L’artista Riccardo Benassi mette Internet in camera ardente a Torino (cosa stiamo davvero seppellendo?)
- Postato il 24 settembre 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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Un funerale per Internet: ma internet è veramente morto? Lo scorso 18 settembre FESTA è stata celebrata nei sotterranei della Fondazione Merz di Torino con Le ultime fabbriche rimaste in lontananza intonano gospel ripetitivi… di Riccardo Benassi (Cremona, 1982), commissionato da Xing e realizzato in collaborazione con la GAM di Torino. Benassi immagina una “camera ardente per Internet”, abitata dai Tecnosistemix, altorilievi vibranti che richiamano le infrastrutture delle telecomunicazioni. L’immagine funziona subito. Forse anche troppo.
Riccardo Benassi per FESTA e la morte di Internet
Perché prima di domandarsi come si celebra la morte di Internet bisognerebbe capire che cosa, esattamente, sarebbe morto. La rete? Oppure quell’idea iniziale di Internet come spazio libero, condiviso e decentralizzato? La questione rimane aperta. Ed è proprio questa ambiguità a rendere il lavoro interessante dentro FESTA, il progetto diretto da Silvia Fanti e Daniele Gasparinetti di Xing che chiede agli artisti di inventare non un’opera sulla festa, ma una possibile nuova ricorrenza.
L’intervista con Silvia Fanti e Daniele Gasparinetti, direttori artistici di Xing
Perché avete affidato a Riccardo Benassi il secondo appuntamento di FESTA? Quale parte della sua ricerca vi sembrava necessaria oggi?
Forse Riccardo è quello che, come millennial, ha vissuto maggiormente in un’immersione tecnologica integrale. Era un’epoca in cui la festa aveva assunto il modo dell’after-party. Il “party” è l’interpretazione più banale di ciò che può essere una festa, ma non è il nostro caso, né con Benassi né con gli altri eventi in programma.
Noi stiamo cercando una dimensione non celebrativa. Riccardo si occupa di media e non è soltanto un maker: è anche un teorico, scrive, realizza opere, insegna e ha quindi una capacità teorica di analisi. Nel testo che ha scritto per il progetto c’è un misto di biografia, autobiografia e riflessione teorica su che cosa sia stato Internet dalla sua nascita e diffusione a oggi.
Ma allora che cosa viene messo in camera ardente? Internet oppure la promessa originaria di Internet?
Questo credo veramente che possa dirlo Riccardo. Noi abbiamo accolto la proposta come una provocazione coerente con la commissione. Non si tratta propriamente di un funerale, perché il funerale ha una ritualità molto specifica. È piuttosto quel luogo dove si va a osservare, salutare, meditare una salma. E nel suo caso la salma è Internet.
È evidente che il confronto con l’immersione e con le trasformazioni degli ambienti tecnologici sia per lui cruciale, anche a livello biografico. Dal nostro punto di vista c’era una coerenza tematica rispetto alla commissione che avevamo fatto.
Si può commissionare una festa?
FESTA nasce da un progetto mai realizzato di Alberto Boatto per la GAM di Bologna negli anni Settanta. Xing non prova però a ricostruirlo. “Abbiamo preso l’altra parte della sua intuizione: non il tema della festa, ma una festa effettivamente pensata da un artista”. Lo spostamento è sostanziale: l’opera non rappresenta una festa, deve diventare essa stessa una convocazione. Ed è qui che compare una contraddizione difficile da evitare. Le feste, normalmente, non vengono commissionate. Nascono perché qualcuno ha qualcosa da celebrare, ricordare, espiare o condividere. FESTA fa il percorso inverso: sceglie prima l’artista e poi gli chiededi inventare una ricorrenza.
La festa può essere uno spazio di liberazione, ma può anche diventare uno strumento di consenso e controllo. Come affrontate questa ambivalenza all’interno del programma?
Abbiamo lanciato delle occasioni di reinvenzione per capire quali siano le necessità dal basso e non quelle delle istituzioni, perché il controllo viene dall’alto. Quindi non celebriamo. Siamo in una dimensione di invenzione e di ricerca. Questo progetto è fatto di eventi unici, sperimentali anche per noi. Vedremo insieme che cosa accadrà. La risposta non cancella la contraddizione. Se la spontaneità viene commissionata e progettata, rimane comunque qualcosa di diverso da ciò che nasce spontaneamente. È probabilmente uno dei punti sui quali FESTA dovrà essere verificata nei singoli appuntamenti.
Quanto è libero chi partecipa?
Xing lavora da oltre venticinque anni sulle live arts. Non parla tanto di opera quanto di “operato”: “non c’è l’oggetto, ma c’è il processo in un contesto” e “noi non trattiamo l’opera, trattiamo il far accadere l’opera in quel momento”. FESTA insiste sulla libertà del pubblico. Si può restare, muoversi, mangiare, bere, andarsene. Ma anche qui la domanda rimane. Da decenni una parte dell’arte contemporanea promette di trasformare lo spettatore in partecipante. Spesso, però, la libertà concessa rimane all’interno di possibilità già predisposte.
In FESTA quanto è veramente libero chi partecipa? Oppure anche qui esiste una drammaturgia dentro la quale lo spettatore viene comunque condotto?
C’è una drammaturgia, in qualche modo. Non è tutto casuale. Ma non vorremmo infliggere una soluzione, non c’è una volontà prescrittiva. Si apre una visione possibile che viene molto lasciata allo spettatore. È più una modalità di abitare temporaneamente un’occasione. Anche bere, mangiare e quelle attività che mettono in moto il corpo, e che normalmente sono vietate al museo o al cinema, per noi fanno parte delle necessità fisiche e psicologiche del momento fruitivo.
Come?
Cerchiamo, in un momento socialmente molto difficile, di aprire un modo di stare con meno paletti. “Meno paletti” è probabilmente la definizione più interessante. Non significa assenza di struttura. Significa che la struttura esiste, ma prova a lasciare margini più larghi. Quanto poi quella libertà sia effettiva lo diranno gli eventi, più delle intenzioni dichiarate.
Parlate di nuovi modi dello stare insieme. Ma che conseguenza può realmente produrre un progetto come questo oltre le poche ore dell’evento?
Per noi è importante partire dal presupposto che questi esperimenti siano esperimenti dello stare insieme. Al loro interno, attraverso piccole attenzioni o anche ragionamenti complessi, possono ristrutturarsi un po’ le dinamiche dello sguardo e dell’attenzione.
C’è un meccanismo forte di ricentramento, di riorientamento dello sguardo e dell’attenzione. Ma sono cellule sperimentali: nessuno di noi pensa che cambieranno la società. Entra in gioco anche il corpo di chi fa parte di quell’ambiente, che non è diverso dal corpo del performer. Abbiamo ragionato anche sulla dimensione dello spreco. Gli appuntamenti sono gratuiti, sono un invito alla partecipazione che può essere raccolto oppure no. C’è la necessità di provare modalità diverse dello stare insieme.
La salma che non sappiamo nominare
È forse la risposta più convincente proprio perché evita grandi promesse. Nel caso di Benassi rimane però un cortocircuito interessante: ci si incontra fisicamente per prendere congedo dallo strumento che, per una parte della sua storia, ci aveva promesso di renderci tutti più connessi. Ma la camera ardente contiene davvero una salma? O contiene piuttosto qualcosa che non sappiamo più bene nominare: Internet com’era stato immaginato, Internet com’è diventato, oppure la distanza ormai difficile da misurare tra le due cose.
Antonino La Vela
L’articolo "L’artista Riccardo Benassi mette Internet in camera ardente a Torino (cosa stiamo davvero seppellendo?) " è apparso per la prima volta su Artribune®.