La storia di Fausto Dardanelli: «Voleva ricominciare una nuova vita lontano»

  • Postato il 16 marzo 2026
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La storia di Fausto Dardanelli: «Voleva ricominciare una nuova vita lontano»

Maria Angela Placanica, una madre con troppi dubbi sulla fine del suo ragazzo Fausto Dardanelli. Dai due colpi di pistola all’assenza di macchie di sangue nell’auto


«Se quando avviene un omicidio si ha il dovere di andare alla ricerca della verità, anche quando ci si trova davanti a un probabile suicidio bisogna fare chiarezza su cosa lo ha determinato». È perentoria Maria Angela Placanica, mamma del carabiniere Fausto Dardanelli, trovato senza vita a Bagaladi in provincia di Reggio Calabria il 22 luglio del 2016. Durante la conferenza stampa alla Camera dei deputati che l’ha vista protagonista insieme al suo legale, l’avvocato Giulio Murano del foro di Roma, racconta il suo Fausto, quel figlio uscito all’improvviso dalla sua vita senza una ragione comprensibile, quel figlio che altri raccontano come non sarebbe mai stato.

Arrivare alla verità per lei, significa riappropriarsi di quel ragazzo con tanti amici che le rendeva la vita lieve, densa di significato. «Solo dopo la sua morte – ricorda – sono venuta a conoscenza di quanto Fausto, in molte occasioni, avesse aiutato le persone. E sentirlo elogiare per il suo impegno e la sua disponibilità non ha fatto altro che confermare quanto il finale tragico della sua esistenza che vogliono cucirgli addosso, stride fortemente con ciò che è stato in vita».

UN BAMBINO CON IL SOGNO DI FARE IL CARABINIERE PER SERVIRE LA COMUNITÀ

Maria Angela recupera l’immagine di quel bambino di pochi anni che giocava a fare il carabiniere. Sin da piccolo era l’Arma il suo chiodo fisso. Era attratto dal suono delle sirene quanto può esserlo chi sogna ad occhi aperti di avere addosso una divisa e immagina di essere alla guida di un’auto blu mentre insegue un malfattore. Fantasie le sue, che però non lo hanno mai abbandonato, accompagnandolo anche durante l’adolescenza. Diverso per aspirazioni dai suoi fratelli più grandi Francesco e Antonella, Fausto cercava di trovare la sua strada seguendo la sua vocazione.

«Fare il carabiniere per Fausto, significava mettersi al servizio della comunità – spiega Maria Angela – e nonostante inizialmente ostacolai la sua scelta, mi resi ben presto conto che per lui significava veramente tanto. Non ero felice del cammino che aveva intrapreso perché avrei preferito che continuasse l’università come gli altri miei due figli. Non so se nella sua decisione abbia avuto un peso il fatto che sia mio padre che mio cognato sono stati carabinieri, ma di certo c’è che sin da bambino questa idea non lo ha mai abbandonato. Per questo ho capito immediatamente che diventare carabiniere per lui era fondamentale ed evitai di parlargli d’altro, di forzarlo a fare qualcosa che non voleva. Mio figlio era un ragazzo molto vitale, amava le feste, organizzava sempre qualcosa e la mia casa non era mai vuota».

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Fausto dopo le scuole superiori frequentate a Reggio Calabria chiese di poter fare il Servizio di leva nell’Arma. E l’Arma, diventato poi effettivo, non solo lo accolse ma gli fornì quel bagaglio di professionalità e preparazione, che lui si aspettava. Fu inviato inizialmente alla Caserma di Giussano, in Lombardia, dove rimase per nove anni. Poi cercò di avvicinarsi a casa e fu assegnato alla Caserma di Oppido Mamertina in provincia di Reggio Calabria. Fu qui che conobbe una ragazza più giovane di lui di oltre dieci anni e iniziò a frequentarla. «Fausto mi parlò di lei, me la fece conoscere e conobbi anche i suoi genitori – racconta Maria Angela –. Mi resi subito conto che questa storia non lo soddisfava completamente ma era appena agli inizi ed era giusto che vivesse delle storie d’amore nel modo in cui riteneva più giusto».

UNA STORIA D’AMORE FINITA MALE E LA VOGLIA DI RICOMINCIARE

Ciò che impensieriva però Maria Angela, era il fatto che Fausto non tornasse più a casa neanche per dormire e cercava di capire se l’allontanamento dalla sua famiglia fosse determinato dai sentimenti che provava per la sua fidanzata che voleva avere sempre accanto, o c’era qualcosa che le stava sfuggendo di mano. Parlava spesso con suo figlio e seppur la relazione si rivelasse ogni giorno di più problematica, Fausto continuava a vivere un sentimento che probabilmente non era del tutto corrisposto. «Mi sono fatta l’idea – dice – che la ragazza non avesse scelto spontaneamente di vivere una storia d’amore con mio figlio. Perché in seguito sono venuta a conoscenza che Fausto venisse tenuto legato più per motivi economici che per altro».

Non fu facile per Maria Angela sostenere il figlio quando la storia finì ed emerse una realtà che non si aspettava: Fausto aveva prestato una considerevole somma di danaro alle persone che pensava nutrissero per lui un affetto sincero. Ma se ne fece comunque una ragione al punto tale, che decise di chiedere il trasferimento in un’altra caserma per ripartire con la sua vita. «Fui io a consigliargli di aspettare – interviene ancora la mamma – perché non volevo che operasse scelte dettate esclusivamente dall’emotività. La storia era comunque finita e Fausto – me lo diceva ogni giorno – voleva veramente voltare pagina».

L’ULTIMA CHIAMATA TRA MADRE E FIGLIO

Ma in quei giorni turbolenti tra soldi chiesti e non restituiti, telefonate dei familiari della ragazza che avrebbero tentato di riavvicinarlo e minacce telefoniche che sono state trovate sul telefonino del giovane carabiniere, qualcosa ancora non emerso potrebbe essere accaduto. Quel 22 luglio Fausto andò in caserma come al solito. Il suo turno finiva alle 15. Sua madre lo chiamò e lui le confidò di aver saputo il nome del nuovo compagno della sua ex fidanzata. Non sembrava, però, particolarmente agitato.

La madre rispose che ora era libera e poteva stare con chi voleva. Il giovane confermò. Questa fu l’ultima volta che Maria Angela sentì suo figlio. Poi il silenzio. Lei lo cercò quando vide che non tornava a casa, ma senza ottenere nessuna risposta. Ci vollero le 22, quando i carabinieri e il cappellano si recarono a casa sua, per scoprire che il suo figlio più piccolo era morto da solo in un’Alfa Romeo con la musica a tutto volume e l’aria condizionata ancora accesa.

I DUBBI SULLA MORTE DI FAUSTO DARDANELLI

«Ricordo poco di quei momenti –- confida –. Crollai e rimasi a letto sedata per molti giorni e per questo non seguii l’andamento delle indagini. Ma quando fui in grado di rialzarmi scoprii cose inverosimili. Il caso subito identificato come suicidio, fu chiuso pochi giorni dopo. Non fu mai fatto l’esame stub, la divisa e le scarpe di mio figlio furono distrutti e non fu neanche disposta l’autopsia. Sarà fatta su nostra decisione due anni dopo. Eppure sono tante le incongruenze che secondo periti esperti come il generale Luciano Garofano e il dottor Aldo Barbaro saltavano subito agli occhi: a partire dai due colpi di pistola sparati».

«Di solito, chi decide di togliersi la vita punta la pistola in un punto vitale, non esplode due colpi. E poi le macchie di sangue, totalmente assenti nell’abitacolo. Solo la mano di mio figlio era insanguinata. E, infine, i suoi occhiali da sole trovati all’esterno dell’auto. Tutti elementi, questi, che andavano valutati e codificati. Invece, la Procura di Reggio non li ha mai voluti tenere in considerazione. Sono dieci anni che con grandi sacrifici personali cerchiamo di resistere e andare avanti. Mio figlio non ce l’ho più, non mi sarà restituito, ma la verità la voglio. Perché Fausto e tutti noi la meritiamo».

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