Le rovine contemporanee dell’artista Francesca Polizzi in mostra a Palermo. Paesaggi in dissolvenza
- Postato il 7 giugno 2026
- Arte Contemporanea
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Quello che resta. Frammento, maceria, rudere, reperto. Sul limite del crollo. Immagini complesse della frammentarietà, le rovine sollecitano processi spontanei di evocazione e ricomposizione, mentre, come scrive Salvatore Settis, superano la soglia della memoria: “innescando pensieri creativi, generano ipotesi sul futuro“. Francesca Polizzi (Palermo, 1988), dedita a una scultura che sfida tecniche, linguaggi e ispirazioni molteplici, maneggia con grazia forme e concetti connessi al flusso del tempo e a quel destino terreno di metamorfosi ribadito nell’esercizio del rituale plastico. Un andare e venire tra cocci sparsi e materiali risorti, tra ricordi emersi e gesti ripetuti, protetti. Un costruire e decostruire cercando lo splendore imperfetto delle cose perdute, non più vive eppure vivificate, trasformate in creature nuove. All’orizzonte il volto spietato e astratto della storia, oltre il conforto della misura, delle cronologie, dei passaggi ordinati e delle linee visibili.
L’omaggio di Polizzi alla “Lunaria annua”
Si intitola Lunaria la sua ultima personale da RizzutoGallery, mostra dalla notevole forza estetica e simbolica. La stessa luna che s’immagina irradiare la sua luce figurata sul corpus di lavori – tutti realizzati ad hoc – e sull’impianto poetico che li sostiene, è qui un satellite-metafora, pianeta sentinella in cui ritrovare il senso del tempo in natura, scandito dalla danza dei cicli e delle fasi. Ed è un’immagine che si fa scoria infinitesimale nel riferimento botanico alla Lunaria, genere di pianta erbacea nota per la particolare siliqua contente i semi, la quale una volta essiccata trova ampio uso in ambito ornamentale: fragile residuo della fioritura, la membrana perlacea tonda e piatta assomiglia a una moneta, a un’ostia, a una goccia di luce. A una piccola luna imperfetta. Polizzi realizza dei rami di Lunaria annua in ottone e bronzo, preziosi manufatti mimetici su cui i dischi minuti sembrano quasi muoversi a ogni fremito d’aria, insieme ai grappoli di ombre proiettate sui muri per effetto dell’illuminazione radente.
Natura e architettura per Francesca Polizzi
Elemento fondativo del suo lavoro, la natura viene spesso ibridata con l’architettura, oppure raccontata come agglomerato di configurazioni riconducibili a una spontanea vocazione architettonica del creato: grotte, stalattiti e stalagmiti, rovi, concrezioni geologiche, montagne e strutture vegetali tornano spesso nell’immaginario dell’artista, convivendo con tradizionali elementi costruttivi e decorativi (colonne, archi, volte, fino ai tipici “muqarnas” islamici). Monumentali o gracili, questi corpi complessi sperimentano il senso della fine: resti naturali e rovine storiche sono paesaggi ibridi esposti al disfacimento e alla trasformazione.
Ad aprire il percorso è una grande scultura bianca in ferro, lana e gesso: Volta, frammento di soffitto capovolto, è un dispositivo vertiginoso che inverte il suolo con il cielo e sposta il punto d’osservazione; intanto la forma concava realizza il senso dell’oscillazione, del crollo, della caduta. La volta a crociera ribaltata è dunque un misterioso oggetto sopravvissuto, capace di dominare lo spazio per farne teatro atemporale. Subito si rivela il materiale prediletto dall’artista (che convive con resine, cere, pigmenti, metalli): la lana grezza infeltrita, ibridata, lavorata come fibra duttile, diventa materia generativa connessa al desiderio, alla nostalgia, al rapporto con l’animalità e la lentezza, in un ritorno all’origine scandito da pratiche agresti, da riti pastorali, dal ritmo dei giorni e delle stagioni. Mondi lontani da cui attingere per generare altri paesaggi, altre visioni.
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Lana grezza, grotte e rovine archeologiche
In certi casi la lana viene processata ricorrendo a tecniche di stampa digitale, pittura a encausto o serigrafia con inchiostri alla ruggine. Ne derivano le serie a parete, vere e proprie sculture trattate come immagini bidimensionali ma straordinariamente materiche grazie allo spessore, alla consistenza ruvida, ai bordi spessi e irregolari, frutto della stratificazione dei feltri. Protagonisti di queste elaborazioni fotografiche e pittoriche sono ancora una volta luoghi naturali o brani di architettura: la materia scabra e corposa si fonde con la natura dei soggetti, fino a generare nuclei visivi tendenti all’astrazione. Nel caso dell’imponente dittico orizzontale Tillite si scorgono – tra gli avvallamenti e le rugosità del supporto – scorci di siti rupestri, grotte aguzze e profonde su cui il tempo agisce lungo i millenni, erodendo, plasmando. Luoghi impervi che furono nidi, tombe, rifugi, nonché scrigni di segni primordiali incisi. In un rapporto simmetrico esatto, dialoga con Tillite un’altra opera doppia, stavolta sviluppata in senso verticale. Le due colonne o stalattiti di Enantis II, realizzate in resina e silice, segnano la soglia sacra di una caverna o di un tempio: come corpi archeologici e immaginifiche spoglie sfumano tra l’ombra di ere trascorse e l’avventura di una contemporaneità che sfugge a sé stessa, mentre si compie.
Paesaggi di rovine, sperimentando con la ceramica
A Francesca Polizzi dedica un bel testo di presentazione l’artista Daniele Franzella, chiamato a introdurre la mostra con il suo sguardo sensibile e analitico. E non poteva esserci scritto curatoriale più ispirato, intimo, delicatamente chirurgico. Il progetto espositivo, scrive Franzella, “si costruisce su questa soglia tra pieno e vuoto, tra funzione e reliquia; tra lo stupore dell’Hiersein (l’esserci) e la paura delNirgends (il nessun luogo/modo). Le opere ne assumono la logica e come per le rovine, o per la Lunaria annua, si configurano per disseccamento, peralleggerimento della propria stessa massa o per un vero e proprio cambiamento di stato“. Cambiamento che anima la spettacolare installazione Elegia, con il suo palcoscenico ligneo intagliato, evocazione di una nuda struttura con doppio portale dalla forgia gotica.
Qui trovano posto una decina di sculture di medio formato, prima esperienza per l’artista con la ceramica. In questo caso la lana è usata come legante: consumandosi durante il processo di cottura, la fibra animale lascia la sua impronta nell’argilla originando solchi, buchi, rilievi, dunque continuando dall’interno a modificare il volume degli oggetti. Quella dialettica tra pieni e vuoti, tra disossamento e morfogenesi, è spinta fino all’estremo nelle piccole carcasse architettoniche. I soggetti sono ancora colonne, absidi, nicchie, scalinate, vestiboli, prospetti, angoli o stanze di antichi edifici ischeletriti, ridotti in rovina: un paesaggio di luoghi morti, arsi dal fuoco o polverizzati dal tempo, in cui la vita è scintilla ininterrotta di memoria e di rinnovamento. Sembra quasi di scorgervi l’ispirazione novecentesca di giganti come Fontana, Leoncillo, Giacometti, nell’armonia non conforme di masse avviluppate, esplose, scavate, allungate, franate, là dove la figura migrava e migra verso la sintassi dei segni e delle sensazioni pure.
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Polizzi, immagini di un tempo puro
Fragili ed evanescenti, proiettate verso un destino di sparizione, le opere di Polizzi trovano un efficace bilanciamento in quella sensualità o verità tattile che risiede nella qualità dei materiali e nell’intensità dei gesti. Mentre continuano a dissolversi e a spostarsi all’indietro, le immagini si radicano nel qui e ora, custodendo la memoria fisica di oggi e di ieri: così restano figlie di quel “tempo puro, non databile“, dunque “senza storia“, di cui – secondo Marc Augè – “solo l’individuo può prendere coscienza e di cui lo spettacolo delle rovine può offrirgli una fugace intuizione“. Tempo opposto a quello odierno, violento e bulimico, che vede prolificare con foga immagini, simulacri, ricostruzioni, e “in cui le macerie non hanno il tempo di diventare rovine. Un tempo perduto che l’arte talvolta riesce a ritrovare“.
Helga Marsala
Palermo//fino al 20 giugno 2026
Francesca Polizzi – Lunaria
RizzutoGalleryVia Maletto, 5
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