L’Ai offre potenziali benefici per la sanità, ma bisogna evitare che acuisca le disuguaglianze

  • Postato il 29 marzo 2025
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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di Sara Gandini e Paolo Bartolini

Il percorso è segnato e non possiamo farci nulla: l’intelligenza artificiale (AI) e i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLMs) stanno progressivamente plasmando non solo la ricerca scientifica e il futuro dell’assistenza sanitaria, ma anche le nostre vite. La promessa è quella di migliorare la ricerca di informazioni di uso comune e l’accessibilità ai servizi, e pure di ottimizzare le decisioni cliniche e affrontare i determinanti sociali delle diseguaglianze in termini di salute. Tuttavia, uno studio recente pubblicato su Cell Reports Medicine evidenzia che, senza interventi mirati per mitigare i bias (pregiudizi) e aumentare l’accessibilità digitale, l’AI potrebbe non solo fallire nel colmare le disuguaglianze sanitarie esistenti, ma addirittura aggravarle.

Il team di ricerca sottolinea che, nonostante i rapidi progressi tecnologici, manca un impegno concertato per affrontare le barriere presenti negli ambienti digitali. Problemi come la scarsa alfabetizzazione digitale, l’accesso ineguale alle tecnologie sanitarie e gli algoritmi di AI con bias incorporati sollevano preoccupazioni crescenti riguardo all’equità sanitaria. L’uso di dati distorti può portare a previsioni meno accurate per le minoranze, perpetuando le disparità esistenti. Inoltre, l’esclusione digitale può impedire a determinate popolazioni di beneficiare pienamente dei progressi dell’AI, mentre la privatizzazione delle informazioni sanitarie solleva interrogativi su chi controlla questi strumenti e sul loro impatto sul benessere generale.

In altre parole, lo studio mette in luce come le tecnologie emergenti, spesso presentate come neutrali o universalmente vantaggiose, possano in realtà rafforzare gli squilibri di potere già esistenti nella sanità. L’AI e i LLMs, infatti, rischiano di perpetuare le iniquità strutturali attraverso dati distorti, esclusione digitale e privatizzazione delle informazioni sanitarie. Di conseguenza, emergono interrogativi critici su chi effettivamente controlli questi strumenti e su quale sia il loro impatto sulla salute mentale e fisica della popolazione.

Il potenziale di queste tecnologie per migliorare l’assistenza sanitaria rimane significativo, ma il loro utilizzo richiede una rigorosa valutazione critica. Il rapido sviluppo di soluzioni sanitarie basate sull’AI rende essenziale un approccio consapevole, volto a garantire che tali strumenti non si limitino ad automatizzare e occultare meccanismi di controllo già esistenti, ma che siano invece progettati per promuovere equità e inclusione. In questo contesto, diventa fondamentale adottare strategie per:

– Sviluppare algoritmi trasparenti e privi di bias attraverso una selezione e un’analisi critica dei dati di addestramento;
– Implementare politiche di accesso equo agli strumenti digitali, riducendo il divario tecnologico tra diverse fasce della popolazione;
– Monitorare e regolamentare l’uso dell’AI nella sanità, garantendo che i suoi benefici siano distribuiti equamente senza rafforzare discriminazioni preesistenti;
– Promuovere un dialogo interdisciplinare tra tecnologi, operatori sanitari, esperti di etica e rappresentanti delle comunità più vulnerabili, al fine di costruire soluzioni che rispondano realmente ai bisogni di tutti.

In conclusione, mentre l’AI offre potenziali benefici per la sanità, è cruciale adottare un approccio etico e inclusivo per evitare che diventi un ulteriore strumento di disuguaglianza, assicurando che l’innovazione tecnologica migliori la salute globale senza rinunciare a equità e sostenibilità delle pratiche. Tutto questo, dobbiamo ammetterlo, dipenderà dalla capacità collettiva di sviluppare una resistenza politica e culturale adeguata all’uso attuale di queste macchine di calcolo potentissime, che non sono affatto neutre poiché la loro continua implementazione è tutta interna a direttive strategiche che saldano l’innovazione alle logiche di mercato e di profitto.

La salute umana può trarre alcuni benefici dall’uso di queste tecnologie, solo se nel complesso ripensiamo alla radice l’ibridazione tra la dimensione organica/culturale e questi strumenti artificiali. L’obiettivo è metterli al servizio di un progetto vasto e democratico di cura del vivente e delle popolazioni. E questo dipenderà non dalla cosiddetta “intelligenza” artificiale, ma dall’intelligenza sociale incarnata in vite singolari che restano irriducibili a una sommatoria di organi e di dati grezzi da elaborare.

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Il Fatto Quotidiano

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