L’intelligenza artificiale non sta cancellando il lavoro. Sta cambiando la gavetta
- Postato il 25 luglio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Generazione sintesi AI in corso…
Sono un boomer, ma non appartengo alla confraternita del “si stava meglio prima”. È una delle frasi più comode inventate dalla mia generazione: trasforma la nostalgia in analisi e ci evita la fatica di comprendere ciò che cambia. Non si stava sempre meglio prima. Si facevano file più lunghe, si perdevano ore in attività inutili, si cercavano informazioni che oggi troviamo in pochi secondi e si chiamava “gavetta” una quantità impressionante di lavoro ripetitivo, spesso privo di qualsiasi autentico valore formativo.
Il progresso, contrariamente alla retorica con cui molti boomer lo osservano, può favorire soprattutto noi. Per un giovane la tecnologia è quasi un ambiente naturale. Per chi ha qualche decennio di esperienza alle spalle può diventare una formidabile protesi di velocità: riduce il tempo necessario per cercare informazioni, confrontare documenti, elaborare dati e organizzare conoscenze. Non sostituisce l’esperienza, ma le consente finalmente di non essere soffocata dalle attività operative. Un professionista maturo può impiegare meno tempo a costruire materialmente un’analisi e più tempo a interpretarla, verificarla e utilizzarla per prendere decisioni. Non è la fine della competenza: è la possibilità di liberarla dalla burocrazia del lavoro.
L’intelligenza artificiale è soltanto l’ultimo bersaglio del riflesso nostalgico. Da quando è entrata nelle aziende ci è stata raccontata come una macchina destinata a cancellare impiegati, professionisti e soprattutto giovani. L’apocalisse occupazionale sembrava già scritta. Poi, come spesso accade, sono arrivati i dati a disturbare la profezia.
Un’inchiesta del Financial Times, basata anche sui dati di Revelio Labs e della National Association of Colleges and Employers, racconta una realtà più complessa. Le imprese americane che investono maggiormente nell’intelligenza artificiale, in particolare nei settori del software e dei media, hanno aumentato l’occupazione di circa il 10% dopo l’adozione di questi strumenti. Le aziende che li utilizzano più intensamente stanno assumendo anche più lavoratori alle prime esperienze. Inoltre, le imprese statunitensi prevedono di assumere il 5,6 per cento di neolaureati in più rispetto all’anno precedente, mentre le prime previsioni indicavano un mercato sostanzialmente fermo. Questo non significa che l’intelligenza artificiale produca automaticamente occupazione in ogni azienda e in ogni settore. Sarebbe una conclusione semplicistica quanto quella opposta. Significa, però, che la relazione tra innovazione e lavoro è molto meno elementare di quanto suggeriscano i titoli catastrofisti.
Il vero cambiamento non riguarda soltanto quanti giovani saranno assunti, ma ciò che verrà chiesto loro di fare.
L’intelligenza artificiale sta assorbendo una parte delle attività elementari e ripetitive tradizionalmente affidate agli ultimi arrivati: raccogliere dati, ordinare documenti, compilare tabelle, predisporre schemi e produrre prime bozze. Quella che veniva celebrata come gavetta era spesso soltanto manodopera intellettuale a basso costo. Il passaggio più significativo è quindi quello dal lavoro esecutivo e ripetitivo a mansioni con maggiore contenuto professionale. Ma eliminare le attività meccaniche non significa cancellare l’apprendimento. Significa ripensare la gavetta: non più ore spese in compiti a basso valore aggiunto, ma un percorso nel quale i giovani imparino prima a interpretare le informazioni, formulare giudizi, verificare i risultati e assumersi responsabilità.
Una ricerca di PwC parla, infatti, di “seniorizzazione” delle posizioni junior. Le offerte per questi ruoli sarebbero aumentate del 35 per cento dal 2019, mentre le altre posizioni iniziali avrebbero registrato una contrazione. L’intelligenza artificiale non starebbe quindi eliminando necessariamente il lavoro d’ingresso, ma ne starebbe alzando il livello. Questa “promozione anticipata”, tuttavia, può diventare anche una nuova barriera. Non si può pretendere che un ventenne possieda già il giudizio maturato in vent’anni di lavoro soltanto perché un software gli prepara una presentazione perfetta. L’intelligenza artificiale abbrevia i tempi dell’esecuzione, non quelli della maturazione.
Se le aziende eliminano le attività ripetitive senza sostituirle con formazione, affiancamento e confronto, creeranno giovani velocissimi nel produrre risposte ma fragili nel valutarle. Il problema non sarà più insegnare loro a costruire un foglio di calcolo, ma spiegare quali numeri inserire, quali escludere e quali conseguenze può produrre una decisione presa sulla base di quei dati.
Qui entra in gioco la generazione dei boomer. Non come custode gelosa del “si è sempre fatto così”, ma come riserva di esperienza da mettere in relazione con la familiarità tecnologica dei più giovani. L’azienda più competitiva non sarà quella che sostituisce i senior con l’intelligenza artificiale o i giovani con i senior. Sarà quella capace di unire la conoscenza del contesto accumulata nel tempo con la naturale dimestichezza delle nuove generazioni verso gli strumenti digitali.
La tecnologia non elimina il lavoro in modo lineare. Elimina compiti, riduce alcune professionalità, ne trasforma altre e ne crea di nuove. Ogni passaggio produce vincitori, esclusi e costi di adattamento. Negarlo sarebbe ingenuo quanto annunciare la fine del lavoro a ogni innovazione.
L’apocalisse, dunque, non c’è stata. Al suo posto sta emergendo un mercato più selettivo, che ai giovani chiede più “sapere” proprio perché le macchine svolgono meglio molte attività meccaniche legate al “saper fare”. E che ai lavoratori maturi offre una possibilità inattesa: non difendere il passato, ma usare la tecnologia per attribuire più valore all’esperienza. Il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale sostituisca tutti. È che sostituisca chiunque, giovane o boomer, continui a svolgere il proprio lavoro come se non fosse mai arrivata.
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