Le priorità della manovra dipendono anche da dove si sceglie di risparmiare: vedi la scuola
- Postato il 3 novembre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Una legge di bilancio rivela le proprie priorità non soltanto dove spende, ma dove sceglie di risparmiare. Nel disegno di legge per il 2027, giunto alla Camera e ancora modificabile, la scuola contribuisce con 6.974 posti in meno dal 2027-2028: 4.925 docenti e 2.049 addetti Ata. Sommando le riduzioni decise nel 2025, in tre anni scomparirebbero 14.808 posti.
La relazione tecnica stima 83,9 milioni di risparmi nel 2027 e 251,7 milioni l’anno dal 2028. Per cogliere la scala: a regime è meno dell’1 per cento dei 27 miliardi previsti per il 2028: poco per cambiare i conti dello Stato, abbastanza per cambiare la vita di migliaia di scuole.
La giustificazione non è inventata. L’Ocse prevede che tra il 2024 e il 2033 gli italiani fra 5 e 14 anni diminuiranno del 18 per cento. Il conto è preciso. La domanda che lo precede, meno: una scuola con meno bambini deve necessariamente diventare una scuola più piccola? Se classi, orari, territori e obiettivi restassero identici, servirebbero meno insegnanti. Ma quel ‘se’ contiene l’intera scelta politica. La demografia descrive quanti alunni avremo; non decide quanta istruzione offrire a ciascuno.
I bisogni educativi non scendono nella stessa proporzione delle nascite, né allo stesso ritmo in ogni territorio. Le aree interne e il Mezzogiorno perderanno popolazione più rapidamente; una scuola piccola può essere inefficiente su un foglio Excel e indispensabile per un paese.
La demografia andrebbe vista come un’occasione, non un ordine. Con meno alunni si può spendere meno, oppure si può insegnare meglio. L’Ocse ricorda che il numero dei docenti non dipende solo dagli studenti, ma da tempo scuola, dimensione delle classi, distribuzione territoriale e obiettivi educativi. In Italia, intanto, il 42,7 per cento degli alunni dell’infanzia e della primaria statali non frequenta il tempo pieno.
Al termine delle superiori raggiunge livelli almeno adeguati appena il 54 per cento in Italiano e il 52 in Matematica. I risultati stanno migliorando, ma in ciascuna disciplina quasi metà resta sotto il livello adeguato. Ridurre automaticamente il personale nel momento in cui occorrerebbe consolidare questi progressi significa trattare la quantità degli studenti come se misurasse la qualità del servizio.
Anche i posti Ata meritano attenzione. Non sono un’appendice burocratica: sono segreterie, laboratori, assistenza, vigilanza, apertura degli edifici. Tagliare un collaboratore scolastico non aumenta soltanto l’efficienza amministrativa; può ridurre orari, sicurezza e capacità di accogliere studenti con bisogni complessi.
L’economia dell’istruzione suggerisce prudenza. L’Italia destina alla scuola primaria e secondaria il 2,7 per cento del Pil, contro il 3,1 medio Ocse. Nel 2025 la povertà assoluta riguardava il 4,4 per cento delle famiglie la cui persona di riferimento aveva almeno il diploma, contro l’11,9 per cento con la sola licenza media. È un’associazione, non una prova causale; ma ricorda che la scuola è una delle principali assicurazioni contro la povertà. La relazione tecnica sa misurare il risparmio sui salari. Non può contabilizzare il reddito futuro perduto, la minore produttività o la mobilità sociale che non avverrà.
Il Parlamento dovrebbe sostituire il taglio nazionale prefissato con una regola di ‘dividendo demografico’. Dove gli alunni diminuiscono, una quota delle economie può essere acquisita al bilancio; un’altra deve restare alla scuola e seguire i bisogni: tempo pieno, sostegno, tutoraggio, continuità didattica, presidio delle aree interne. Gli organici andrebbero assegnati non soltanto per numero di iscritti, ma anche per povertà educativa, disabilità, dispersione, presenza di studenti stranieri e distanza dai servizi.
Serve poi una verifica pubblica: quanti posti vengono ridotti, dove, con quali effetti su classi, orari, apprendimenti e chiusure di plessi. Se i risultati peggiorano nei territori fragili, la riduzione deve fermarsi. Non è un assegno in bianco alla spesa: è una clausola di responsabilità.
Una scuola con meno bambini può diventare una scuola più povera o una scuola più capace di vedere ciascuno. I numeri demografici non scelgono tra le due. Una manovra sì.
Risparmiare sull’istruzione produce un vantaggio immediato e un debito invisibile: lo pagheranno, più tardi, proprio i pochi giovani su cui dovrà reggersi un Paese sempre più anziano.
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