Le quattro donne che in Africa stanno al comando e rompono col patriarcato
- Postato il 30 marzo 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Un vecchio proverbio africano dice “Quando una donna africana si alza, non si alza da sola. Porta con sé intere generazioni” . In Africa, in un contesto ancora ampiamente dominato dagli uomini, il potere delle donne però sta emergendo con forza.
Quattro donne africane sono oggi le moschettiere del continente. Prima fra tutte la neo presidente della Namibia, Netumbo Nandi-Ndaitwah, eletta al primo turno con il 57,31% dei voti. Quinta presidente della Namibia dal 1990 e prima donna a ricoprire la carica, ha dato vita a un governo con una significativa presenza femminile. “Come leader eletti, abbiamo la responsabilità di consolidare la democrazia. L’uguaglianza di genere non è un tema simbolico, è una leva per lo sviluppo e la stabilità”, ha dichiarato, tracciando una visione in cui il protagonismo femminile è strategia nazionale. Non a caso, il Parlamento namibiano è tra i più equilibrati al mondo: oltre il 44% dei seggi è occupato da donne.
Dopo la sua elezione, Netumbo Nandi-Ndaitwah. ha subito nominato diverse donne ai vertici del Paese: Lucia Witbooi come vicepresidente, e altre donne a capo di ministeri chiave, tra cui quello delle Finanze, del Commercio, delle Comunicazioni e, dulcis in fundo, il Ministero dell’Uguaglianza di Genere — sì, in Namibia esiste un Ministero dedicato proprio all’Uguaglianza di Genere. Con questo governo, la Namibia si colloca tra i Paesi africani che più stanno investendo nel protagonismo femminile nelle istituzioni.
Più a nord, Samia Suluhu Hassan guida la Tanzania dal 2021 con un pragmatismo che ha zittito gli scettici: una delle poche leader africane con pieni poteri esecutivi, governa senza rinnegare il velo islamico né il ruolo di “madre della nazione”. In Tunisia, Sarra Zaafrani Zenzri sfida gli equilibri del Maghreb da prima ministra, mentre nella tormentata Repubblica Democratica del Congo Judith Suminwa Tuluka, prima premier donna della storia, ha scelto come motto “dar voce a chi non ha mai avuto diritto alla parola”.
Sono scelte che tracciano una mappa nuova: non semplici nomine, ma atti di rottura con secoli di patriarcato radicato tanto nella cultura tradizionale quanto nel retaggio coloniale. Casi fortuiti o un segno dei tempi? A mio avviso un segnale importante che segna la rottura di vecchi stereotipi (sia culturali che religiosi) per cui la donna in Africa non conta.
C’è un filo che unisce le regine guerriere del XVI secolo alle presidenti e premier africane di oggi. Forse qualcuno ricorderà Yaa Asantewaa, Regina Madre degli Ashanti, che nel 1900 imbracciò il fucile contro gli inglesi gridando: “Se gli uomini non combattono, lo faremo noi”. O magari Nzinga Mbande, regina angolana che nel Seicento, seduta su un cuscino mentre i portoghesi le offrivano una stuoia per terra, pretese – e ottenne – una sedia uguale alla loro. “Libera tra i miei guerrieri”, ripeteva, rifiutando ogni compromesso. Oggi quelle sedie si chiamano scranni presidenziali, e le donne africane non chiedono più permesso per occuparli.
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