La paura del branco
- Postato il 13 maggio 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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William McDougall descrive così il comportamento della folla: “eccessivamente emotiva, impulsiva, volubile, incoerente, irresoluta ed estrema nell’azione, mostrando solo le emozioni più grossolane e i sentimenti meno raffinati; estremamente suggestionabile, incurante nella deliberazione, frettolosa nel giudizio, incapace di qualsiasi altra forma di ragionamento più semplice e imperfetta; facilmente influenzata e guidata, priva di autocoscienza, priva di rispetto di sé e di senso di responsabilità […] il suo comportamento è come quello di un bambino indisciplinato o è come una bestia selvaggia”. Gli studi di McDougall riprendono le linee guida elaborate precedentemente da Le Bon, entrambe gli studiosi individuano alcune costanti del comportamento e del “pensiero collettivo” della folla: l’anonimato, il contagio, l’elementarità, la reciproca conferma. Sono molto interessanti le dinamiche della cosiddetta psicologia della folla, anche la sociologia, l’antropologia e la psicologia sociale contemporanee se ne occupano con grande incisività, attualmente sottolineando il ruolo di emozioni elementari e arcaiche comuni: paura, rabbia, fascinazione da parte di un leader. Innumerevoli e ampi gli studi al riguardo, meno condivise e diffuse le ricerche sul fenomeno attualissimo del branco. Una volta registrate le evidenti similitudini, proviamo una prima ipotesi di analisi evidenziando le peculiarità. La differenza più evidente credo sia riconoscibile nel numero dei componenti che non è, a mio avviso, di natura meramente aritmetica. Una folla ha bisogno di motivazioni che affondano in un modello culturale, richiedono una motivazione etica, un progetto più o meno definito di natura sociopolitica, una prospettiva teologica e teleologica, di solito estremamente elementari, ma che non possono essere assenti. Anche la rumorosa folla degli stadi, che sia pubblico di uno spettacolo sportivo o musicale, tende a individuare valori e ragioni nella propria definizione. Nello sport è presente la componente della competizione che manca nella musica, permane la proiezione del riconoscersi in colori o suoni specifici. Tutto questo nella psicologia del branco non ha la stessa rilevanza.
Un’ulteriore distanza fra branco e folla, o massa, è l’assenza di slogan nel primo, infatti non servono. Nel branco non esiste un perché intellettualizzabile, nemmeno un come rituale e unificante, addirittura non sono indispensabili nemmeno un quando e un dove, il branco è la manifestazione dell’assenza progettuale, è latitanza emotiva profonda ma, soprattutto, è incapacità condivisa di una comprensione dell’altro. Credo possa definirsi come la regressione alla coscienza terrorizzata dalla propria solitudine e inettitudine, una sorta di esorcismo irrazionale operato con un depensamento egoreferenziale che anestetizza la coscienza del proprio dolore nel generarne su chi non è parte del branco. Nel branco, la disperata solitudine del singolo, non viene superata nel gruppo, semplicemente si somma, producendo una condizione di sofferenza condivisa che ha l’urgenza di uno scarico emozionale primitivo, che concentra la naturale aggressività, di lorenziana memoria, in azione priva di pensiero e consapevolezza. Credo sia utile, al fine di tentare una prima comprensione del fenomeno, ascoltare qualche intervista a ragazzi che, partecipando attivamente all’azione del branco, hanno consumato violenze atroci nei confronti delle più diversi e occasionali vittime. La costante che accomuna le dichiarazioni dei carnefici rivela l’assoluta assenza di pentimento, sembra che nessuno avesse compreso l’orrore del gesto che era stato vissuto come logico, naturale. La prevaricazione bestiale che era stata consumata, permaneva, nella limitata comprensione del protagonista, come inevitabile espressione della legge del più forte. Il codice violenza sembra essere l’unico linguaggio accessibile alle menti obnubilate dei vari predatori.
Credo che la paura di vivere e l’incapacità di autocoscienza, quando confusamente si segnalano come disagio a chi le ospita, si traducano in reazioni violente, anche in forme di autolesionismo, quasi ad affermare: io sono il mio dolore, lo esorcizzo rappresentandolo, non è più dentro di me, lo estraggo e lo rovescio sul mio o su altri corpi. Mi torna alla mente il concetto spinoziano di “passioni tristi” che, credo ormai più di dieci anni fa, è stato ripreso da Miguel Benasayag e Gérard Schmit nel loro saggio “L’epoca delle passioni tristi”. Partendo dalla condivisione di tale concetto, penso si possa affermare che il vuoto, lasciato dalla dipartita o dalla fuga di Dio, non è stato colmato da altri valori, certo, questo non significa possa essere utile la riassunzione di un defunto o il ritorno di un fuggiasco, ma aiuta a prendere coscienza del baratro di nulla che, senza che questo sia compreso, inghiotte le menti e i cuori delle nuove generazioni. Già, il problema affligge soggetti sempre più giovani e, mi sembra ovvio, non è possibile imputare il fenomeno a una sorta di depauperamento della specie, il degrado è nel sistema, le ragioni sono sociali e culturali. Non è certo possibile chiarire una dinamica così complessa in poche righe, ma ne possiamo individuare gli aspetti più evidenti: latitanza di valori di riferimento, disabitudine alla riflessione, assenza di senso critico e autocritico, scomparsa del pensiero prevaricato dall’azione istintiva. Nel crepuscolo valoriale sembrano comparire confusi simulacri sostitutivi: possedere e consumare bulimicamente; abdicare alla responsabilità individuale; concepire se stessi come avatar di sé. Quest’ultima è una sorta di riedizione della filosofia dello struzzo: il futuro e la vita mi spaventano? Le faccio vivere al mio avatar negando a me stesso di esserlo.
Mentre la folla necessita di un leader, che per Freud ha un legame libidico con la massa, il branco ne consuma in quantità massicce, impera l’usa e getta, tanto sono algoritmi, che importa se li distruggo ossessivamente? Ne posso utilizzare di nuovi pescandoli dal caotico cesto del mondo del web. Il rapporto tra un bambino, o un adolescente, e l’algoritmo leaderizzato, non sa generare consapevolezza emotiva, non ne ha bisogno. I tempi e i modi, con i quali si andavano a definire i sentimenti, sono defunti o fuggiti sulle orme di Dio. Il mondo che si trovano davanti i futuri adepti del branco, quello che devono imparare a usare e li determina, è tanto veloce quanto inconsistente, il mondo degli adulti è medico pietoso, li protegge dal dolore, dalla fatica, dalle delusioni, non chiede loro profondità e assunzione di responsabilità, l’anestesia emotiva li svuota da dentro. Quanto diviene importante, a mio avviso, comprendere il senso dell’agire di questi sedicenti adulti. Il silenzio interiore, che abita le vittime-future carnefici, impedisce loro l’ascolto di sé e, inevitabilmente, dell’altro da sé. Come è evidente il tema è immenso, in questo contesto siamo costretti a fermarci a questa estrema sintesi, ci consentiamo solo ancora poche righe per interrogarci: come è possibile tentare di porre rimedio a tanto disastro? L’inasprimento coercitivo è, di fatto, una conferma dell’ineludibilità della violenza nella vita sociale. Affermare che, poichè il mio potere è maggiore del tuo, ho il diritto e il dovere di ricorrere alla violenza legale per educarti. Mi sia concessa una chiosa: spesso si parla di anarchia del branco, ma il pensiero anarchico si fonda sulla conoscenza, il rispetto e l’amore, non genera violenza. I violenti vengono definiti o si auto rappresentano come anarchici, ma il rispetto per il pensiero altro non appartinene né a chi li descrive né a loro stessi. Ma torniamo al branco e a una peculiarità oramai riconosciuta dello stesso: i componenti sono spesso giovanissimi. La paura di vivere, ciò che li trasforma in branco, non è mai paura della legge, di una punizione, di un divieto, ma di doversi accettare come inetti all’emozione. Cosa risolverebbe pensare di inasprire le pene abbassando l’età perseguibile delle vittime-carnefici? La cura consiste nel riconoscere le cause della patologia e intervenire su queste, non sui malati.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.