Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

L’addio al trono di Vittorio Emanuele III su carta bollata da 12 lire. E una correzione

  • Postato il 8 maggio 2026
  • Cultura
  • Di Agi.it
  • 4 Visualizzazioni
  • 5 min di lettura
L’addio al trono di Vittorio Emanuele III su carta bollata da 12 lire. E una correzione
L’addio al trono di Vittorio Emanuele III su carta bollata da 12 lire. E una correzione

AGI - La scarna e asettica nota diramata via agenzia il 9 maggio 1946 era stata ripresa ingigantita dalla stampa italiana secondo la prospettiva politica delle varie testate. Il Tempo di Roma titolava a tutta pagina “L’abdicazione di Vittorio Emanuele III” con l’occhiello “Un ciclo storico si è chiuso”; il quotidiano socialista L’Avanti era crudo con “Il re fascista ha abdicato” e nel sommario “Gli succede, per 23 giorni, il principe fascista”, dando già per sconfitto Umberto II al referendum istituzionale; per L’Italia Libera “Il re fascista abdica e fugge all’estero”; il quotidiano della Democrazia Cristiana Il Popolo riporta “Vittorio Emanuele III abbandona l’Italia ma l’impegno per il referendum non si muta”.

Il vecchio re, dopo 46 anni sul trono della nazione unificata dal nonno Vittorio Emanuele II, si faceva malvolentieri da parte: quasi metà del lungo regno era stato in condominio con il fascismo e questo la storia non gliel’aveva perdonato. Restava da vedere se gliel’avrebbero perdonato gli italiani, usciti da una dittatura, da una guerra perduta con lutti e distruzioni, e con la ferita ancora aperta della guerra civile.

Le pressioni per salvare la monarchia al referendum e le resistenze del Savoia

L’abdicazione, se compiuta nei tempi giusti e magari saltando anche un gradino della scala gerarchica sacrificando pure Umberto in favore del figlio con un reggente, forse avrebbe potuto recuperare consensi alla causa monarchica. Gli inglesi non vedevano con sfavore questa soluzione e già durante la guerra Winston Churchill, il 27 febbraio 1944, con il “Discorso della caffettiera”, aveva fatto intravedere l’utilità di non spezzare quella continuità istituzionale.

Gli americani, di solida tradizione repubblicana, erano avversi ai Savoia, e non avevano mancato di manifestarlo. Formalmente erano neutrali sulla questione istituzionale, confinandola a fatto interno affidato alla volontà degli italiani da esprimere liberamente col voto. I rinati partiti che avevano dato vita al Comitato di liberazione nazionale e partecipato ai governi civili dopo la fuga di Pescara del 9 settembre 1943, quella questione l’avevano sollevata ufficialmente al congresso di Bari del 28 e 29 gennaio 1944 al quale aveva replicato Churchill, accantonandola provvisoriamente con la Svolta di Salerno promossa dal leader del PdCI Palmiro Togliatti d’intesa con Stalin.

Le pressioni su Vittorio Emanuele III affinché passasse la mano avevano portato al compromesso dell’istituzione della luogotenenza, il 5 giugno 1944, grazie alla quale il principe di Piemonte esercitava i poteri statutari nel nome del re, mentre il padre rimaneva comunque capo dello Stato. Il vecchio sovrano pretendeva di delegare formalmente il figlio a Roma, non appena fosse stata liberata, ma gli Alleati non gli concessero di tornarci e lo fecero firmare a Ravello.

La luogotenenza di Umberto per rinviare il passaggio dei poteri

Umberto per undici mesi firmò i decreti luogotenenziali che gli venivano sottoposti dal presidente del consiglio dei ministri, senza che vi fosse un parlamento, tra i quali quelli che stabilivano l’Assemblea costituente e l’indizione del referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946. E anche quello che consentiva l’elettorato attivo e passivo alle donne, per la prima volta protagoniste nelle elezioni amministrative di marzo-aprile, che interessò a macchia di leopardo circa i due terzi del territorio nazionale, non ancora integralmente nell’amministrazione italiana, colme peraltro avverrà a giugno per il referendum. L’avvicinarsi della scadenza referendaria rendeva insostenibile la permanenza sul trono di Vittorio Emanuele III, se la dinastia voleva avere ancora un margine di sopravvivenza.

Lo sgarbo a De Gasperi e la partenza per l’esilio come duca di Pollenzo

Poco prima delle 13 di giovedì 9 maggio a Villa Maria Pia di Napoli, dove risiedeva il re, si era presentato il luogotenente Umberto, accompagnato dal duca Pietro d’Acquarone. Non era una visita di cortesia. Era arrivato il momento non più differibile e su questo l’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione alleata di controllo, era stato chiaro. Un militare si era nel frattempo recato nello studio del notaio Nicola Angrisano con l’ordine di portarlo alla residenza. Alle 15 tutto era pronto per la firma. Vittorio Emanuele III aveva preparato il testo dal 6 maggio, Aveva firmato il foglio già pronto con la stessa striminzita formula adoperata da Carlo Alberto quando aveva abdicato in favore del figlio Vittorio Emanuele II, ma ha usato carta semplice e il notaio glielo fa ricopiare su carta bollata da 12 lire.

Il sovrano riscrive esattamente, compreso il “6” della data che corregge a penna in “9”, e firma.  Alle 15.15 tutto è finito, con la sottoscrizione dei testimoni generale Paolo Puntoni e tenente colon­nello Brunoro Buzzaccarini. Quell’atto avrebbe dovuto essere firmato, come precedentemente concordato, davanti al presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi, che non la prenderà affatto bene e farà diramare una sintetica e asettica nota stampa. L’ormai ex re si toglie l’uniforme e indossa abiti civili mentre gli preparano i bagagli.

Quello stesso giorno, alle 19.40 sale assieme alla moglie e a pochi accompagnatori sull’incrociatore Duca degli Abruzzi in rada a Posillipo che lo porterà in esilio ad Alessandria d’Egitto, dove re Faruk si è detto disposto a ospitarlo, ovviamente dopo che le autorità britanniche lo hanno consentito. Era stato re d’Italia dal 1900, col fascismo pure imperatore d’Etiopia e re d’Albania, adesso è solo il duca di Pollenzo. Il figlio Umberto regnerà appena un mese. E dal 13 giugno 1946, data della sua partenza dall’aeroporto di Ciampino per il Portogallo dopo la sconfitta referendaria ma senza riconoscere il risultato e senza abdicare, i Savoia non regneranno mai più sull’Italia.

Continua a leggere...

Autore
Agi.it

Potrebbero anche piacerti