La separazione delle carriere è un progetto pericoloso: il referendum sarà vitale per le sorti della democrazia

  • Postato il 7 gennaio 2026
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Nessun dorma, l’aria di Puccini che ha fatto vibrare tanti cuori, è stata di sovente usata in contesti di grande pathos politico, come è avvenuto nelle precedenti vicende referendarie che hanno visto respingere tentativi di riforma costituzionale che avevano l’intento di modificare l’assetto dei poteri dello stato per affidare, attraverso artifizi, tutto il potere a un uomo solo (o donna) al comando.

In primis fu il progetto denominato semplicisticamente “devolution” di Berlusconi che aumentava i poteri del governo e ne trasferiva molti alle regioni. Venne poi la riforma di Renzi che aveva un impianto pressoché analogo e con la legge elettorale “Italicum”, poi bocciata dalla Corte costituzionale, mirava a sbancare il tavolo ma, avendo perso il referendum, dovette rimettersi.

Solo il progetto di riduzione dei parlamentari ideato dai 5stelle ha avuto successo essendo confermato al successivo referendum, ma, tranne i convinti difensori dell’impianto originario della Costituzione, tutti i partiti l’avevano approvato.

Nei casi precedenti citati, tranne l’ultimo, si era formato un vasto movimento di opposizione che aveva appunto risvegliato l’opinione pubblica dal rischio di vedere stravolto l’assetto della nostra democrazia repubblicana e costituzionale, dimostrando quanto esso sia ancora considerato dalla maggioranza degli elettori un bene prezioso.

Ora ci troviamo però di fronte a un tentativo molto più subdolo e pericoloso col progetto di separazione delle carriere dei magistrati, nel testo blindato prodotto dal governo Meloni e imposto al parlamento che – grazie alla maggioranza blindata di cui dispone l’Esecutivo – l’ha direttamente approvato senza modifiche.

È una deformazione che non ambisce ufficialmente a cambiare i principi di equilibrio tra i poteri dello Stato, che sono alla base della nostra e delle democrazie della gran parte dei paesi occidentali, ma in sostanza e in verità li stravolge, ponendo le basi di una svolta dirigista e autoritaria, a cui questo governo mira fin dal primo giorno della sua nomina.

È del tutto evidente che dividere la magistratura in due parti separate, attraverso il divieto di passaggio dalla funzione inquirente a quella giudicante e viceversa, peraltro oggi già abbondantemente limitata da leggi precedenti, costituisce la premessa per ridurre l’autonomia della magistratura nel suo complesso: divide et impera.

Se si aggiunge che si divide il Consiglio superiore della magistratura in due, e con ciò lo si rimpicciolisce, senza peraltro ridurne i costi di funzionamento, e inoltre i giudici che lo compongono saranno estratti a sorte come fosse un concorso a premi – ma non quelli di provenienza parlamentare – è un colpo anche al prestigio e alla dignità dei magistrati, che sarebbero privati del diritto di scegliere democraticamente i propri rappresentanti, cosa che non avviene in nessun sistema politico, anche il più scriteriato e antidemocratico.

Infine gli stessi consigli superiori dei due rami verrebbero privati della principale funzione di autogoverno, ovvero la valutazione delle responsabilità disciplinari dei magistrati, che sarebbe affidata ad una corte disciplinare superiore, composta da giudici scelti sempre per estrazione, ponendo così sotto tutela lo stesso Presidente della repubblica, capo della magistratura, che non ne farebbe parte, restando a presiedere entrambi i due organi dimezzati.

Ora chi comprende cosa significa questa alterazione rispetto alla funzione vitale del controllo di legalità da parte di magistrati non può non avvertire tutto il rischio che questo Paese di poteri occulti, di corruzione sedimentata in tutti i gangli dello stato, di contiguità mafiose, avrebbe con una magistratura con la mordacchia: sarebbe grasso che cola per questo tipo di illegalità che corrode da sempre la nostra società.

È per questo che il referendum, questo referendum, è vitale per le sorti della democrazia italiana e che se non si respinge questo orribile progetto, i successivi a venire saranno la modifica della legge elettorale per dare un vantaggio assoluto alla maggioranza attuale, il premierato, l’autonomia differenziata – che già si sta tentando di far rientrare dalla finestra dopo che la Corte costituzionale l’ha bollata di parziale e sostanziale incostituzionalità.

Ora occorre che tutte le forze democratiche insieme alle persone perbene, contrarie a questa deriva, si sveglino e non mi pare che stia accadendo con la dovuta forza e con coerente determinazione. A me sembra che nonostante i passi compiuti, tra i nomi prestigiosi individuati per organizzare il fronte del NO ancora manchi quella scintilla che faccia scattare una mobilitazione adeguata. Sarà il freddo polare seguito alla pausa festiva?

Lo voglio credere, ma non sono tranquillo. Questa partita occorre che la giochino tutti con la stessa determinazione: società civile, comitati nazionali, magistrati organizzati nel loro comitato che si sta muovendo, mi sembra, ma è soprattutto nei territori che si giocherà veramente la partita. Le firme online stanno andando bene ma non dimentichiamo che l’obiettivo di 500mila è difficile e comunque non è sufficiente a garantire la vittoria.

Occorre portare a votare No almeno 14 milioni di italiani – un numero che potrebbe assicurare la vittoria, nonostante l’assenza di quorum – se vogliamo fermare questo disegno politico anticostituzionale.

Facciamo appello a tutti i partiti, i sindacati, le associazioni, i singoli cittadini, perché si organizzi nei quartieri, strada per strada, nei luoghi di lavoro, nei centri di incontro, una capillare campagna di sensibilizzazione come abbiamo saputo fare nelle altre occasioni, ancor di più di allora, perché l’avversario è forte, subdolo e determinato e solo una straordinaria mobilitazione può farci sventare il pericolo.

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Firmiamo per fermarli! Qui la raccolta firme per il referendum su piattaforma pubblica, si accede con Spid o carta d’identità elettronica Cie

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