L’inchiesta di Report riconosce una inquietante continuità tra il potere di ieri e di oggi: due consigli sul da farsi
- Postato il 5 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Se la puntata di Report andata in onda domenica sera avesse una colonna sonora sarebbe “Attenti al gorilla!” di Fabrizio De André: col quadrumane impegnato a fare giustizia (a suo modo, certo) di uno Stato iniquo e spietato, materializzatosi ieri anche nel solito senatore Gasparri che con furia intimidatrice ha cercato di impedire la messa in onda del servizio monumentale di Paolo Mondani.
Alla ostinazione con la quale Report continua ad esplorare le connessioni tra neofascisti, mafiosi, piduisti, apparati atlantisti, politici e stragi del ’92-’94 si potrebbe opporre la “tenuità” dei fatti di allora al cospetto del nuovo corso dell’antimafia a stelle e strisce che, saltando a piè pari tutta la complessità di operazioni sotto copertura di falsa bandiera, appoggiate a personaggi di difficile gestione, in nome della lotta al narcotraffico bombarda città, ribalta governi, facendo decine di vittime che mai avranno giustizia.
Salvo riconoscere una inquietante continuità tra quel modo di operare e questo, tanto più impressionante se si consideri la famigliarità ideologica tra i protagonisti della strategia della tensione in Italia, il cui termine andrebbe fatto slittare al 1994, e i protagonisti diretti e indiretti (Meloni che definisce l’operazione di Trump “di autodifesa legittima”) del potere di oggi.
Una famigliarità ideologica che per allora in Italia, come fotografato efficacemente da Mondani nel servizio “monstre” di ieri, teneva nello stesso album neofascisti assassini come Concutelli, Delle Chiaie, Bellini, fascio-mafiosi stragisti come Troia, Rampulla, Gioè, onorevoli missini alla Lo Porto, una manciata di alti funzionari dello Stato, fino ai Graviano, cioè in altre parole dal biennio golpista ‘69-’70, passando per l’assassinio del giudice Occorsio (1976) fino alla mancata strage all’Olimpico di Roma (gennaio 1994) e che oggi, senza strappi, tiene ancora insieme alcuni di quegli stessi alti funzionari dello Stato, che manovrano sia dietro che davanti alle quinte per dirottare il corso degli eventi, mafiosi incarcerati da un silenzio tombale, politici eredi di quella stagione che oggi hanno in mano le istituzioni repubblicane. Anche per questo non deve essere derubricata a sciocchezza la fotografia della presidente dell’antimafia Colosimo sorridente e abbracciata a Luigi Ciavardini.
Che fare?
Primo: le forze parlamentari di opposizione, che ieri non hanno fatto mancare parole chiare e tempestive a sostegno della redazione di Report investita dagli strali di Gasparri, pretendano che la Commissione Antimafia acquisisca registrazioni e trascrizioni dei colloqui investigativi condotti dal dott. Donadio nel 2007 con Alberto Lo Cicero e Maria Romeo, e si preparino a chiedere una puntuale ricostruzione dei fatti relativi, dal 1992 ad oggi, al Procuratore di Caltanissetta De Luca che nella sua prima audizione aveva sonoramente annichilito la pista “nera” pronunciando l’iconica frase “Vale zero spaccato!” (accolta da un sorriso non celato della presidente Colosimo).
Perché quand’anche quei verbali di oltre trent’anni fa e le registrazioni di quasi vent’anni fa non servissero a provare responsabilità penali nelle esecuzioni delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, potrebbero quanto meno illuminare (ancora di più) responsabilità precise nell’avere depistato (sottraendo, insabbiando, “mascariando” anche onesti funzionari), per impedire la ricerca stessa della verità su quelle stragi.
Forse quel materiale potrebbe anche far comprendere meglio tanto la tragica vicenda di Luigi Ilardo, quanto quella grottesca ma non meno grave del gelataio di Omegna, Salvatore Baiardo, che ha il “merito” di riportarci nel nostro presente, quello iniziato con il trionfo della destra degli “eredi-al-quadrato” (del Duce e di Berlusconi), con l’arresto spettacolare di Matteo Messina Denaro anticipato dalla profezia del Baiardo, con una fotografia apparsa e poi scomparsa che immortalerebbe insieme Silvio Berlusconi, il gen. Delfino e Giuseppe Graviano, a causa della quale Baiardo è sotto processo per calunnia aggravata e con l’oscuramento (temporaneo) di Massimo Giletti.
Secondo: i cittadini italiani vadano in massa a votare no al referendum sulla riforma Nordio/Meloni, che promette di separare le carriere di pm e giudici, garantendo maggiore ed agognata indipendenza degli uni verso gli altri: la vicenda giudiziaria sulla “pista nera” dimostra senza ombra di dubbio che la riforma Nordio/Meloni è inutile per quel che promette, mentre è un vero assalto alla Costituzione.
Nella vicenda giudiziaria che si consuma a Caltanissetta infatti abbiamo un giudice per le indagini preliminari (quelli che secondo Nordio sarebbero “sdraiati” sulla volontà dei pm) che dal 2022 si oppone alle richieste di archiviazione della Procura di Caltanissetta, ordinando nuove indagini, mentre la Procura di Caltanissetta, guidata da De Luca, anziché ubbidire agli ordini del Gip ricorre in Cassazione, senza dar seguito nel mentre a quanto preteso dal giudice, meritandosi per questo anche una “diffida a fare” da parte del legale di Salvatore Borsellino, l’avv. Fabio Repici.
La riforma Nordio/Meloni insomma è una truffa pericolosa, perché non è una promessa di giustizia per i cittadini, ma di impunità per i potenti.
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