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Liti, potere e qualche libro: lo Strega alla resa dei conti

  • Postato il 8 luglio 2026
  • Cultura
  • Di Libero Quotidiano
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  • 9 min di lettura
Liti, potere e qualche libro: lo Strega alla resa dei conti
Liti, potere e qualche libro: lo Strega alla resa dei conti

La notizia emersa ieri nel resoconto finale del premio Strega, e non è poco, è che il sindaco di Roma Gualtieri è ancora vivo e fa dei discorsi. Per il resto, tutti si sono infine ringraziati a vicenda e dissetati con il brodo di giuggiole dei reciproci complimenti, anche in formato internazionale. Stasera ci sarà il responso della giuria e la redde rationem tra i sei birilli ancora in piedi, due dei quali hanno avuto nelle ultime settimane il pregio, più o meno offendendosi a vicenda, di dar vento alle chiacchiere, di sguinzagliare i pettegoli, di sollazzare i guardoni. Stefano Petrocchi, presidente della Fondazione Bellonci, dopo che il suddetto sindaco ha ricordato quanto sia generosa la città di Roma, tramite lui e il suo assessore, a concedere il Campidoglio per la cerimonia finale, in onda stasera sulla Rai, per una di quelle dirette dove non succede niente, al massimo piove, Petrocchi dicevamo, ha spiegato che comunque vada “chi vince è il libro”.

Beato lui che ci crede. I sei finalisti di questa 80esima edizione erano ancora lì, disciolti nell’acido dello sfinimento non tanto agonistico quanto biologico, dopo decine di trasferte a colpi di torpedone, una piazza qua, una piazza là, dove c’erano addirittura, ha detto uno di loro «centinaia di persone» ad ascoltarli mentre ripetevano ogni volta la stessa tiritera su quanto fossero stati scrittori a mettere insieme un libro e persino a farselo pubblicare. Spiace contraddire Petrocchi, che è un onest’uomo, ma lo sanno anche le oche che a vincere è l’editore ad aver messo nel sacco più degli altri i voti di questi ineffabili quattro o cinquecento giurati, di cui ormai si sono persi sia il conto sia i nomi, e non è neanche detto che siano ancora tutti in vita.

Buon senso e buon gusto vorrebbero che vincesse Michele Mari, il favorito, probabilmente l’unico vero scrittore fra tutti, il quale però ha fatto di tutto per autosabotarsi, avendo l’abitudine di non sorridere mai, pietrificandosi via via nella morfologia cupa e grifagna di un gargoyle tardomedievale. Il suo libro, edito da Einaudi, s’intitola I convitati di pietra e prende a pretesto l’abitudine di organizzare le cene di classe, quei raduni di reduci della giovinezza che di anno in anno si reincontrano e si scrutano non tanto per ravvivare un passato in ogni caso indelebile, quanto per controllare se gli altri stiano peggio, sperando di sopravvivere più di tutti. La ferocia di Mari si adatta a una satira del costume, alla critica di una società di egoisti, dove alla sete di denaro è affidata anche l’illusione della sopravvivenza del singolo.

A contrastarne l’evidente supremazia intellettuale ci si è messa con tutta la forza dell’ambizione Teresa Ciabatti, autrice di Donnaregina (Mondadori). Non riuscendo neanche stavolta a non parlare di se stessa, Ciabatti si traveste da giornalista che va a trovare un boss mafioso e lui le vuota il sacco, e alla fine lei scopre, guarda un po’, perlappunto se stessa. Presentata da Saviano, l’autrice condivide le sorti di quanti si aggrappano alla memoria di una ideologa defunta e per questo non più criticabile: Michela Murgia.

Poi abbiamo la decana Bianca Pitzorno, che meriterebbe più che altro un premio alla carriera, essendo operativa fin dai primi anni Settanta, con una produzione oceanica di libri per ragazzi, saggi, traduzioni. È qui con La sonnambula (Bompiani), storia di una bambina veggente nella Sardegna dell’800. Fra vaticini e premonizioni, la ragazza si fa donna e se la cava benissimo pur essendo (e come non poteva?) una donna sola in un mondo ostile, con una fine che, come ormai da prassi ineludibile nella narrativa mainstream, “rovescia i ruoli di genere”.

Nel caso di Alcide Pierantozzi, che partecipa con Lo sbilico (Einaudi), troviamo invece il memoir inquietante di una psicopatologia, la sua, una densità di paranoia, bipolarismo, allucinazione, disagio mentale, tanto da chiedersi per quale miracolo farmacologico gli sia riuscito di sopravvivere, senza impazzire del tutto, anche fino alla finale del Campiello. Però almeno è un libro autentico.

E siamo al quinto in ordine casuale: Matteo Nucci, con Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), ricostruzione romanzata della vita del filosofo ateniese, con scorribande nella sua sfera erotica fatta soprattutto di relazioni omosex, comprese quelle con ragazzi imberbi, cosa che oggi lo farebbe carcerare in un lampo, ma che vista con occhi retroattivi rientra benissimo nel cliché fluido tanto perseguito dalla nostra editoria e tanto palloso per noi reoconfessi di eterosessualità recidiva.

Ultima, ma non ultima, Elena Rui, in sestina con Vedove di Camus (edizioni L’Orma) in quota “editore medio o piccolo”, cioè in quel limbo di considerazione che va riconosciuto ai non adeguati al conflitto vero, e dunque facilmente sacrificabili sull’altare dell’imparzialità. In definitiva, a che cosa serve la medaglia che stanotte uno di loro (tutti dicono Mari) si appunterà sul petto scosso dai singulti irrinunciabili dell’Arte? A vendere un libro. Gli uffici commerciali calcolano che grazie al ritorno pubblicitario , un volume guadagni fino al 300% di acquirenti (in termini assoluti, non lo sapremo mai). Sempre più di quanto ottenga una persona particolarmente estroversa che telefona a tutti gli amici.

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Autore
Libero Quotidiano

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