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“Le nostre radici sono energia viva”. Intervista all’artista del Padiglione Etiopia alla Biennale di Venezia

In sintesi

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“Le nostre radici sono energia viva”. Intervista all’artista del Padiglione Etiopia alla Biennale di Venezia

Il Padiglione Etiopia alla 61° Biennale Arte di Venezia racconta l’identità nazionale attraverso la tradizione dei tessuti e delle storie che racchiudono. L’artista Tegene Kunbi (Addis Abeba, 1980) ripercorre la genesi del progetto, la sua esperienza in Italia e la sua visione dell’arte in Etiopia.

Le opere di Tegene Kunbi nel Padiglione Etiopia della 61° Biennale d'Arte di Venezia
Le opere di Tegene Kunbi nel Padiglione Etiopia della 61° Biennale d’Arte di Venezia

Intervista a Tegene Kunbi

Come hai concepito il progetto del Padiglione?
Shapes of Silence non è solo un progetto per me: è un ponte tra la mia storia personale e il linguaggio globale dell’astrazione. Ho concepito questo corpus di opere per dimostrare che le radici non sono cose statiche a cui si guarda indietro: sono un’energia viva e in movimento. È un’esplorazione di come i fili silenziosi e intrecciati del nostro passato possano influenzare le realtà rumorose e strutturali del presente. Ho realizzato oltre trenta opere, la maggior parte delle quali monumentali, mettendo in dialogo astrazione, tessuto e pittura. Ogni tela è una superficie in cui materiali di origine contrastante si incontrano e si trasformano: tessuti lavorati a mano da mia madre accanto a tessuti industriali prodotti per i mercati africani, abiti sacri accanto a materiali di uso quotidiano. Quando vengono accostati sulla superficie pittorica, queste differenze iniziano a mutare e la pittura diventa uno spazio in cui categorie culturalmente distinte coesistono e danno origine a qualcosa di nuovo. Il titolo deriva dalla mia convinzione che il silenzio abbia delle forme: non è vuoto, è uno spazio di tensione, di contenimento e di negoziazione etica. A Venezia volevo dimostrare che l’identità nazionale non è una bandiera o un confine, ma una forma plasmata da queste storie sovrapposte e intrecciate.

Quanto le tue radici etiopi influenzano la tua pratica artistica?
Le mie radici etiopi non sono un’influenza a cui guardo indietro: sono il tessuto stesso delle mie mani e dei miei occhi. Crescendo ad Addis Abeba ero circondata dal ritmo del telaio e dalla vita vibrante e ricca di texture dei tessuti tradizionali come il Netela e il Gabi. Nel padiglione ho cercato di tradurre quell’energia ritmica in olio e tessuti. La mia tavolozza – quegli ocra profondi, rossi e verdi sacri – è tratta direttamente dal paesaggio e dallo spirito etiope. Ho iniziato a dipingere nella tradizione dell’iconografia ecclesiastica, e questo ha lasciato un segno profondo. La pittura etiope cerca di manifestare la presenza spirituale piuttosto che rappresentare la realtà materiale: nessuna prospettiva, nessuna profondità, solo una superficie piatta che privilegia la presenza. Ho imparato a lavorare con i tessuti da bambino insieme a mia madre, che ancora oggi produce tessuti fatti a mano ad Addis Abeba per cerimonie religiose e civili. Spesso lavoriamo insieme di notte, e quel silenzio è diventato parte integrante del mio modo di vivere la mia professione.

Quale messaggio vuoi trasmettere attraverso le opere del Padiglione?
Il messaggio centrale che voglio trasmettere è che il silenzio è uno spazio fisico e strutturato, un luogo in cui convivono memoria e cultura. Voglio che le persone se ne vadano con la sensazione che le nostre identità siano “passato in movimento“, qualcosa che si muove sempre in avanti, ma è profondamente ancorato alle nostre origini. Voglio che lo spettatore percepisca la “materia” dell’opera: questi tessuti non sono decorazioni, sono la pelle stessa della nostra storia. In Etiopia, il silenzio ha uno status paradossale: il proverbio ዝምታወርቅነው – il silenzio è oro – lo celebra come saggezza, ma altri detti ammoniscono che chi non nomina la propria malattia non trova cura. Il silenzio è distribuito in modo diseguale: maschile rispetto a femminile, centro rispetto alla periferia, sacro rispetto all’ordinario. Nei miei dipinti questa tensione assume una forma materiale. Voglio anche sovvertire la gerarchia degli spazi espositivi, dove i testi curatoriali parlano al posto dell’opera, rendendo silenzioso l’aspetto visivo. I miei dipinti resistono a una traduzione immediata in linguaggio: il significato emerge attraverso la durata, la prossimità, la presenza materiale. E c’è una dimensione personale: vivendo in Europa, sperimento il silenzio attraverso il corpo. A volte ipervisibilità, a volte cancellazione. La pittura è una pratica resiliente contro tutto questo.

La pratica di Tegene Kunbi tra Africa ed Europa

Com’è stato lavorare a Milano?
La mia esperienza a Milano è stata la scintilla che ha innescato certi sviluppi. Ho presentato due mostre personali lì, una nel 2023 intitolata Patchwork Freedom e un’altra l’anno scorso intitolata Dripping Time, Fading Memory, entrambe alla Galleria Primo Marella, con cui collaboro strettamente da quando la galleria ha iniziato a rappresentarmi nel 2021. Nel corso degli anni questa collaborazione si è sviluppata in un dialogo continuo e arricchente che ha giocato un ruolo importante nell’evoluzione della mia pratica, offrendo sia uno scambio critico che l’opportunità di interagire con un pubblico internazionale più ampio.

Quindi, sei passato da Milano a Venezia…
Da Milano sono passato direttamente ai preparativi per Venezia senza alcuna pausa. Il lavoro sembrava un flusso continuo, ma con un’attenzione ancora più urgente all’Etiopia. Milano stessa ha avuto un profondo impatto su di me. La sua architettura contemporanea, il senso della struttura e il linguaggio visivo raffinato mi hanno spinto a ripensare la composizione e le relazioni spaziali all’interno del mio lavoro. Essere immerso in una città così strutturata mi ha costretto a bilanciare l’energia organica ed emotiva del mio patrimonio etiope con una disciplina più architettonica. Questa tensione ha permesso al mio lavoro di maturare, passando dalla pura astrazione a un dialogo più sofisticato tra forma e tessuto.

Le opere di Tegene Kunbi nel Padiglione Etiopia della 61° Biennale d’Arte di Venezia

L’Etiopia vista da Tegene Kunbi

Come descriveresti la scena artistica etiope contemporanea?
La scena artistica etiope contemporanea è nel pieno di una potente e a lungo attesa rinascita. C’è un’energia particolare ad Addis Abeba in questo momento, una maestria tecnica che deriva dalla Scuola di Belle Arti e Design, ma con una nuova prospettiva globale. Ci stiamo allontanando dalla ritrattistica tradizionale e dalle icone religiose, abbracciando l’astrazione e l’installazione, pur mantenendo un’anima etiope al centro. La pittura etiope ha una lunga e originale traiettoria – dai cicli murali ecclesiastici al secondo stile gondarino del XIX e XX Secolo – che porta con sé una logica visiva genuinamente autonoma dai canoni occidentali. Non bisogna sottovalutare le sfide strutturali: la mancanza di musei d’arte contemporanea accessibili, la difficoltà di inserirsi nei circuiti internazionali senza la mediazione di gallerie straniere. Il talento c’è, ed è abbondante. Ciò che manca ancora sono solide istituzioni locali in grado di sostenerlo nel tempo.

Quale sostegno offre il governo alla cultura etiope?
Siamo in un periodo di transizione. Storicamente, la cultura in Etiopia è stata preservata dalla comunità e dalla chiesa, non dai finanziamenti statali. Non abbiamo ancora un sistema in stile occidentale di sovvenzioni pubbliche diffuse per singoli artisti sperimentali, ma la situazione sta cambiando. La stessa presenza del Padiglione Etiopia qui a Venezia, che partecipa per la seconda volta dopo il debutto nel 2024, è la prova di questo progresso. Significativamente, il padiglione è promosso dal Ministero del Turismo etiope in collaborazione con l’Ambasciata d’Etiopia in Italia, a testimonianza di un crescente riconoscimento dell’arte contemporanea come importante veicolo di diplomazia culturale e dialogo internazionale.

In Etiopia gli artisti ricevono sovvenzioni o agevolazioni particolari?
Abbiamo ancora bisogno di infrastrutture migliori: musei locali accessibili, finanziamenti per i giovani artisti, meccanismi di sostegno diretti che non costringano gli artisti a dipendere interamente dal mercato internazionale per sopravvivere. Il talento che emerge dall’Etiopia è straordinario. Stiamo iniziando a capire che gli artisti sono tra i più importanti ambasciatori del nostro Paese e che questa consapevolezza ora deve essere accompagnata da investimenti a lungo termine e risorse concrete.

Niccolò Lucarelli

Venezia // fino al 22 novembre 2026
Padiglione Etiopia. Shapes of Silence
PALAZZO BOLLANI – Castello, 3647
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L’articolo "“Le nostre radici sono energia viva”. Intervista all’artista del Padiglione Etiopia alla Biennale di Venezia" è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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