La quinta stagione della serie tv israeliana Fauda è propaganda sionista?
- Postato il 6 ottobre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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La quinta stagione di Fauda è propaganda sionista? Gli sceneggiatori selezionano fatti, punti di vista, motivazioni e conseguenze in modo da orientare l’interpretazione politica dello spettatore? Chi fa fiction ha piena libertà di scegliere il proprio oggetto; ma, proprio perché l’autore è libero di decidere cosa mostrare e cosa lasciare fuori, le sue scelte possono essere discusse. Mi sono visto tutte le nuove puntate. Mentre le stagioni precedenti, benché raccontate dal punto di vista israeliano, dedicavano spazio anche alla vita dei personaggi palestinesi, mostrandone affetti, paure, motivazioni e conflitti personali; stavolta le scelte degli sceneggiatori (Lior Raz, cioè Doron, e Avi Issacharoff: entrambi ex soldati dell’Idf) non solo riflettono una precisa impostazione ideologica, ma presentano come verità indiscusse alcune tesi tipiche dell’hasbara.
1) La scelta del punto d’inizio narrativo. Far iniziare il dramma dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 è un framing ricorrente nelle versioni sioniste della vicenda: trasforma l’evento in un’origine narrativa, invece di trattarlo come un episodio inserito in una storia. Che non comincia il 7 ottobre. Un esempio fra i tanti? 26 settembre 1982, prima pagina dell’Unità: “Migliaia i palestinesi trucidati”. Occhiello: “Tutto il mondo civile condanna la politica dello sterminio attuata da Begin”. Sommario: “Berlinguer: fermiamo subito Israele”. Come ricorda Francesca Albanese, “non c’erano né Hamas né Hezbollah, e Israele vantava già 30 anni di crimini documentati”.
Escludendo il contesto dei decenni precedenti (l’occupazione, il blocco di Gaza, la storia delle violenze sioniste e dei movimenti di resistenza palestinesi), la serie presenta l’evento come un trauma improvviso e non provocato, eliminando la complessità storica a favore di una netta divisione morale tra bene e male.
2) Il “rimorso” e l’umanizzazione dei soldati israeliani. Nella quinta stagione i 2 autori di Fauda la buttano sulla narrazione emotiva: ci raccontano il tentativo di Eli, un ex camerata di Doron, contro Maher, il palestinese che gli ha ucciso i figli e la moglie Hagit (dopo averla stuprata). A parte che l’argomento della vendetta è un boomerang (se gli israeliani hanno diritto a vendicarsi, cosa dovrebbero dire i palestinesi? Ma a questi spetta il ruolo dei cattivi…), diffido di chi racconta fatti storici con la lente emotiva, perché strumentalizzando le emozioni si può trasformare un colpevole in una vittima. E’ l’operazione che fece Amelio nel suo film su Craxi, non a caso prodotto da Agostino Saccà.
Anche la focalizzazione sui sensi di colpa dei membri dello Shin Bet per “non aver protetto la nazione” è una forma di propaganda sofisticata: accredita la tesi, conveniente all’hasbara, dei servizi segreti colti di sorpresa. Oggi sappiamo che nei mesi precedenti erano arrivati a Netanyahu ripetuti allarmi strategici e, nelle ore precedenti l’attacco, anche segnali operativi specifici. Furono sottovalutati, interpretati erroneamente e non tradotti in una risposta adeguata.
Si dirà: “Gli sceneggiatori non potevano sapere quello che sappiamo oggi”. Non proprio: il 26 febbraio 2024 il Times of Israel scriveva che, nelle ore precedenti l’attacco, l’intelligence israeliana aveva individuato l’attivazione di decine di SIM israeliane da parte di operativi di Hamas. E il 21 ottobre 2024, sulla base di notizie date da Kan e Channel 12 il giorno prima, il Times of Israel informava che lo Shin Bet allertò il Consiglio di sicurezza nazionale, il Mossad e la polizia alle 2.58 di quella notte.
Quando la quinta stagione fu girata (fine aprile 2025), le notizie degli allerta dello Shin Bet erano già pubbliche da mesi. E’ una misdirection da prestigiatori: focalizzandosi sulla dimensione emotiva del soldato (Doron in stress post-traumatico dopo il 7 ottobre, la funzionaria dello Shin Bet piena di cefalee da rimorso), gli autori di Fauda spostano l’attenzione dello spettatore dalle responsabilità politiche israeliane e dalle conseguenze della rappresaglia israeliana (crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio). In tal modo gli sceneggiatori producono empatia per la sofferenza psicologica dei soldati israeliani, giustificando le loro violenze come reazione a un trauma non elaborato, anziché sottoporle allo stesso esame morale e politico riservato alle violenze dell’altra parte.
3) La rappresentazione delle confessioni e delle violenze. Gli sceneggiatori hanno ritenuto importante inserire (“come uno scorcio del male”, scrive il NYT riportando le parole di Raz) una scena dove Maher confessa le crudeltà e lo stupro commessi il 7 ottobre in casa di Eli. La scena rende plausibile la versione ufficiale degli eventi promossa dallo Stato d’Israele a livello internazionale; e richiama il video in cui un palestinese e suo figlio ammettevano stupri e omicidi commessi il 7 ottobre, video che fu trasmesso dai tg israeliani. Senonché queste “confessioni”, poi rilanciate in occidente dai giornali di Murdoch, furono contraddette da una mole di prove, elencate su Grayzone da InTrustWeDoubt, un collettivo di ricercatori israeliani: le presunte “confessioni” dei due palestinesi non corrispondono agli eventi di quel giorno.
Nessuno dei presunti crimini descritti nelle presunte confessioni coincide con alcun dettaglio noto delle reali vittime del 7 ottobre o con le modalità della loro morte. Altre parti dei video contengono contraddizioni significative che, in assenza di prove da parte di Israele (non ne fu presentata alcuna), rendono estremamente improbabile la veridicità di quelle confessioni. “Con ogni probabilità furono estorte con la tortura“, conclude Grayzone. Durati giorni, degli interrogatori furono diffusi soltanto 20 minuti di registrazione, “con numerosi tagli proprio nei punti cruciali”. La fiction rende vero, insomma, un falso, creando uno shock narrativo che disumanizza l’antagonista e rafforza il consenso attorno alle azioni dell’intelligence e dell’esercito israeliani.
4) La Francia radicalizzata. Diverse recensioni francesi hanno stigmatizzato la rappresentazione di Marsiglia come covo di palestinesi radicalizzati che organizzano un nuovo attentato in Israele; ma non si sono soffermate sul personaggio di Mélanie Laurent. Nella fiction è Anne, sposata con Maher. Non sa dei suoi crimini di guerra (lo ritiene un mite contabile in un centro islamico di assistenza ai rifugiati), né sa che lo Shin Bet l’ha reclutato in Francia per spiare su quel centro, presentato come una facciata per operazioni terroristiche anti-israeliane. Non sa neppure che è stato Doron a ucciderglielo quando, mentre lo riconsegnava controvoglia allo Shin Bet, lui s’è vantato dello stupro.
In seguito all’assassinio decide anche lei di vendicarsi e s’addestra con Hamas per compiere un attentato in Israele. A un posto di blocco, Doron uccide due membri di Hamas, ma risparmia lei. Un capo dello Shin Bet le mostra quindi il video dove suo marito confessa i propri crimini; lei inorridisce, si pente all’istante, e dà le informazioni necessarie a sventare l’attentato.
Dopo il trionfo israeliano, Doron la ringrazia: “Hai preso la decisione giusta. Hai salvato molte vite. Anche la mia”. Anne gli chiede se ha ucciso Maher. Al silenzio-assenso di Doron, Anne dice: “Lo sapevo. Quindi mi hai dato una via d’uscita perché ti sentivi in colpa?” Doron: “In colpa? No. Mi dispiaceva per te. Mi sembravi una brava persona che aveva solo perso la strada”. Paternalismo ideologico: la conversione di Anne alla causa israeliana viene narrativamente associata alla sua riconquista dello statuto morale di brava persona.
Gli sceneggiatori costruiscono la redenzione morale attraverso il passaggio da una parte all’altra, ma così la narrazione perde credibilità. E’ talmente tendenziosa che la scena-madre in cui Doron uccide Saeed dicendo “questo è per il 7 ottobre” fa ridere. (1. Continua)
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