Che palle ‘sti dazi americani! Aumentano i prezzi per tutti ma la Cina vince comunque
- Postato il 2 aprile 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Carblogger
Che palle ‘sti dazi americani, tanto più che come scrive il Financial Times in un de profundis per il piano del presidente americano, “il problema è che al momento nessuno sa cosa farà Trump la settimana prossima, figurarsi nei prossimi anni“. Dazi e ridazi, ogni giorno sto al pallottoliere degli analisti per capire quanto costerà ai costruttori l’impatto con i profitti operativi del 2025. Trump dice letteralmente che se ne frega (“couldn’t care less”) se i prezzi delle auto aumentano, perché così gli americani compreranno più auto americane. La verità è che i costruttori o riducono il loro guadagno (quando c’è, e sulle elettriche uhmm), oppure aumentano i prezzi e perdono i clienti.
Regola dei dazi che vale per tutti, americani compresi. Il pallottoliere di Bernstein, per dire, stima un declino del 30% di Ebit per Gm e Ford, a fronte di un impatto complessivo per il settore da 110 miliardi di dollari, 6.700 dollari per veicolo. E nel 2026 potrebbe andare ancora peggio, perché non è che un’industria come l’auto, per evitare i dazi, trasferisce la produzione in America tirando su fabbriche in un giorno. Basta guardare a cosa è successo per la scarsità di microchip nel post Covid e alla velocità di riallineamento, per farsi venire brividi freddi.
I dazi di Trump non faranno male soltanto ai costruttori cinesi. Vendono quasi niente sul mercato statunitense, dopo il primo 25% di tasse imposto dall’amministrazione Trump nel 2018, il 100% sulle loro elettriche e le crescenti restrizioni all’import di componentistica e tecnologica made in China decise dall’amministrazione Biden. Colossi come Byd e Saic dovrebbero rinunciare anche all’idea di aprire fabbriche in Messico (dove per altro detengono circa il 5% del mercato se non ricordo male), in futuro si vedrà. Bye bye Trump, “couldn’t care less” non so come si dice in mandarino ma il concetto è chiaro.
Con l’aiuto di ‘sti dazi, i costruttori europei saranno non solo più deboli, ma più esposti alla concorrenza dei cinesi. I quali, avendo più soldi da investire altrove e pressati dalla sovraproduzione interna, spingeranno prevedibilmente sull’export in Europa. E, appena si capirà meglio se il protezionismo di Bruxelles è vero o farlocco (dipenderà dalla geopolitica, fluida come tutto il resto), magari riprenderanno ad aprire fabbriche a casa nostra. Come Byd in Ungheria e Chery in Spagna, o in Turchia se il regime di Erdogan sopravvive alla piazza, o la terza via alla Leapmotor in Polonia e prossimamente forse anche in Spagna per interposta Stellantis. Tutto giusto in nome del mercato, tranne l’aiutino di Trump (contro i “parassiti”).
Dazideché, l’altro giorno Xi Jijnping ha invitato i ceo delle più grandi multinazionali straniere (auto comprese, come Bmw e Mercedes) a dirottare capitali nel suo paese. Spacciandosi per autentico liberista. Al peggio non c’è mai fine.
@carblogger_it
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