionale. Se questo è vero, allora perché le fasce povere della popolazione hanno la sensazione che i servizi pubblici si siano ridotti in concomitanza all’arrivo dei migranti? Perché anche questo è un dato oggettivo, ci spiega de Haas, solo che la correlazione tra i due elementi è fallace.
Il welfare ha iniziato effettivamente a ridursi simultaneamente all’immigrazione di massa in Europa, ovvero dagli anni 90, ma questo non significa che i migranti ne siano stati la causa. Al contrario, i migranti sono arrivati in un momento in cui il welfare era già in piena contrazione: i governi avevano infatti optato per le privatizzazioni di servizi pubblici essenziali come poste, telecomunicazioni e, in alcuni casi, anche servizi sanitari e educativi e la riduzione di servizi essenziali come l’edilizia popolare. Dopo 36 anni di disinvestimenti, è normale che si percepisca l’ampia portata della crisi del welfare.
Vi sarebbero molti altri miti da sfatare, tuttavia, per concludere questo breve plaidoyer alla comprensione di un fenomeno naturale e irreversibile come l’immigrazione, mi preme segnalare qualche critica pronunciata anche dalla sinistra, che sbaglia quando ritrae i migranti quasi esclusivamente come vittime inermi di trafficanti d’uomini, quando a maggioranza sono persone dotate di una capacità d’azione propria e di un progetto di vita. Di conseguenza, sbaglia quando dipinge la questione migratoria come una questione umanitaria – da affrontare attraverso corridoi umanitari, salvataggi in mare e misure eccezionali -, mentre si tratta di regolamentare dei flussi assolutamente necessari ma che devono andare a beneficio delle popolazioni locali, pena la tenuta della coesione sociale.
Infine, fallisce quando riproduce un solco tra lavoratori migranti e nativi come se appartenessero a due categorie diverse. In realtà essi condividono gli stessi interessi in qualità di lavoratori: la battaglia per un salario degno, per tutele sociali adeguate, per una scuola pubblica di qualità, per una sanità pubblica efficiente e accessibile, per l’edilizia popolare, per strade illuminate e sicure. L’errore peggiore che possiamo fare è pensare che i migranti siano responsabili del deterioramento delle nostre condizioni di vita, quando lo siamo invece noi e le nostre classi dirigenti.
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