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Marlene Ravetti e i suoi Giardini della Mente

  • Postato il 8 maggio 2026
  • Cultura
  • Di Quotidiano Piemontese
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  • 10 min di lettura
Marlene Ravetti e i suoi Giardini della Mente

TORINO – Lavinia si sveglia e non ricorda più nulla. Non riconosce la casa in cui si trova, non sa perchè c’è una vasca piena d’acqua, non sa se ha amici, parenti, qual è il suo lavoro. Questo è l’inizio de I giardini della mente, romanzo di Marlene Ravetti, Neos Edizioni, che ci porta a riflettere sul tempo, le relazioni e i rapporti generazionali.

L’incipit potrebbe portare il lettore a pensare che il centro della vicenda sia il percorso della protagonista per ricostruire il suo passato, percorso che in effetti è presente e sviluppato. Lavinia ha un suo vecchio diario e i social network per cercare di scoprire chi è e chi sono i sui affetti, tuttavia il centro della vicenda è un altro.

Ad aiutare la giovane protagonista sarà infatti Maddalena, una nonna novantenne, vispa e vitale, che ama passare le sue mattinate al parco giochi dondolandosi sull’altalena dei bambini, accompagnata da Dominga che più che un’assistente è ormai un’amica.

Il rapporto tra Lavinia e Maddalena è il cuore del racconto. L’importanza di una voce amica, esperta, coraggiosa. La capacità di essere solidali, empatici. Lavinia ha bisogno di un porto sicuro nella sua vita sconvolta e lo trova nell’anziana donna che accoglie immediatamente come “nonna”.

Saranno le loro chiacchierate, insieme alle (poche) ricerche di Lavinia, a risvegliare i ricordi fino alla sorpresa finale.

L’intervista con Marlene Ravetti

Lavinia si sveglia in un letto e non ricorda nulla della sua vita. Come nasce questo romanzo?

Questo romanzo nasce dal mio profondo desiderio di rendere omaggio alla memoria di mia nonna,
la mia nonna centenaria, Lucia. Lei amava narrare in famiglia molti racconti, legati al periodo della
sua giovinezza. Essendo nata nel 1919, parliamo di fatti risalenti alla Torino della prima metà del
secolo scorso e lei li rievocava con estrema precisione, ricordando tutto nei minimi dettagli. Il tema
della memoria è il fulcro del mio romanzo. Ho voluto tenere in vita i valori che ha trasmesso in
famiglia, la sua saggezza, gli aneddoti che amava raccontare, ma non volevo fare di questo libro un
diario della sua vita. Così ho inventato una trama ed è nato il personaggio di Lavinia: a una
novantenne dotata di una memoria di ferro, ho accostato una donna trentenne, che invece la
memoria l’ha persa, in circostanze misteriose. Sono da sempre interessata alle tematiche
psicologiche della rimozione post traumatica, dell’amnesia dissociativa e ho reso Lavinia affetta da
amnesia retrograda, cioè non in grado di ricordare tutto ciò che è successo prima del trauma che ha
causato la sua condizione.

L’incipit farebbe pensare a thriller e mistero, in realtà è un romanzo su empatia e amicizia?

Amo il genere dei thriller psicologici, dei romanzi introspettivi, mentali e, data la condizione di
Lavinia, è stato naturale per me creare un alone di mistero nella struttura della trama, essendo
emersi in lei meccanismi difensivi inconsci che allontanano dalla coscienza ricordi ed emozioni
legati a traumi intensi. Quel passato doveva essere denso di mistero e riaffiorare a poco a poco nella
mente di una donna che, fin da subito, si è trovata persa e smarrita, non capendo neanche che cosa
le fosse successo e perché si trovasse in quella situazione.
Ma non volevo scrivere un thriller. Lo farò, forse in futuro.

Qui invece volevo parlare ancora, come già avevo fatto nel mio primo romanzo “Giochi di vita”,
dell’importanza dei legami intergenerazionali e dei rapporti di amicizia che nascono tra persone che
hanno tra loro una grande differenza d’età. L’incontro tra giovani e anziani, che è un dono, uno
scambio reciproco, un processo educativo e relazionale che arricchisce entrambe le generazioni.
Maddalena è una novantenne, Lavinia una trentenne. La relazione giovane-anziano non è
unilaterale: gli anziani beneficiano delle energie dei giovani, del loro entusiasmo e delle loro
competenze al passo con la modernità, pure digitali per esempio (in “Giochi di vita” ho trattato
anche il tema del rapporto con la tecnologia); mentre i giovani traggono beneficio dalla loro
saggezza ed esperienza di vita.

Il centro della vicenda è il rapporto tra Lavinia e Maddalena. Ci presenti i due personaggi?

Maddalena è completamente ispirata a mia nonna, che non ha mai perso la sua mente lucida e
brillante. Quando narrava i racconti risalenti alla sua giovinezza, alla Torino di quei tempi, era
capace di intrattenere l’uditorio con ironia e naturalezza. Una vita semplice, prima da impiegata in
fabbrica, poi da casalinga. Purtroppo diventata vedova, viveva, autosufficiente e in buone
condizioni di salute, da sola, tranne quando spesso ovviamente andavamo a trovarla, o si andava in
vacanza insieme, o si trasferiva dai figli per qualche tempo. Durante la settimana, di giorno, una
donna peruviana si recava nella sua abitazione, nella casa che amava tanto e che non avrebbe mai
voluto lasciare. Ha sempre espresso il desiderio di morire lì o, se per forza inevitabile, in un
ospedale, ma non in una casa di cura, dato che oltretutto non soffriva di particolari patologie. Così
non è stato ed è mancata proprio lì… è accaduto qualcosa che è andato contro la sua volontà e
contro la mia. In queste ultime frasi non sto parlando del personaggio di Maddalena, ma della storia
di mia nonna.

In Lavinia c’è tanto di me. Per descrivere il suo stato d’animo, mi sono ispirata ai timori che avevo
io in quel momento. Questo libro è nella mia mente da quando mia nonna è mancata.

Ma avevo paura che fosse troppo doloroso rivivere, mettere per iscritto e ricordare i momenti con
lei, data l’infinita nostalgia, la mancanza, il senso di vuoto. Era come se desiderassi scrivere di lei,
ma non mi sentissi ancora pronta e avessi timore di stare troppo male nel ricordare. C’è una
bellissima frase che ho inserito a inizio libro. È una frase di Carl Gustav Jung, psichiatra e filosofo
(il cui pensiero mi ha sempre affascinata tanto e mi sono laureata appunto con una tesi su Jung) che
dice: “Dove c’è la tua paura, lì è il tuo compito”. Ecco, è qualcosa che ha accomunato me e Lavinia,
una sorta di appiglio per imparare ad attraversare le difficoltà. Affrontare ciò che temiamo non
significa eliminarlo, ignorare la situazione, far finta che non esista (come dapprima ha fatto
Lavinia), bensì ascoltarlo per darsi la possibilità di superarlo, o comunque poter pensare di iniziare
a stare meglio. La paura segnala l’area precisa in cui dobbiamo lavorare su noi stessi. Non è un
ostacolo da evitare, ma un indicatore di un percorso da intraprendere.

Lavinia è combattuta tra il desiderio di ricordare e il terrore di farlo, perché teme che possa
emergere dal suo passato qualcosa di molto brutto. Quindi finisce per rifugiarsi nella sua situazione
clinica, nella sua amnesia, quasi come in una comfort zone, sentendosi protetta in quella dimensione
di dimenticanza, aspettando passivamente la guarigione e non facendo nulla per provare a
ricostruire il suo passato. Ma poi accadrà qualcosa, c’è un mistero che si dipana e ci sono tanti colpi
di scena.

Maddalena è fondamentale per Lavinia. Qual è l’importanza delle generazioni più anziane per i giovani?

Offrono ai giovani consigli di vita e trasmettono memoria storica e culturale. Le generazioni più
anziane rappresentano “un ponte” verso il passato, trasmettendo conoscenze pratiche e quella
straordinaria saggezza che offre al giovane una preziosa prospettiva, aiutandolo ad affrontare le
difficoltà con maggiore fiducia e a costruire la propria identità. Questo legame intergenerazionale
deve contrastare l’isolamento sociale. È un peccato rinunciare a questo dono, quando è possibile
continuare a vivere la persona anziana, ascoltarla, arricchirsi, in sua compagnia. È infinitamente
triste lasciarla da sola “nei giardini che nessuno sa”, di cui parla il grande Renato Zero.

Non è assolutamente mia intenzione demonizzare le case di cura, se le intendiamo come strutture
che possono essere di gran supporto per le famiglie che si trovano a dover gestire situazioni in cui il
proprio caro, che magari è in condizioni mentali complicate, affetto da malattie neurodegenerative,
rischierebbe di essere anche un pericolo per sé stesso, o una persona anziana non più autosufficiente
e allettata. Ma credo che non se ne debba abusare. Non bisognerebbe farlo, se ci sono tutte le
possibilità di gestire la situazione in casa, con una buona assistenza domiciliare, nè solo per una
mera questione anagrafica della persona anziana e neanche se è lucida mentalmente, perché le Rsa
sono luoghi in cui non può che lasciarsi andare.

C’è un concetto di Cura, che va al di là della semplice prospettiva medica. Una persona molto
anziana può trovarsi in un posto in cui è assistita in modo impeccabile (e peraltro non è detto che sia
così) dal punto di vista della sua salute fisica ma, se psicologicamente si sente abbandonata, a poco
serve una competente assistenza sanitaria, anche in strutture all’avanguardia, eleganti, che possono
apparire come la soluzione ideale.

Dopo aver consegnato questo mio romanzo in Neos Edizioni, l’editrice mi ha detto che la
pedagogista e saggista Luisa Piarulli avrebbe potuto scrivere la postfazione del mio libro.
Quando sono andata a una sua presentazione e ho poi letto il suo saggio “Il talento di vivere la
vecchiaia. Pedagogia per un nuovo umanesimo esistenziale”, ho subito considerato prezioso il
nostro incontro e la ringrazio infinitamente di aver scritto quelle parole sul mio romanzo.
Condividiamo le stesse idee e lei parla dell’importanza di una Pedagogia dell’invecchiamento, che
contrasti la diffusa visione sociale medicalizzante ed emergenziale del rapporto con la persona
anziana.

Non c’è casualità nell’incontro e intendiamo far tesoro di questa opportunità per sensibilizzare il più
possibile le persone sull’argomento, parlando di questo tema e creando occasioni di dibattito e di
confronto.

In copertina (e nella vicenda) c’è un’altalena, elemento fisico e simbolico. Che significato ha?

Tre anni prima di lasciarci, mia nonna amava ancora andare in altalena. C’è stato un periodo in cui
ci andava quasi quotidianamente, a 97 anni. Questo è il motivo per cui ho aperto il libro con questa
scena.
Inoltre il tempo di molti anziani è un tempo lento, meditativo, in contrasto con la logica accelerata
della contemporaneità. Lavinia osserva Maddalena, assapora quella lentezza, la vive e, solo in
quella dimensione e grazie al suo supporto, riesce a ricomporre i tasselli della propria storia, in un
lento e altalenante percorso di ricostruzione della propria identità. Ecco il significato metaforico e
simbolico di questo elemento.

Sullo sfondo c’è Torino. Qual è il tuo rapporto con la città?

Sono nata a Torino, è la mia città, che amo profondamente, anche se è diventata un po’ troppo
caotica, ultimamente. Noto e conosco bene quanto sia cambiata, pure grazie ai racconti di mia
nonna, risalenti alla sua giovinezza, alla Torino dei suoi tempi, della prima metà del secolo scorso e
mi è piaciuto parlarne nel libro… quando c’era la Tranvia Torino-Rivoli, che godeva di un solo
binario lungo tutto il tragitto che lei percorreva per andare in ufficio e che era poi il Corso Francia.
O quando, nel settembre del 1933, nelle profumate notti di fine estate, si sedeva con sua nonna su
una panchina, lungo il viale di Corso Vittorio, non intasato di auto ma pieno solo di passanti e, ogni
cinquanta metri, erano allestite luminose e allegre bancarelle di sola uva bianca, con dolci e grandi
grappoli esposti, che erano un invito alla sosta.
Comunque, ai tempi dell’università, mi sono trasferita con i miei genitori a Pino T.se, ma poi sono
tornata a vivere a Torino per parecchi anni. Abito di nuovo in collina solo da qualche anno.

C’è un messaggio particolare che vuoi lanciare con questo romanzo?

L’importanza del dialogo intergenerazionale e di ascoltare davvero le persone anziane, la memoria
storica che trasmettono, con la loro saggezza… non dimenticando di fare tutto il possibile per
assecondare la loro volontà, senza metterle nella condizione in cui possano un giorno sentirsi “di
peso” per la società.
Inoltre c’è più che altro uno spunto di riflessione, che può essere utile tutte le volte che si prova un
senso di angoscia e paura, di fronte a una condizione che crea una difficoltà, o a una questione che
dobbiamo affrontare: non è eliminando il problema, non affrontandolo, fingendo quasi che non
esista, che risolviamo la situazione. Perché così ci si preclude solo la possibilità di superarlo. È ciò
che stava impedendo a Lavinia di intraprendere il suo percorso di guarigione e lei è riuscita a stare
un po’ meglio a partire dal momento in cui ha cambiato atteggiamento. Bisogna innanzitutto
prendere consapevolezza delle difficoltà, perché solo così è possibile trovare la chiave per
attraversarle e dare a sé stessi la possibilità di provare a superarle.

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Quotidiano Piemontese

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