L’Ue tace davanti al Venezuela: non ci vorrà molto perché il piano imperialista di distruzione dell’Europa si concluda
- Postato il 7 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Giovanni Muraca
Fino a qualche giorno fa gli Usa sembravano davvero prendere una direzione “isolazionista”, ma cambiato l’anno, cambiati ancora una volta gli scenari.
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio Nicolás Maduro e sua moglie sono stati catturati e arrestati durante un bombardamento a Caracas con l’imputazione del reato di “narcoterrorismo”. Il Venezuela è il paese con le maggiori riserve di petrolio rispetto agli Usa: ad agosto 2025 la riserva venezuelana registrava quota 303 miliardi di barili davanti a Arabia Saudita e Iran. Gli States, nello stesso periodo, erano a 74 mld di barili (nonostante sia il maggior produttore mondiale).
Sono dati che cominciano a far pensare che il fine della cattura del presidente venezuelano non sia in capo alla conosciutissima tecnica della “esportazione della democrazia” a stelle e strisce che ormai siamo soliti a vederne l’iter da molti anni. Possiamo stare qui anni a discutere delle dittature e del fatto che ancora oggi non dovrebbero più esistere e dibattiti correlati, ma se stiamo parlando di autarchie, quale paese straniero è autorizzato a compiere un colpo di stato e che sia giusto farlo perché il paese aggressore decide che sia giusto così? Non è anche questa un’imposizione straniera?
Secondo il Procuratore Gratteri, il narcotraffico venezuelano non è il problema maggiore, ma allora qual è la vera imputazione per cui uno stato sovrano è stato privato del suo capo di Stato?
Fa sorridere come storicamente gli States si opposero alle ingerenze europee, ma che da un po’ di tempo – forse troppo – siano ora loro nella posizione degli invasori. Esportazione della “democrazia” che si traduce non solo in occupazioni militari, ma anche in globalizzazione di modus operandi anche nel modo di vivere delle persone di tutti i giorni – soprattutto di quelle europee.
Lavoro sempre più precario, ricchezza nelle mani di pochi, un lavoro che qualifica ciò che sei scostandoti sempre di più dall’avere una personalità propria e un sottile imperialismo non dichiarato. Imperialismo per cui gli States probabilmente hanno bisogno di rimarcare in un quadro economico interno sempre più devastante. E non è un caso che cerchi in tutti i modi di creare dipendenze e di eliminare le varie sovranità.
Stesso imperialismo che hanno esercitato in questi ultimi anni che, unito a una supremazia intrinseca e sistematica, ha creato un effetto boomerang che si è palesato con gli interessi: i paesi da loro considerati “nemici” hanno potuto crescere a dismisura mettendo a repentaglio lo scettro detenuto fino a qualche tempo fa dalla stessa federazione oltreoceano. Motivo per cui, ora, gli States creano dipendenze travestite da accordi anti-economici per chi li sottoscrive per riconquistarne il primato. E se non ci si piega alla loro volontà, arriva il prezzo da pagare (magari una dose di esportazione democratica).
La cosa più triste è che nel 2026 si debba assistere ancora alle invasioni quando, in teoria, la diplomazia dovrebbe essere uno degli strumenti cardine. Ma se anche il Vecchio continente davanti a scempi del genere regala supporto all’esportazione democratica in corso e sullo sfondo i volenterosi Merz e Macron che strumentalizzano l’accaduto esortando con la difesa per perdere più consenso, non ci vorrà molto perché il piano imperialista di distruzione dell’Europa – che oltretutto così facendo, sostengono – si concluda.
Qualora succeda, in un’economia europea sempre più improntata alla guerra, bisognerà poi porre i ringraziamenti dovuti a chi l’arte della diplomazia la sta deteriorando pezzo dopo pezzo. E non sarà sorprendente se tra qualche giorno ci sveglieremo con un vessillo che sostituisce le attuali stelle su sfondo blu con una a stelle e strisce.
Nell’attesa che qualcuno riesca a prendere una posizione un po’ più netta e oggettiva, se qualcuno fosse spaventato dall’arrivo di Putin in Portogallo, può dormire sonni tranquilli: attendiamo che il sogno americano lo faccia al posto suo. In nome della democrazia.
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